Si fa presto a dire bio…

L’idea che in agricoltura si debbano usare esclusivamente metodi e prodotti naturali non è nuova. Anzi, arriva da molto lontano. Ma è  solo negli ultimi anni – lasciando da parte aspetti filosofici e ideologici – che il fenomeno dell’agricoltura biologica ha preso vigore. Secondo l’ultimo rapporto The World of Organic Agriculture, nel 2012 i paesi del mondo in cui si coltiva secondo il metodo biologico sono 160 e la superficie agricola totale consacrata al bio è di 37 milioni di ettari. Dodici in Australia, 4,2 in Argentina e 1,9 negli Usa. In Europa sono coltivati con questo metodo 10 milioni di ettari, ovvero il 2,1% della superficie agricola totale. E in Europa, l’Italia è il secondo paese produttore, dopo la Spagna.

Secondo un altro studio, il Whole Foods Market Survey, chi compra alimenti biologici lo fa per supportare l’agricoltura locale (36%), per evitare pesticidi e tossine (34%), perché è preoccupato per la salute dell’ambiente (17%) o semplicemente perché pensa che il sapore dei cibi sia migliore (13%). Il prezzo, invece, è la ragione principale di chi preferisce starne alla larga. E c’è chi addirittura crede sia solo marketing, nient’altro che una mistificazione. Chi ha ragione?

Intanto va detto che il termine «biologico» è errato, anche se in Italia lo si continua a usare impunemente. Nel resto del mondo preferiscono dire «organico». In effetti, si potrà parlare di mela (o pera o quel che volete) biologica solo quando esisterà anche la mela creata in laboratorio: finché crescerà sugli alberi, indipendentemente dalle tecniche e dalle sostanze usate dall’agricoltore, sarà sempre e comunque un alimento biologico.

Sottigliezze, si dirà. Più importante capire se l’agricoltura biologica (o agricoltura biodinamica o organica) sia davvero più salutare di quella convenzionale. In questo tipo di coltivazioni, come si sa, si usano sostanze naturali. Si tratta di estratti vegetali e composti a base vegetale, come il piretro che viene estratto dal crisantemo (un insetticida naturale molto efficace); microrganismi come il Bacillus thuringiensis, molto selettivo (colpisce solo alcune famiglie di insetti, risparmiando per esempio le api); minerali, come i sali di rame o lo zolfo utilizzati per il controllo delle patologie funginee. Per la concimazione si usa, oltre al letame e al compost, una serie di prodotti di origine organica e minerale per sostenere le produzioni. Ebbene, c’è chi sostiene che i sali di rame siano tossici per il terreno e che gli insetticidi naturali siano in alcuni casi più pericolosi di quelli sintetici.

D’altra parte, un sistema produttivo biologico in senso stretto, si dice, non consentirebbe di sfamare la popolazione: dato che la resa è inferiore rispetto all’agricoltura tradizionale, si è calcolato che per produrre abbastanza cibo per 7 miliardi di persone senza usare prodotti chimici sarebbe necessario coltivare il 78 % della superficie terrestre. La difesa d’ufficio è che il problema della malnutrizione e della denutrizione è un altro: la finalità con cui viene coltivata la terra. Lo si fa per sfamare il numero maggiore di persone o per fare i biocarburanti? Senza contare che in Occidente lo spreco del cibo è enorme.

Insomma la questione resta aperta e dibattuta. Da un lato non si deve credere che gli alimenti biologici siano perfettamente immacolati, esenti da trattamenti e naturali al 100%. Dall’altro, però, bisogna valorizzare lo sforzo e l’impegno (anche economico) che c’è dietro un prodotto organico. Le pratiche adottate, infatti, prevedono la rotazione delle colture per un uso efficiente del terreno; limiti molto ristretti nell’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti, di antibiotici nell’allevamento degli animali e di additivi negli alimenti; il divieto dell’uso di Ogm; la scelta di piante e animali che resistano alle malattie e si adattino alle condizioni del luogo; l’allevamento all’aperto e l’utilizzo di foraggio biologico.

 Resta da capire come distinguerli. Se si tratta di prodotti sfusi, non c’è da fidarsi. Per essere riconoscibile, infatti, un alimento biologico dev’essere imballato ermeticamente e presentare un’etichetta con la dicitura «Prodotto da agricoltura biologica» (anche se bisogna sapere che, per legge, può essere presente fino al 5% di contenuti non biologici). La sigla IT significa che il paese di provenienza è l’Italia, mentre i simboli T o F distinguono un prodotto trasformato da uno fresco.

Ma c’è un’altra etichetta da guardare con attenzione: quella del prezzo. Molti consumatori si chiedono il perché di cifre all’apparenza eccessive. E, di conseguenza, si domandano se ne valga davvero la pena. Il motivo è che, banalmente, coltivare con metodi biologici costa molto di più. Dal 20% per limoni o carote al 50% per la frutta zuccherina come pesche e uva. Uova, latte e yogurt biologici al contrario costano poco più, e alcuni alimenti come la passata di pomodoro possono anche costare meno della versione non bio. Prestando attenzione a cosa, ma soprattutto a quando si acquista (rispettando la stagionalità, per esempio), si può riuscire a ridurre lo scontrino biologico.

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