Lavorare da casa: un’opportunità per le donne

Lavoro. Casa. Famiglia. Un sogno, una necessità, una soluzione temporanea, una chance in più nell’epoca della tecnologia no limits ma anche precarietà che diventa sistema. Lavorare da casa può essere tutte queste cose, e infatti sta diventando una realtà sempre più diffusa. Soprattutto tra le donne. E soprattutto tra le cosiddette stay at home mum, che dopo la nascita di un figlio decidono di non rientrare nel mondo lavorativo con un impiego tradizionale, ma di conciliare cura della famiglia e vita professionale scegliendo una formula più elastica e maggiormente auto-gestita. Naturalmente in alcuni casi non si tratta di una scelta libera, ma di una conseguenza inevitabile: per l’impossibilità di conciliare i due ruoli, per il mancato rinnovo di un contratto, per situazioni familiari che a un certo punto impongono un cambio di traiettoria. Cifre precise non se ne possono dare, perché il fenomeno riguarda situazioni estremamente fluide e, appunto, diversissime tra loro. Ma basta dare un’occhiata su Twitter all’hashtag #ufficioincasa per rendersi conto di quanto sia esteso l’interesse per il tema.

Lavorare da casa - Silvia Gherra per esseredonnaonlineIn compenso, numeri certi sono quelli (purtroppo non lusinghieri) che descrivono la situazione lavorativa delle donne in Italia. Il tasso di occupazione femminile è del 46%, contro il 67 % di quello maschile. L’Istat ci dice in particolare che un terzo delle neo-mamme lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio, che il 50% lo fa in modo definitivo, e che per più della metà di loro la causa sta nella difficoltà di far andare d’accordo ruolo materno e ruolo professionale. Il famoso discorso delle mamme acrobate, insomma. Ecco, è in un quadro di questo tipo che può essere fondamentale giocarsi la carta di un lavoro serio e continuativo ma gestito da casa, senza i vincoli, gli orari e le rigidità tipiche di un impiego “canonico”.

Il presupposto fondamentale è avere ben chiari vantaggi e svantaggi di una situazione di questo tipo. Per riuscire a gestirla al meglio, e non ritrovarsi impreparate quando è tardi per cambiare idea. Bisogna fare cioè la classica lista dei pro e dei contro, mettendo insieme le considerazioni generali e quelle specifiche della propria storia. La variabile più soggettiva è quella economica, sulla quale non ci soffermeremo, perché il bilancio tra costi e benefici di una gestione professionale di questo tipo dipende esclusivamente dalle caratteristiche della struttura familiare e dal tipo di professionalità che si può mettere sul mercato. Al contrario, tra i benefit universalmente condivisi del “lavoro a domicilio” c’è la libertà di gestione dei propri ritmi. Sia a stretto giro – l’organizzazione della giornata professionale – sia in generale per quanto riguarda la pianificazione sulla lunga distanza: un ufficio at home permette di modulare i tempi di volta in volta, in base alle esigenze. Deve venire il tecnico della caldaia o la coda in posta si rivela più lunga del previsto? Generalmente la schedule lavorativa può essere risistemata senza troppe complicazioni. Idem in caso di influenza (propria o della prole) ma anche di un’ora di relax extra, o di un aperitivo con le amiche in orario altrimenti improponibile.

Il rovescio della medaglia, però, è il rischio di confondere l’elasticità con la disorganizzazione: arrivare vicine a una scadenza e scoprire che il rendimento non è stato sufficiente è un pericolo tutt’altro che teorico, soprattutto per chi è ancora in fase di rodaggio. Sapersi gestire autonomamente, insomma, può richiedere più fatica di quanto si creda. Basta un niente, infatti, perché gli asset a favore del lavoro da casa (l’ambiente confortevole o la possibilità di farsi un buon tè, tanto per dire), si trasformino in fonte di distrazione.

Ma il pro che le mamme mettono al primo posto sul piatto della bilancia è l’antidoto al senso di colpa della mamma lavoratrice standard: quello che (quasi) tutte, più o meno consapevolmente, provano nei confronti dei figli quando trascorrono la maggior parte del loro tempo lontano da casa. Una postazione di lavoro tra le mura domestiche può consentire senz’altro di essere più presente nella vita dei propri figli, di accompagnarli al corso sportivo, fare merenda con loro e – in generale – non sentirsi costrette a concentrare la sera e nei week end un centrifugato di attenzioni, affetto & funzioni materne assortite. Anche in questo caso però va valutata la contropartita: per una donna lavorare da casa si trasforma spesso in un’assenza di camere di decompressione. Ci si ritrova a non delegare niente, né sul piano familiare né su quello professionale, e si finisce per non staccare del tutto da nessuno dei due ruoli.

Ecco perché una scelta di questo tipo va affrontata con determinazione talebana e un pizzico di attitudine ragionieristica: fatta salva l’elasticità di cui sopra, tempi e spazi vanno gestiti in modo sapiente. Se per esempio si è stabilito che le prime ore della mattina sono tutte per il lavoro, la regola sarà mettersi alla scrivania appena la casa si è svuotata. Mentre la volta in cui si dovranno sbrigare delle incombenze proprio in quella fascia della giornata, nulla vieterà di recuperare liberamente in un altro momento.

Più delicata la questione dello “spazio lavorativo”, diverso a seconda del lavoro ma studiato e attrezzato per ottimizzare tempo e fatica. Oggi fortunatamente i sistemi di home networking consentono di connettere un numero più che sufficiente di dispositivi alla rete domestica, e questo aumenta ulteriormente la possibilità di una flessibilità anche logistica. Ma l’ideale resta poter disporre di uno studio in cui isolarsi quando necessario. Nel caso l’appartamento non sia così grande, via libera  all’immaginazione pur di crearsi una postazione off limits in cui gestire con tranquillità telefono, computer e così via. Chi scrive conosce una fortunata freelance che, con una spesa esigua, ha affittato il locale dell’ex portineria nel proprio condominio. Per il salto di qualità, a volte, bastano 20 gradini di distanza.

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