Womenomics: il lavoro delle donne che vince la crisi economica

Più ricchezza alla famiglia grazie al lavoro delle donne
Womenomics è un neologismo coniato nel 2006 dalla rivista Economist contraendo il termine più lungo (e quasi impronunciabile) di Womeneconomics, ripreso da una tesi lanciata già nel 1999 da un analista di Goldman Sachs. In Italia, per lo stesso concetto si è parlato anche di Fattore D (come donna), che è tra l’altro il titolo di un interessante saggio scritto da Maurizio Ferrera per Mondadori (Il Fattore D. Perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia).
Il punto di partenza, si diceva, è semplice: la nuova formula della crescita economica è donne-lavoro-economia-fecondità, perché con la teoria Womenomics si legano per la prima volta gli indicatori di crescita economica di un paese con le problematiche delle cosiddette pari opportunità.
Da un lato bisogna considerare che le donne hanno mediamente titoli di studio più elevati, capacità relazionali/gestionali più elastiche e sono in grado di mettere meglio a frutto le proprie competenze specifiche. Dall’altro è emblematico che nei paesi in cui la partecipazione della forza lavoro femminile è più forte, siano anche minori i problemi demografici.

In pratica, l’occupazione delle donne garantisce più ricchezza alla famiglia e mette in moto meccanismi che hanno una ricaduta positiva sull’intero sistema economico. Semplificando al massimo, si può dire che più alto è il numero di donne che lavorano, più numerosi saranno i nuclei familiari che si rivolgeranno al mercato per trovare una soluzione ai tanti bisogni domestici di cui si occupa una “stay at home mum”, una mamma che sta a casa coi figli. E questo già di per sé significa più ricchezza diffusa, crescita dei consumi, impulso all’economia dei servizi.


Donne al lavoro: la situazione italiana
Eppure. Eppure proprio l’Italia è uno dei paesi in cui il fattore Womenomics fatica di più a concretizzarsi. Tra le nazioni ad alto reddito siamo quella che utilizza di meno il potenziale di sviluppo legato al lavoro femminile.
Penultimo in Europa per tasso di occupazione femminile (siamo intorno al 47%, che al sud diventa 31%), il nostro paese è anche tra quelli con un tasso di natalità tra i più bassi al mondo (1,4%). I rapporti Istat parlano di difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro e di un welfare inefficiente. Con la conseguenza più diretta che, là dove lo Stato non garantisce supporto, sono proprio le donne che continuano a sobbarcarsi l’onere della cura verso bambini, anziani, disabili. Altro che valorizzazione del potenziale umano.
In più vanno considerate le differenze salariali tra i due sessi (gli uomini percepiscono in media il 22,8% in più di retribuzione lorda annua) e in generale un atteggiamento discriminatorio per cui nelle “stanze dei bottoni” di donne continuano a entrarne davvero poche. Cosa significhi esattamente l’aggettivo “poche” si fa presto a spiegarlo.
L’ultimo rapporto del Cerved sulle imprese italiane (marzo 2009) definisce una “rarità” le aziende in cui il potere è in mani femminili, cioè quelle che hanno consigli di amministrazione a totalità o a maggioranza femminile. Per essere più precisi: a fronte di circa 13mila imprese italiane con board maschile al 100%, sono solo 1850 quelle con un cda a prevalenza femminile, e addirittura solo 767 quelle con cda totalmente femminile. In particolare, i consigli d’amministrazione in cui la presenza delle donne è più diffusa sono quelli di imprese attive nel mondo dell’istruzione, della sanità, dell’assistenza, oltre al tessile e all’a bbigliamento.
Ancora: nei cda dei primi 10 gruppi italiani non si incontra nemmeno una donna, mentre allargando l’indagine ai primi 15 si registrano solo 2 che hanno un board non totalmente declinato al maschile. E questo nonostante tutti i dati indichino che la presenza femminile nelle stanze del potere si associa a una minore percentuale di imprese in crisi o in fallimento. E analizzando il periodo 2007-2009 dal punto di vista della redditività operativa su base annua, si scopre che le aziende con una maggiore presenza femminile ai piani alti hanno registrato un + 56% rispetto a quelle con una dirigenza esclusivamente maschile.

Il problema resta partire da questi dati per realizzare politiche economiche realmente valorizzanti, che puntino sulla partecipazione lavorativa femminile per incrementare il potenziale di crescita e combattere il ristagno economico. Mentre ancora nel 2010, la quota di donne dirigenti in Italia era ferma al 6,8%, molto indietro rispetto al 17% della Svezia, al 14% di Usa e Regno Unito, ma anche all’11% della Russia e all’8% della Cina.

A cura di: Laura Taccani

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