Malattia infiammatoria pelvica: sintomi e terapia

Malattia infiammatoria pelvica: sintomi e terapiaDi solito tutto comincia con un particolare dolore durante il ciclo, o durante i rapporti sessuali. Fitte anche intense, al basso ventre o nella zona lombare. Altre volte a questi sintomi se ne associano di minori, come una lieve febbre, perdite di sangue e irregolarità mestruali, una certa sofferenza durante la minzione e, in generale, uno stato di diffusa debolezza. Sintomi che tuttavia, a parte il dolore (presente nel 90% dei casi), non sempre vengono ricondotti tempestivamente alla malattia infiammatoria pelvica, o PID dall’acronimo di pelvic inflammatory disease. E invece questa patologia ginecologica è più comune di quanto sembri. Negli Stati Uniti si calcola che i nuovi casi siano circa 1 milione all’anno, con il rischio di conseguenze anche gravi sulla fertilità e sulla vita sessuale delle donne, soprattutto se la diagnosi non è stata precoce. In questo senso, la possibile assenza di segnali eclatanti e comunque la specificità parziale della manifestazione clinica rendono la PID particolarmente insidiosa.

 

Di cosa si tratta

Come dice il nome, la malattia infiammatoria pelvica è uno stato infiammatorio ascendente, che può essere acuto o cronico e che coinvolge l’apparato riproduttivo femminile e gli organi adiacenti. La flogosi, in particolare, può colpire le tube di Falloppio (attraverso cui l’ovulo raggiunge l’utero), l’utero, l’ovaio e talvolta il cosiddetto peritoneo pelvico. A generare l’infiammazione pelvica sono dei batteri presenti nella vagina, e principalmente due agenti infettivi presenti in comuni malattie sessualmente trasmissibili, ossia la gonorrea (Neisseria Gonorrhoeae) e la clamidia (Chlamydia trachomatis) che sono in assoluto le cause più diffuse al mondo. Per ragioni non del tutto note (al di là di alcune situazioni predisponenti di cui parleremo più avanti) i batteri presenti nella vagina si spostano e vanno a infettare in un primo momento la cervice dell’utero. Poi, risalendo le vie genitali superiori, arrivano a utero, tube, ovaie. Ma vi sono anche casi, per quanto molto più rari, in cui la PID è dovuta all’estensione di un’infezione diversa, che si estende per via ematica o linfatica.

 

Fattori di rischio

L’età e la promiscuità sono i principali elementi discriminanti. Le più esposte alla malattia sono infatti le giovani donne sotto i 25 anni che hanno rapporti con più partner (i quali a loro volta hanno relazioni multiple). Anche l’inizio precoce dell’attività sessuale, quando le difese biologiche non sono completamente formate, aumenta il rischio di sviluppare la patologia. Altri fattori di rischio sono la presenza di dispositivi intrauterini (IUD o spirale), un pregresso episodio di PID o di malattia venerea, e il ricorso eccessivo alle lavande vaginali: da un lato perché danneggiano la flora batterica locale, dall’altro perché possono rendere meno evidenti dei sintomi (le perdite, per esempio) che porterebbero altrimenti a chiedere un consulto medico più precoce.

 

Complicanze

Se la malattia infiammatoria pelvica viene diagnosticata in tempi rapidi, e risolta con un’adeguata terapia antibiotica, si riduce il rischio che lasci in eredità conseguenze a lungo termine. Ma se viceversa si protrae a lungo – a causa di un decorso asintomatico, di trascuratezza o di un errore di diagnosi o di diagnosi tardiva (come spesso succede) – gli effetti sull’apparato riproduttivo diventano devastanti. All’interno degli organi si formano infatti delle cicatrici che possono provocare sterilità (in circa il 20% dei casi): è frequente per esempio che il tessuto cicatriziale ostruisca in maniera totale o parziale le tube, o che si formino delle aderenze permanenti in grado di compromettere la capacità riproduttiva. Diventa più elevato anche il pericolo di gravidanze ectopiche: a causa delle cicatrizzazioni, l’ovocita fecondato può rimanere all’interno della tuba e lì annidarsi, senza arrivare alla cavità uterina. In questo caso si parla appunto di gravidanza ectopica, o gravidanza tubarica, che ha esiti potenzialmente anche fatali: l’ovulo fecondato che si impianta nella tuba può provocarne la rottura, con un’emorragia interna che mette a rischio la vita stessa della donna. Al di là degli aspetti riproduttivi, poi, le cicatrici che si formano all’interno degli organi femminili possono dare origine al cosiddetto dolore pelvico cronico, che colpisce circa il 30% delle donne che hanno sviluppato una PID, e che può protrarsi anche per anni.

 

Diagnosi e trattamento

Se i sintomi non sono eclatanti, la diagnosi deve essere prima di tutto differenziale. Vanno cioè escluse situazioni diverse tra cui endometriosi, gravidanza ectopica o complicazioni di cisti ovariche. In base poi alla visita e al quadro riferito dalla paziente, il medico valuterà di volta in volta gli accertamenti più utili da effettuare: esami ematochimici (che solitamente rilevano un aumento della VES), ecografia transvaginale, laparoscopia, biopsia o tampone endometriale. Per scongiurare le complicazioni di cui si è detto, una volta diagnosticata con certezza la PID è necessario intraprendere rapidamente una terapia antibiotica. Solitamente, viene prescritta un’associazione di farmaci ad ampio spettro, perché è comune una presenza polimicrobica. È importante anche che venga valutata la situazione del/i partner e che la terapia si estenda anche a loro (per quanto asintomatici) per evitare il rischio di un nuovo, successivo, contagio. Fondamentale, naturalmente, l’astensione dai rapporti sessuali fino alla fine del trattamento.

 

 

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