Eco-design e riciclo

Architettura verde
Nel 2010 Legambiente ha premiato i 40 metri quadri di orto biologico cittadino, il primo nato a Torino, che lo Studio999 ha realizzato sul tetto del proprio edificio in via Goito 14,  nel quartiere di San Salvario: un interessante esempio di bioarchitettura contemporanea creato con legno, terra e verdure varie come insalate, cime di rapa, spinaci, pomodorini e finocchi, ispirato ai moderni principi dell’ecohousing.

I green roof (orti o giardini che ricoprono del tutto o in parte i tetti di abitazioni, e non solo) sono infatti un perfetto connubio fra estetica, funzionalità e sostenibilità che permette non solo di rendere gli edifici gradevoli alla vista ma rappresenta anche, e soprattutto, un sistema ecologico di isolamento acustico e termico, con un conseguente risparmio energetico per il condizionamento degli interni, nonché un ottimo filtro naturale contro l’inquinamento e contro le precipitazioni che scolano dai tetti, contribuendo attivamente a mitigare il cosiddetto effetto “dell’isola di calore” nelle grandi città.

Vivere meglio con la bioarchitettura
L’idea che il verde aiuti a vivere meglio affonda d’altra parte le sue radici nelle idee ecologiste diffusesi a partire dagli anni ’60 soprattutto in Germania e in Austria, non a caso patria di quel Friedensreich Hundertwassen che già alla fine degli anni ’80 progettava il suo Hundertwasserhaus nel quartiere di Landstraße, a Vienna: un complesso di case popolari che racchiude una cinquantina di appartamenti decorati all’esterno con ceramiche di recupero e resi “vivi” all’interno da altrettanti giardini pensili pensati appositamente dall’artista-pittore-architetto per portare il verde in ogni abitazione. Guidato dal suo spirito ecologista e dall’idea che in ogni ambito fosse necessario instaurare un rispettoso equilibrio fra uomo e natura, Hundertwasse, aveva già teorizzato nel suo “Che tutto sia ricoperto di vegetazione” alcuni dei principi che oggi ispirano i più importanti bioarchitetti.

Città a impatto zero
Ma per rendere le nostre città sempre più sostenibili non basta il verde urbano dei tetti e dei giardini pensili, è necessario porre sempre di più l’attenzione alla creazione di edifici a impatto zero, che riducano l’emissione di CO2 e che siano realizzati con materiali ecologici. In Italia, fra le regioni più attente, c’è l’Emilia Romagna: nel regolamento edilizio del Comune di Reggio Emilia-Faenza sono stati introdotti incentivi per l’architettura verde tra cui la realizzazione di verde pensile per più del 50% della superficie. Anche i Comuni di Rimini e Cesenatico hanno deciso di incentivare il verde pensile. Il Comune di Firenze ha promesso che entro il 2014 sorgerà la prima casa popolare a impatto zero realizzata secondo i principi della sostenibilità ambientale, fra cui il pieno isolamento termico ed energia ricavata interamente da fonti rinnovabili.

Ecodesign di tutti i giorni
Ogni scelta ecologica è d’altra parte una scelta per il futuro, nostro e del pianeta. Per questo, scegliere l’ecodesign per la vita di tutti i giorni è una scelta responsabile. Una possibilità oggi sempre più concreta e alla portata di tutti grazie alla creatività di designer di tutto il mondo che hanno fatto dell’ecologia il loro principio ispiratore. E siccome dall’ecodesign alle sperimentazioni del recycling design il passo è breve, oggi è possibile trovare in commercio non solo oggetti di uso quotidiano creati con materiali naturali al 100%, ma anche suppellettili, abbigliamento, accessori e bijoux nati dal riciclo di materiali di scarto.

Fra gli esempi più interessanti e più noti, i mobili realizzati in pallet: divani che si trasformano in letti, tavolini, comò e poltrone, tutti interamente costruiti con i bancali usati in genere per il trasporto delle merci, che oggi molti architetti utilizzano anche per la costruzione di case completamente biologiche. Un altro interessante trend dell’arredamento ecologico è quello che nasce dall’uso del cartone, vergine e di scarto, per creare leggere linee di mobili che non hanno bisogno né di metalli né di cacciaviti per il montaggio, ma solo di sapienti piegature e incastri ad hoc. È il principio guida dell’azienda australiana Karton Group, che ha fatto di questo tipo di arredamento il suo eco-cavallo di battaglia. Le designer italiane Paola Argine e Cristina Alzati hanno invece creato la linea Fan Tubes interamente realizzata a partire dai tubi di cartone riciclato che, debitamente trasformati, diventano poltrone e tavolini con vetro plexiglass.

E poi pezzi di legno destinati alle discariche che si trasformano in librerie e sedie di pregio. Ma anche cd che diventano eleganti lampade dalla luce soffusa e multicolor. Meno famose, ma senz’altro originali e fantasiose, sono le creazioni di Miss Lamparita, una giovane recycling designer italiana che da vecchi oggetti di uso quotidiano come ventilatori, frullatori, teiere, antiche tazzine in porcellana riesce a far nascere bizzarre e surreali illuminazioni uniche nel loro genere.

E ancora: borsette e bijoux in alluminio che danno nuova vita ai tappi delle lattine di birra e che dalle bidonvilles del Brasile hanno portato il loro spirito ecologista fino al Moma di New York. O quelle in plastica fatte coi sacchetti delle caramelle o delle patatine e degli snack più comuni, pensate e realizzate per ridurre concretamente la produzione di rifiuti urbani (si parla addirittura di 40 milioni di incarti salvati dalle discariche). Ci sono poi intere linee d’abbigliamento create coi nastri delle vecchie audio cassette ormai quasi completamente in disuso e borse nate dai vecchi tendoni dei camion. Gli esempio sono tantissimi.

E, incredibile a dirsi, anche dagli scarti di cucina possono nascere nuove, rivoluzionarie eco-idee: è il caso del designer israeliano Ori Sonnenschein, che, a partire dalle bucce d’arancia pressate e poi essiccate al sole, ha creato la sua Solskin Peels, una linea di stoviglie biodegradabili al 100% fatta di cucchiai, ciotole, piatti, bicchieri e brocche tutte plasmate a mano per dar loro la forma desiderata e rese poi impermeabili, alla fine della lavorazione, grazie a una particolare lacca atossica. Un altro esempio? La lampada Decafé, creata a partire dal recupero dei fondi del caffè mescolati ad altri materiali dallo spagnolo Raùl Laurì, che all’ultima edizione del Salone del Mobile di Milano si è aggiudicato il primo premio del Salone Satellite, la sezione dedicata ai giovani designer.

 

A cura di: Alessandra Terzaghi

 

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