Telelavoro: opportunità o rischio?

Telelavoro: opportunità o rischio?Il telelavoro è quella cosa che capita di sognare quando ci si ritrova bloccati in mezzo al traffico sulla via verso l’ufficio. O quando il treno che si è costretti a prendere tutti i giorni arriva in ritardo e stipato come un carro bestiame. O ancora, quando fuori piove e tira vento e la sola idea di uscire da casa è una pugnalata al cuore. O peggio, quando c’è un bel sole che come un canto delle sirene invita trascorrere almeno qualche ora all’aria aperta, e invece tocca rinchiudersi per le canoniche otto ore da contratto in un cubicolo illuminato al neon.
Capita di sognarlo, perché in Italia il telelavoro è praticamente inesistente. Anche se ormai potrebbe (o dovrebbe) essere almeno una realtà consolidata. Certo, non tutti i mestieri possono essere svolti a distanza, ma la stragrande maggioranza dei lavori «da ufficio» si potrebbero svolgere tranquillamente anche da casa propria. In fondo non serve altro che un computer, una connessione a Internet veloce e protetta, l’accesso ai database aziendali, magari Skype per le videoconferenze, un telefono, al limite una stampante e un po’ di cancelleria. Nemmeno dal punto di vista contrattuale ci sono più ostacoli. Già nel 2004, infatti, in Italia è stato firmato un accordo tra Confindustria, sindacati e altre 19 associazioni imprenditoriali, che dà la possibilità (anche se non il diritto) di lavorare da casa. E di essere garantiti e tutelati allo stesso modo di chi lavora in ufficio.
Insomma, si può fare. Invece, secondo l’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, nell’ultima classifica europea disponibile sul telelavoro realizzata nel 2005, l’Italia era al terzultimo posto su 27 paesi, con appena il 2,3% della popolazione lavorativa attiva che telelavorava per almeno un quarto del tempo, contro il 15,5% della Repubblica Ceca, il 14,4% della Danimarca, il 13% del Belgio, e il 12% della Norvegia. Anche Germania e Francia facevano molto meglio, con il 6,7% e il 5,7%. A distanza di nove anni, l’Italia è sembra ancora al palo, con una percentuale che non supera il 6%, raggiunta grazie ad alcune multinazionali che in Italia hanno sedi commerciali o periferiche. La situazione è ancora più difficile nella Pubblica amministrazione, dove il tema è semplicemente ignorato.
A rallentare la diffusione del telelavoro, probabilmente, oltre al cronico ritardo dell’Italia su tutto quello che ha a che fare con le innovazioni tecnologiche, è anche la struttura produttiva italiana, costituita prevalentemente da piccole e medie imprese, gestite in maniera tradizionale, spesso patriarcale. Il problema è che di solito al datore di lavoro non piace che un suo dipendente non sia fisicamente presente in azienda. L’opinione dominante è che si produce di più e meglio se si è sul posto di lavoro. E si viene controllati dal capo.
Gli studi, invece, dicono il contrario. Un utilizzo sistematico del telelavoro permetterebbe di ridurre i costi fino al 30%, grazie alla ripartizione dei posti di lavoro. E di accrescere la produttività tra il 2% e il 5% all’anno. Senza contare l’impatto sul traffico e sui trasporti pubblici: si potrebbe abbattere drasticamente il costo annuo del tempo perso dagli italiani negli spostamenti urbani, che l’Aci calcola in 40 miliardi di euro. E ridurre l’inquinamento, lo stress e gli incidenti stradali.
I benefici, naturalmente, non sono solo per l’azienda e la collettività, ma anche per il telelavoratore e la sua qualità di vita. La libertà di gestire autonomamente il lavoro e, dunque, anche il proprio tempo, si traduce nella possibilità di sbrigare le commissioni senza dover prendere un permesso, di fare la spesa quando i supermercati sono meno affollati, di non perdersi più il saggio di danza o la recita scolastica dei propri figli. O anche, semplicemente, di concedersi una passeggiata al parco a metà mattina solo per il piacere di farlo. Non è un caso che alcune ricerche abbiano rivelato che il telelavoro riduce sostanzialmente l’assenteismo: il motivo è che molti lavoratori che si mettono in malattia spesso non sono affatto malati: lo fanno per questioni familiari, bisogni personali o stress.
Va detto, però, che esistono anche alcuni aspetti negativi. E non sono affatto marginali o irrilevanti. C’è il rischio di cedere alle distrazioni e di non lavorare con la concentrazione necessaria, ma c’è anche il rischio opposto: quello di non riuscire più a separare casa e ufficio, sfera lavorativa e sfera personale, finendo intrappolati in un vortice molto pericoloso. Ma soprattutto c’è il rischio d’isolamento: il confronto quotidiano con i colleghi a volte può essere faticoso, è vero, ma spesso è anche una fonte d’ispirazione e di apprendimento, un’occasione di crescita professionale e personale.
Sembra però che questi aspetti non spaventino troppo. Anzi. Un recente sondaggio online di Duepuntozero per Manageritalia ha evidenziato come l’88% dei lavoratori italiani vorrebbe lavorare da casa e di questi, il 40% è addirittura disposto a una riduzione di stipendio pur di farlo.
Adesso non resta che convincere il capo a fidarsi.

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