Elogio dell’ozio e della lentezza

Il diritto alla pigrizia

Elogio dell'ozio e della lentezza - EsseredonnaonlineC’è lo slow food e lo slow travel, lo slow design e lo slow wear, la slow art e la slow science, la slow fashion e lo slow sex. C’è addirittura la slow church e, naturalmente, ci sono le slow cities. Tutto chiaro? Beh, allora spieghiamo: trattasi del vivere lento, una tendenza, forse una filosofia, più concretamente uno stile di vita, che ha preso piede ormai da qualche anno e continua a espandersi. Con lentezza, manco a dirlo, ma inesorabilmente. Ci sono associazioni, movimenti spontanei, gruppi organizzati che nascono ogni giorno e crescono in ogni angolo del pianeta. Tutti con lo stesso obiettivo: imparare, e insegnare, a recuperare il tempo perduto. Tutto chiaro? Beh, allora, spieghiamo.

Intanto va detto che non si tratta dell’ennesima moda new age. Non è filosofia da figli dei fiori che tornano valla natura: vivere lentamente non significa staccare la spina alla tv, buttar via le chiavi dell’auto, spegnere il pc e l’iPhone e star lì a rimirar le stelle. Al contrario, è la ricerca del piacere e della felicità, anche e soprattutto materiale. Una felicità e un piacere che la vita moderna, con i suoi i ritmi frenetici e stressanti, non è più (o forse non è mai stata) in grado di garantire.

A dire il vero la questione non è affatto nuova. Un certo Paul Lafargue, rivoluzionario francese di origini cubane, nel 1883 scrisse un pamphlet dal titolo folgorante: Le droit à la paresse, ovvero Il diritto alla pigrizia. Il testo, che scrisse nella cella di una prigione, notava che una strana follia si era impossessata degli uomini e delle donne del suo tempo: l’amore per il lavoro. E faceva un pungente ritratto di una società alienata da ritmi estenuanti e dal paradosso di macchinari sempre più precisi e veloci che però non portano a un’effettiva riduzione delle ore di lavoro. Anzi. Secondo Lafargue, quell’assurda passione per il lavoro era, è, la causa della degenerazione intellettuale tipica delle società capitalistiche. Per questo, rivendicava il sacrosanto diritto all’ozio. Naturalmente non se lo filò nessuno. Tranne un certo Bertrand Russell, filosofo e matematico inglese, che in un suo saggio del 1935, intitolato Elogio dell’ozio, proponeva che si lavorasse per un massimo di quattro ore al giorno, per aver tempo di pensare e socializzare.

Slow food: la vita frenetica si combatte a tavola

Comunque, dopo un secolo di di benessere e consumismo fine a se stesso, la cifra era colma. Almeno per un certo Carlo Petrini da Bra, noto come il Carlin, un signore che, per dire, il Time Magazine ha inserito tra gli Eroi del nostro tempo. Nel 1986, McDonald’s stava aprendo un nuovo ristorante in Piazza di Spagna a Roma. La dittatura del fast food (e del fast living) si impadroniva di uno dei luoghi più belli della città eterna. E il Carlin pensò che era ora di dire basta. Nasceva così Slow Food, il movimento per la difesa e il diritto al piacere. Nel manifesto, firmato dal Carlin e altri 12 amici (tra gli altri, Dario Fo, Francesco Guccini, Gina Lagorio, Sergio Staino) si fa un’analisi precisa dei mali del nostro tempo: «Questo nostro secolo, nato e cresciuto sotto il segno della civiltà industriale, ha prima inventato la macchina e poi ne ha fatto il proprio modello di vita. La velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda allo stesso virus: la vita veloce, che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case, ci rinchiude a nutrirci nei fast food». Come uscirne? «Contro la follia universale della fast life, bisogna scegliere la difesa del tranquillo piacere materiale. Contro coloro, e sono i più, che confondono l’efficienza con la frenesia, proponiamo il vaccino di un’adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati, da praticarsi in lento e prolungato godimento. Iniziamo proprio a tavola con lo Slow Food, contro l’appiattimento del fast food riscopriamo la ricchezza e gli aromi delle cucine locali. Se la fast life in nome della produttività ha modificato la nostra vita e minaccia l’ambiente e il paesaggio, lo Slow Food è oggi la risposta d’avanguardia».

Tre anni dopo, il 10 dicembre 1989, all’Opéra-Comique di Parigi, sottoscrivevano il manifesto delegati provenienti da ogni angolo del mondo, da Argentina, Austria, Brasile, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Italia, Olanda, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Ungheria, Venezuela. La rivoluzione era partita. E il fatto che fosse partita prendendoci per la gola, evidentemente, ha funzionato. Così oggi si contano iniziative slow praticamente in ogni settore, dall’amministrazione delle città al tempo libero, dal design e l’architettura al sesso, dalla salute all’educazione.

Vademecum del vivere slow

Ma che cosa significa davvero vivere slow. E come si fa? Significa ricalibrare le proprie giornate, le proprie abitudini, il modo di fare la spesa e mangiare, di spostarsi nelle città e di viaggiare nel mondo. Significa liberarsi dalla schiavitù della produttività a ogni costo e rimettere al centro della propria vita se stessi. Si può partire, per esempio, dai “comandamenti” che hanno stilato i paladini del vivere lento. Eccone alcuni:

  • Svegliatevi cinque minuti prima del solito per truccarvi o far colazione senza fretta e con un pizzico di allegria.
  • Evitate di fare due cose contemporaneamente, come telefonare e scrivere al computer, se no si rischia di diventare scortesi, imprecisi e approssimativi.
  • Non riempite l’agenda di appuntamenti, anche se piacevoli. Imparate a dire qualche no e ad avere momenti di vuoto.
  • Fate una passeggiata ogni tanto, senza meta e senza fretta, soli o in compagnia.
  • La sera leggete i giornali o qualche buon libro e non continuate a fare zapping davanti alla tv.
  • Evitate qualche viaggio nei week-end o durante i lunghi ponti, e gustatevi la vostra città, qualunque essa sia.
  • Se avete 15 giorni di ferie, dedicatene dieci alle vacanze e utilizzate gli altri come decompressione pre o post vacanza.
  • Smettete di ripetere “non ho tempo”. Non vi fa sembrare più importanti.
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