Vestirsi di green

Ma come ti vesti?
Anche una scelta all’apparenza banale e innocua come comprarsi una maglia, una camicetta o un tailleur ha conseguenze sull’ecosistema. Ancora una volta non si tratta di essere integralisti e mettersi a tessere e cucire da soli i propri vestiti. Ma è utile conoscere alcune cose. Per esempio che il bambù può essere trasformato in filati molto pregiati e piacevoli da indossare. E, a differenza del cotone, cresce con facilità e non richiede concimi né trattamenti antiparassitari. O ancora, che i tessuti sintetici, quelli derivati dai sottoprodotti del petrolio, se da un lato costano meno e sono più versatili, dall’altro implicano un maggior consumo energetico, hanno una scarsa capacità traspirante e un’elevata carica elettrostatica. Che il jeans è probabilmente il capo meno rispettoso dell’ambiente, per via dei lavaggi e delle tinture. Che anche i tessuti naturali, lana, cotone, canapa, seta e lino, possono risultare tutt’altro che naturali. Basti pensare ai pesticidi e ai defolianti usati durante la coltivazione delle fibre vegetali, ai trattamenti antitarlo o antiparassitari che subisce la lana, ai prodotti chimici utilizzati per aumentare la resistenza in fase di tessitura, alla sbiancatura e alla tintura con coloranti chimici. È normale che alla fine restino residui di formaldeide, di metalli pesanti, pesticidi e pentaclorofenoli. E che qualcuno possa soffrire di dermatiti allergiche da contatto.

C’è poi il problema della delocalizzazione. La crisi globale, la concorrenza della Cina, insomma, la necessità di far quadrare i conti, spingono molti marchi dell’abbigliamento a spostare la produzione in paesi dove la manodopera è decisamente più a buon mercato. E qualcuno fa finta che lo sfruttamento del lavoro minorile, il divieto di organizzazione sindacale, i salari al di sotto della soglia di povertà e le condizioni di lavoro disumane non esistano.

Scegliere l’abbigliamento
Come tutelarsi? Semplice: scegliere fibre naturali provenienti da coltivazioni biologiche e che non abbiano subito trattamenti tossici. Un buon modo è cercare l’etichetta Ecolabel, il marchio europeo, una margherita stilizzata, che premia le industrie che realizzano prodotti puliti, dalla produzione a tutti i successivi trattamenti. Attualmente le aziende possono richiedere l’Ecolabel solo per alcuni prodotti tessili, per i quali sono stati definiti i criteri ecologici. E solo in poche l’hanno richiesta e ottenuta. Nell’attesa che la consapevolezza cresca e i vesti ecologically correct aumentino (la scorsa primavera, per esempio, la catena di abbigliamento low cost H&M ha presentato una collezione completamente green, utilizzando poliestere ricavato da bottiglie e scarti tessili, cotone organico e tencel, un materiale simile alla seta, rinnovabile e realizzato con il minimo impatto), un altro modo per vestire trendy e contemporaneamente far bene all’ambiente è darsi al riciclo.

La sostenibilità di tendenza
Chi è stata a uno swap party sa che la cosa può anche essere molto divertente. Il fenomeno dello swap (letteralmente, baratto) è nato qualche anno fa a New York (dove sennò?), e ormai spopola anche in Italia. Si tratta di feste in cui le invitate portano abiti, borsette, scarpe e accessori non utilizzano più ma hanno un sicuro fascino vintage. Un modo divertente, e a costo zero, per rifarsi il guardaroba senza impattare sull’ambiente. Di solito funzionano con il passaparola tra amiche, ma ci sono anche siti come Swapclub o UrbanSwapParty  che tengono un’agenda sempre aggiornata sui party organizzati in Italia.

 

A cura di: Margherita Abbate Daga

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