Studiare ripetendo a voce alta, serve davvero?

Studiare ripetendo a voce alta, serve davvero?Dall’inizio della scuola elementare fino a quando si approda all’università, la sfida delle sfide in termini di studio è riuscire a immagazzinare un’enorme quantità di informazioni e saperle poi esporre in modo esaustivo e con proprietà di linguaggio al momento della verifica. Qual è il metodo più efficace per centrare l’obiettivo? Le strategie sono diverse. Tra le più utilizzate vi è certamente ripetere a voce alta quel che si è letto sui libri; ma è davvero la tecnica migliore?
Secondo uno studio abbastanza recente pubblicato sulla rivista Science, sì. Quanto meno a lungo termine e per le materie scientifiche. Per memorizzare un capitolo di un libro o una lezione, sostengono i ricercatori, un team della Purdue University di West Lafayette (nell’Indiana), ripetere ad alta voce serve di più che usare metodi più elaborati, come fare schemi o mappe concettuali, di solito molto utilizzati per fissare nella mente concetti di scienze, chimica o fisica. Per arrivare a tale conclusione, gli autori hanno coinvolto 200 studenti alle prese con argomenti di diverse discipline scientifiche e li hanno divisi in due gruppi: al primo è stato chiesto di studiare creando mappe concettuali, al secondo di leggere e poi ripetere. All’inizio, i due gruppi ricordavano la stessa quantità di informazioni. Dopo una settimana, tuttavia, i ragazzi che avevano ripetuto ad alta voce hanno mostrato un miglioramento del 50% della memorizzazione a lungo termine rispetto ai compagni che avevano studiato con l’altro metodo. Agli studenti sono state poste domande relative agli specifici concetti studiati ed è stato anche chiesto loro di fare inferenze, cioè di fare collegamenti tra cose che non erano esplicitate nel testo. In entrambi i casi, con la ripetizione si sono ottenute performance migliori che con le mappe concettuali. Attenzione: la ricerca non contesta la validità di quest’ultima strategia, ma sostiene la tesi che nel loro percorso di apprendimento i ragazzi dovrebbero dedicare più spazio alla ripetizione.
Un altro studio più recente, invece, è arrivato a un conclusione decisamente diversa. Secondo gli autori, Henry Roediger e Mark McDaniel, ripetere non aiuterebbe affatto a memorizzare; anzi, sarebbe una strategia fallimentare, o quasi. Sulle pagine della rivista Learning and Memory, i due psicologi affermano che la mera ripetizione potrebbe interferire con la memorizzazione, rendendo più difficile apprendere nuove nozioni sullo stesso argomento che si sta ripetendo. Non solo. Porterebbe a maggiori difficoltà nel distinguere tra informazioni simili tra loro. Lo dimostrerebbe uno dei loro esperimenti, che consiste nel far memorizzare una lista di oggetti a due gruppi di individui. Al primo la lista veniva mostrata una sola volta, al secondo tre volte. In un secondo tempo, veniva mostrato un secondo elenco con alcune aggiunte di oggetti simili (“esche”). Le persone che avevano letto più volte il primo elenco riconoscevano più facilmente gli oggetti originali, ma avevano più difficoltà con quelli nuovi. Secondo i ricercatori, poi, leggere, rileggere e poi ripetere è una strategia insidiosa, perché spesso dà la sensazione di avere imparato tutto, quando, in realtà, si hanno ancora alcuni buchi.
Su un punto i due team di ricercatori concordano: per entrambi, gli studenti, in genere, non sono pienamente consapevoli del loro livello di preparazione e tendono a sopravvalutarlo. Ma quanto al valore del ripetere a voce alta per memorizzare meglio, chi ha più ragione? “I nostri principali canali di apprendimento sono tre: uno è quello visivo, attraverso le immagini; uno è quello uditivo, a sua volta suddiviso in uno legato ai suoni veri e propri (ritmi, toni, musica) e uno prettamente verbale; l’ultimo è quello cinestesico, legato, cioè, alla percezione di sensazioni come tatto, olfatto, gusto e di micro e macromovimenti muscolari” spiega Andrea Zardi esperto di programmazione neurolinguistica e tecniche di memorizzazione. “Il cervello della specie umana si è evoluto in modo tale che la stragrande maggioranza dei nostri neuroni è deputata all’apprendimento visivo e cinestesico, mentre quelli legati alla percezione uditivo-verbale sono minoritari. Quando si cerca di imparare ripetendo ad alta voce parole e frasi, si coinvolge solo la parte uditivo-verbale del nostro cervello, mentre quelle visiva, cinestesica e uditivo-tonale non sono chiamate in causa. Di conseguenza, il nostro cervello, in un certo senso, ‘si annoia’ e inizia a creare distrazione. È quello che succede anche di fronte a un insegnante che continua a parlare troppo a lungo. Il problema della ripetizione verbale è che utilizza una parte minima del nostro cervello. Storicamente, la nostra scuola è stata improntata principalmente su questa forma di ripetizione, ma la maggior parte degli studenti è più portata per un apprendimento di tipo non verbale. I ragazzi più fortemente visivi o cinestesici hanno quindi meno possibilità di sviluppare le loro capacità mnemoniche, fanno più fatica e sono penalizzati rispetto a chi ha particolarmente sviluppata la componente verbale”.
Qual è, allora, il sistema migliore? Ci sono molte tecniche di memorizzazione, ampiamente descritte in tanti libri; tra i migliori e più famosi ci sono quelli di Tony Buzan, lo psicologo inglese inventore delle mappe mentali. Tutte, però, hanno un comune denominatore. “Tutte aiutano a utilizzare tutti e tre i canali di accesso alla conoscenza e a memorizzare a 360°: usare l’aspetto cinestesico, e quindi le emozioni, l’aspetto visivo, e quindi immagini piatte, tridimensionali o anche in movimento, e l’aspetto uditivo. Grande spazio ha anche la capacità di creare collegamenti e associazioni” dice l’esperto. Per chi segue delle lezioni, la rapidità di memorizzazione dipende molto anche dalla capacità di un insegnante di stimolare tutte e tre queste componenti dell’apprendimento. “Un canto della Divina Commedia rimane molto meno impresso nella mente se viene spiegato con un tono piatto che non se a declamarlo è Roberto Benigni, che nei suoi show solletica la nostra percezione verbale, certamente, ma anche quella tonale, dando inflessioni diverse alla voce dei vari personaggi, quella visiva tridimensionale, rappresentando ciascuno con posizioni e gestualità differenti, e quella cinestesica” esemplifica Zardi. Dunque, la classica tecnica di leggere e ripetere a voce alta è da buttare via tout court? Non proprio. “Non è che la ripetizione di parole sia sbagliata. Semplicemente, non è il sistema di apprendimento più efficace e, da solo, non è sufficiente per memorizzare con la massima rapidità perché sfrutta un unico canale. Può essere comunque utile, purché fatto con tempi precisi (troppo spesso non funziona), e resta comunque uno strumento valido non tanto per aiutare a memorizzare, quanto per fare una verifica del proprio grado di preparazione e simulare un’interrogazione o un esame” conclude l’esperto.

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