Endometriosi, facciamo chiarezza

Endometriosi, facciamo chiarezzaNe soffrono oltre tre milioni di italiane. E su scala mondiale circa il 10% delle donne in età riproduttiva. Nel 2005 il nostro Senato l’ha riconosciuta come malattia sociale, perché – per esempio – chi ne soffre ha dolori così intensi da dover disertare per circa 5 giorni al mese il luogo di lavoro. L’endometriosi è una patologia seria che può arrivare a causare infertilità, ma se ne parla mediamente ancora poco. Tanto che recentemente alcuni personaggi pubblici, italiane come Nancy Brilli e americane come Hilary Clinton o Susan Sarandon, hanno dichiarato di soffrirne, per spingere le donne a non auto isolarsi e ad affrontare il problema apertamente.
L’endometriosi è una malattia cronica, causata dalla presenza in altri organi di endometrio, il tessuto che riveste la cavità uterina (il nome viene infatti da endo, dentro, e metra, utero) e che in assenza di fecondazione viene espulso ogni mese insieme al sangue. Se non viene eliminato, lo ritroviamo in sedi non proprie come le ovaie e le pelvi (ma anche la vagina, o l’intestino) dove determina una serie di conseguenze. Di fatto si innescano uno stato di infiammazione costante e la produzione di estrogeni, gli ormoni femminili che stimolano produzione di cellule endometriali. Per dirla in modo ancora più lineare, il tessuto installato in una zona non “ortodossa” sanguina e irrita le tube, le ovaie, o appunto la zona in questione. Provocando così aderenze, noduli, cisti cicatriziali che sono all’origine del dolore (in circa il 60% dei casi) e di altri eventuali sintomi associati. Si tratta solitamente di un dolore multiforme: cronico a livello pelvico, e molto accentuato durante il ciclo mestruale. E ancora: dolore durante l’ovulazione o i rapporti sessuali (quest’ultimo viene dichiarato da circa il 64% delle donne con endometriosi), infiammazione delle mucose, colite.
Ma la conseguenza forse più temuta è l’infertilità, che riguarda circa il 35% delle donne con endometriosi. È stato calcolato – sempre per farsi un’idea del fenomeno attraverso i numeri – che la possibilità di fecondazione durante il rapporto scende drammaticamente dal 15-20% delle coppie sane al 2-10% delle coppie in cui la partner è affetta da endometriosi. I motivi che concorrono possono essere diversi: la morfologia cambiata a causa delle aderenze e della presenza di tessuto “ospite” (soprattutto nel passaggio ovaio-tuba), ma anche lo stato infiammatorio che rende ostile l’ambiente per le cellule uovo e l’embrione.
Cause & diagnosi. L’origine della patologia non è stata chiarita in modo univoco. Una delle ipotesi, la più accreditata, è quella della cosiddetta mestruazione retrograda. In pratica, nei giorni del flusso alcune parti di tessuto endometriale risalirebbero nelle tube di Falloppio e andrebbero a impiantarsi fuori dalla cavità uterina. Nel corso della “migrazione” le cellule aderirebbero ai tessuti e darebbero luogo a una proliferazione, sensibile poi al ciclo ormonale. Si tratta, infatti, di una patologia tipica dell’età fertile (la fascia più esposta è quella tra i 20 e i 30 anni), in cui ha un ruolo determinante l’azione degli ormoni estrogeni. Anche se, va detto, in alcuni rari casi l’endometriosi persiste anche in menopausa sostenuta dagli ormoni assunti in terapia sostitutiva o dagli estrogeni prodotti in minor misura dal tessuto adiposo e dalla cute.
Lo scoglio principale resta arrivare a una diagnosi in tempi rapidi. Paradossalmente, infatti, anche oggi possono passare anni prima che questo problema venga identificato in modo certo. Per scarsa conoscenza, per sottovalutazione dei sintomi, o per pudori che persistono nel parlare (anche col medico) di situazioni che sono ritenute imbarazzanti come il dolore durante i rapporti sessuali, il dolore durante la minzione o la defecazione. Una visita ginecologica approfondita è naturalmente il primo step indispensabile per indirizzare la valutazione, e stabilire gli accertamenti successivi. L’ecografia transvaginale è poi lo strumento più indicato per arrivare, con buona probabilità, a individuare eventuali cisti ovariche. In alcuni casi, però, nemmeno questo esame risulta risolutivo ed è necessario ricorrere a una laparoscopia per esaminare la cavità addominale.
Quanto alla terapia, allo stato attuale non esiste un intervento risolutivo. Con la pillola anticoncezionale, o con farmaci specifici a base di progestinici, si riduce il flusso mestruale, e quindi la proliferazione del tessuto endometrioso. Altri medicinali analgesici (FANS) vengono usati invece per limitare il dolore. In entrambi i casi non si tratta però di un’azione sulla malattia, quanto sul suo progredire e sui suoi effetti. La via chirurgica è invece l’unica reale possibilità di asportare le lesioni e, nel contempo, agire sulla sintomatologia dolorosa. Un aiuto può arrivare, in aggiunta, dall’alimentazione. Non tanto sulla tanto discussa questione che i grassi servano a proteggere da questa patologia (a riguardo ci sono tesi diametralmente opposte) quanto sul fatto che il pesce e complessi vitaminici che associano per esempio la A, la E, la C e le vitamine del gruppo B abbiano un effetto antiossidante e anti-infiammmatorio. E dunque contribuiscano ad alleviare lo stato di irritazione cronica e il dolore.

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