Ictus

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Il termine “ictus” deriva dal latino “colpo” (il corrispettivo di “stroke” in inglese). Il suo esordio, infatti, è improvviso e la persona che ne è colpita, può accusare sintomi transitori, duraturi o che peggiorano nelle ore successive alle prime manifestazioni.

L’ictus si manifesta quando in una determinata area cerebrale si verifica un’interruzione di durata superiore alle 24 ore dell’apporto di sangue ossigenato (per un coagulo che blocca un’arteria o per un trauma o una lesione): la mancanza di irrorazione sanguigna determina la morte delle cellule cerebrali dell’area colpita. Di conseguenza, tutte le funzioni cerebrali che sono sotto il controllo di quell’area vengono perse. Le conseguenze di un ictus possono essere anche molto gravi e provocare per esempio la paralisi di un braccio, una gamba o anche metà del corpo (emiparesi) o la quasi totalità (paresi); possono colpire funzioni come il linguaggio o i sensi, come la vista o l’udito. Il danno dipende dall’ampiezza dell’area colpita, dall’intensità e dalla durata della mancanza di irrorazione sanguigna.

 

La terza causa di mortalità nei Paesi industrializzati

Pur essendo diminuita la sua incidenza negli ultimi 15-20 anni, in Italia l’ictus rimane la terza causa di morte, dopo le malattie da ischemia cardiaca e i tumori; l’ictus causa ogni anno, il 10-12% di tutte le morti e rappresenta la prima causa di invalidità. Nel nostro Paese, ogni anno si verificano circa 200.000 ictus, di cui l’80% sono nuovi casi e il 20% recidive. Il 10-20% delle persone colpite da ictus cerebrale muore entro un mese e un altro 10% entro il primo anno di vita. Tra i sopravvissuti, solo il 25% riesce a guarire in modo completo, il 75% delle persone rimane disabile, e di questi la metà non è più autosufficiente (Ministero della Salute, 2013).

Il rischio di un attacco aumenta con l’età. Verso i 55 anni la frequenza diventa più alta e tende a raddoppiare ogni 10 anni; il 75% delle persone colpite da ictus ha oltre 65 anni. Tra i 65 e gli 84 anni la prevalenza è del 6,5% (7,4% uomini; 5,9% donne).

 

Le tre tipologie di ictus

  1. Attacco ischemico transitorio o TIA: è molto più breve rispetto all’ictus ischemico vero e proprio (5-30 minuti nella maggior parte dei casi, sempre inferiore alle 24 ore). È stato calcolato che circa il 40% dei casi di TIA, sfocia in futuro in un ictus vero e proprio.
  2. Ictus ischemico: denominato anche “infarto cerebrale”, è il tipo più frequente (80% di tutti gli ictus). In genere è la conseguenza (a) di un restringimento di un’arteria del cervello favorito dall’aterosclerosi (ispessimento del rivestimento interno della parete arteriosa fino a formare una placca) o (b) di un’ostruzione arteriosa per un trombo (coagulo che si forma in un’arteria anche sopra alla placca ateromatosa), oppure un embolo (corpo estraneo, generalmente un trombo, staccatosi dalla parete dove si è formato e trascinato dalla corrente del sangue).
  3. Ictus emorragico: è una forma gravissima di ictus, dovuta quasi sempre all’ipertensione arteriosa, più raramente da malformazioni vascolari e da problemi e complicanze legati alla coagulazione o alla somministrazione di terapie anticoagulanti. Si manifesta con un’emorragia di natura non traumatica nel tessuto cerebrale (13% di tutti gli ictus) o nello spazio sub-aracnoideo (l’aracnoide è una membrana protettiva del cervello; circa il 3% di tutti gli ictus).

 

I fattori di rischio

I fattori di rischio si differenziano per le due tipologie di ictus. Tra i principali fattori di rischio per l’ictus ischemico vi sono: età, sesso maschile, familiarità (genitori, fratelli/sorelle, figli), storia personale di un episodio ischemico transitorio (TIA), ipertensione arteriosa, valori elevati di colesterolo nel sangue (ipercolesterolemia), diabete mellito, ipertrofia ventricolare sinistra, malattia renale cronica, fibrillazione atriale, precedente infarto, aterosclerosi della carotide. Tra i fattori legati allo stile di vita: fumo di sigaretta, eccessivo consumo di alcolici e obesità sono situazioni e comportamenti che aumentano la probabilità di andare incontro a un ictus.
L’ipertensione arteriosa, soprattutto se mal controllata, gioca un ruolo importante come fattore di rischio di ictus emorragico, favorito anche dall’età, dall’eccessivo e frequente consumo di alcolici e superalcolici e dal fumo di sigaretta. In uno studio recentissimo (aprile 2014) è stato messo in evidenza che anche l’insonnia cronica rappresenta un fattore di rischio, soprattutto nei giovani adulti nei quali non va mai trascurata. Chi ne soffre dovrebbe rivolgersi al proprio medico per valutare il rischio per la propria salute.

 

I sintomi “spia”: fondamentale riconoscerli rapidamente e andare immediatamente in ospedale (“Time is brain”)

Nel caso dell’ictus si tratta davvero di una questione di vita o di morte. Il tempo è un fattore decisivo: “Time is brain” ovvero “Il tempo è cervello” dicono gli americani e più tempo si perde più difficile sarà il recupero. Chi viene colpito da ictus subisce un deficit neurologico acuto e improvviso di durata variabile da pochi secondi fino a diverse ore. È importante anche ricordare che, a differenza, dell’infarto cardiaco, nell’ictus cerebrale non c’è un dolore che avverte del pericolo imminente e quindi, spesso, si tende a non reagire con la dovuta tempestività. Riconoscere subito i sintomi può davvero fare la differenza, in questo caso, e permettere di salvare una vita e di evitare o ridurre la disabilità permanente.

 

Il test FAST : riconosci i 3 segni e chiama subito il 112 (o il 118 ove non fosse ancora attivo il 112)

L’acronimo FAST, coniato dagli americani, consente a chiunque di ricordare facilmente quattro semplici segni che vanno controllati subito quando si sospetta che una persona sia stata colpita da un ictus.
F (come Face, Faccia): cercare di far sorridere la persona e controllare se un angolo della bocca non si solleva o è piegato all’ingiù;
A (come Arms: braccia): far sollevare entrambe le braccia e controllare se una delle due tende a cadere passivamente verso il basso e se la persona avverte una sensazione di intorpidimento o formicolio (sempre di una metà del corpo).
S (come Speech: linguaggio): fare ripetere una frase semplice e valutare se il modo di parlare risulta strano (parole senza senso), difficoltoso o biascicato;
T (come Time: Tempo): CHIAMARE IMMEDIATAMENTE IL 118, SE È PRESENTE UNO QUALUNQUE DI QUESTI SEGNI.

 

Tra gli altri sintomi di ictus che possono manifestarsi, è importante fare attenzione a:

  • un’improvvisa riduzione o perdita delle capacità visive (o di una parte del campo visivo) da uno o da entrambi i lati;
  • un’improvvisa perdita di equilibrio, sbandamenti o vertigini;
  • disturbi della deglutizione;
  • comparsa repentina di un mal di testa violento, lancinante, diverso dal solito.

Un altro segno significativo è la difficoltà a riconoscere il proprio corpo come semiparalizzato.

 

Il trattamento

I principali obiettivi del trattamento dell’ictus sono assicurare le funzioni vitali del soggetto colpito e limitare il più possibile l’estensione delle lesioni cerebrali. Se la person
a viene trasportata tempestivamente in un centro specializzato ove opera un’equipe multiprofessionale esperta (“Stroke Unit” o Centro Ictus) e se le sue condizioni lo consentono si può avviare una cura precoce molto efficace nell’evitare un peggioramento e nel ridurre le possibili, numerose complicanze post-ictus (per maggiori informazioni sui Centri si può accedere al sito dell’Associazione per la lotta all’ictus cerebrale, Alice: www.aliceitalia.org).

L’unica terapia attualmente approvata per lo Stroke ischemico, il più frequente, è la cosiddetta “trombolisi” o terapia trombolitica che si avvale di un farmaco che scioglie il trombo che ostruisce il vaso. Questo trattamento, tuttavia, è estremamente efficiente solo se viene iniziato entro le 4 ore, massimo 4 ore e mezza dall’insorgenza dei sintomi e i benefici sono strettamente correlati al tempo.

In alcuni casi si procede a un intervento di chirurgia vascolare per eliminare una malformazione e/o ridurre il rischio di un successivo episodio di ictus.

 

La prevenzione delle recidive

La prevenzione delle recidive si basa sulla ricerca delle cause e sulla correzione dei fattori di rischio modificabili: ipertensione arteriosa (considerato il più importante), valori alti di colesterolo nel sangue (ipercolesterolemia), diabete, fumo. In alcuni casi, si procede a un trattamento farmacologico antiaggregante piastrinico o anticoagulante che può durare per tutta la vita. La prevenzione delle recidive è molto importante perché sono frequenti e si associano ad ulteriore disabilità della persona già colpita.

 

La riabilitazione

La riabilitazione dovrebbe essere la più rapida possibile per portare degli effettivi risultati. Oggi esistono numerose tecniche disponibili ed efficaci: per esempio la terapia robotica che grazie a numerosi dispositivi permette al paziente di compiere movimenti che non sarebbe capace di portare a termine oppure tecniche di stimolazione cerebrale che vengono associate alla riabilitazione per stimolare il recupero cognitivo. Numerosi progressi si stanno facendo anche per quanto riguarda la cosiddetta terapia “constraint-induced movement” (CIMT), una recente tecnica riabilitativa che tende a limitare l’utilizzo del lato sano (con gesso o bendaggi) a favore di un’attività intensiva del lato paralizzato.

 

 

References

Ministero della Salute 

Associazione per la lotta all’ictus cerebrale 

ALT Onlus 

– Dąbrowska-Bender M et al – The Impact of Ischemic Cerebral Stroke on the Quality of Life of Patients Based on Clinical, Social, and Psychoemotional FactorsJ Stroke Cerebrovasc Dis 2017 Jan;26(1):101-107

– David E. Newman-Toker et al – Missed diagnosis of stroke in the emergency department: a cross-sectional analysis of a large population-based sampleDiagnosis (Berl) 2014 Jun;1(2):155-166

– Ming-Ping Wu et al – Insomnia Subtypes and the Subsequent Risks of Stroke: Report From a Nationally Representative CohortStroke 2014 May;45(5):1349-54

 

 

PER APPROFONDIRE

Ictus: conoscerlo per prevenirlo »

 

 

 

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