Adozioni: un percorso verso la genitorialità

Diventare genitori adottivi

La questione riguarda migliaia di famiglie ogni anno. Cifre che al di là delle polemiche – negli ultimi tempi si è discusso di un presunto calo delle richieste di adozione, dovuto probabilmente alla crisi economica – implicano una riflessione sulla “gestione psicologica” di questa scelta. Perché diventare genitori adottivi è una decisione bellissima, ma impegnativa sotto molti punti di vista. Che va affrontata con consapevolezza. Servono cioè motivazioni solide, che permettano di metabolizzare quanto più serenamente possibile dinamiche emotive e difficoltà concrete legate a tempi, ostacoli, procedure burocratiche.

Ne abbiamo parlato con la dottoressa Paola Pistacchi, psicologa, ricercatrice e responsabile del Servizio Accoglienza dell’Istituto degli Innocenti a Firenze.

Adottare un bambino: la scelta di essere genitori
«Il cammino che la coppia coniugale deve intraprendere per divenire una coppia di genitori adottivi è lungo, complicato e difficoltoso, sia dal punto di vista psicologico che burocratico-giudiziario. Proprio per questo è importante che una coppia non risulti impreparata, e che possa contare su rapporti di collaborazione e fiducia con gli operatori che incontrerà lungo il tragitto. Solo su queste basi potrà realizzarsi quell’adattamento tra genitori e bambino che non deve affatto essere considerato un processo automatico e naturale. È importante infatti che già in questa fase si prenda consapevolezza delle difficili situazioni che potranno verificarsi, e di quali siano le strategie necessarie per farvi fronte». E infatti, al di là delle tappe fissate dalla legge, deve esserci prima di tutto una scelta a livello profondo: quella di accogliere, in senso concreto ma anche affettivo, un bambino procreato da altri. Prosegue la dottoressa Pistacchi: «Nonostante i cambiamenti degli ultimi anni, nella nostra società c’è ancora la tendenza a considerare più importanti i legami di sangue. Come se la maternità e la paternità adottive fossero inferiori a quelle naturali. Ma se la parola “generare” si riferisce a un compito puramente biologico, la parola “genitore” ha implicazioni diverse e rimanda a un rapporto che si fonda su legami affettivi più che su questioni di dna: il vero genitore è colui che si prende la responsabilità di un bambino. Allo stesso modo, dire “mio figlio” non si significa attribuire all’aggettivo un valore di possesso: un figlio è nostro se l’abbiamo voluto, cresciuto e amato. Ecco perché è essenziale che lo spazio per l’accoglienza sia mentale prima ancora che fisico».


Il figlio immaginario e il figlio reale

E il discorso è ancora più decisivo oggi quando, spesso, capita che arrivino all’adozione coppie che non sono riuscite a concepire un figlio né naturalmente né attraverso la procreazione assistita. Ciò che bisogna chiarire fin dall’inizio, avverte la psicologa, è che un bambino non può mai essere considerato un risarcimento alla sterilità o alla solitudine, né un elemento attraverso cui uniformarsi all’ambiente in cui si vive.
Anche perché qualsiasi sia la motivazione, la coppia sperimenterà sentimenti e pensieri contrastanti. Primo fra tutti l’ansia: durante l’attesa un genitore finisce spesso col crearsi un figlio immaginario, e desiderare più o meno esplicitamente di poter cancellare il passato reale del bambino che sta adottando. «Un comportamento sbagliato. Volendo ridurre le differenze del piccolo rispetto alle proprie aspettative o alle caratteristiche dei coetanei, si rischia di attribuire a un’eredità biologica “negativa” atteggiamenti o tratti caratteriali che sono invece spia di difficoltà o strumenti di difesa».


Accettazione e unicità

Un figlio adottivo deve viceversa sentirsi accolto così com’è, con la sua storia, la sua individualità e in molti casi con il suo bagaglio di cultura, lingua e tradizioni diverse. Occorre quindi, ammonisce la dottoressa Pistacchi, riorganizzare gli equilibri e i ruoli familiari in funzione dei bisogni del bambino. E questo sentimento d’accettazione deve coinvolgere non solo i genitori, ma i fratelli – quando ci sono – e la famiglia nel senso più allargato. Un altro passaggio chiave è quello che può essere chiamato periodo post-adozione, che non si esaurisce nella fase di vigilanza eventualmente prevista dalla legge. Riguarda semmai l’inserimento reale del bambino, e quella sorta di “cordone sanitario” di affetto e attenzioni particolari con cui bisogna tutelarlo e cogliere gli eventuali problemi, anche a distanza di 2 o 3 anni.


Prima regola: non mentire

Su come e quando raccontare la verità a un bambino adottato, psicologi e operatori sono ormai concordi da anni: va detta il prima possibile, scegliendo immagini e concetti in base alle sue capacità di comprensione. Perché conoscere le proprie origini è un bisogno psicologico che non può essere negato, pena l’equilibrio dell’individuo stesso. «Già da piccolissimi i bambini amano sentirsi raccontare la loro storia. Spesso chiedono informazioni e dettagli, quasi volessero memorizzare tutto dentro di sé: attraverso questi piccoli tasselli forniti volta per volta (dove la qualità, la semplicità e la serenità del dialogo sono determinanti) essi riescono a costruirsi un’i mmagine di sé integra, coerente e sicura». Il loro diritto di sapere si traduce quindi, innanzitutto, nel diritto di chiedere e parlare. Fiduciosi che i genitori sapranno accogliere le loro richieste, e dare le giuste risposte.

Come adottare un bambino
Il primo passo per l’adozione è presentare una dichiarazione di disponibilità al Tribunale per i minorenni. L’esito della richiesta dipende principalmente dall’indagine psico-sociale condotta dai servizi socio-assistenziali degli Enti Locali, che in una serie d’incontri verificano situazione familiare, sanitaria, ambiente sociale, motivazioni e così via. Una volta ottenuto il decreto d’idoneità, la coppia prosegue l’iter per l’adozione. Nel caso si scelga la strada dell’adozione internazionale, è necessario il conferimento d’incarico a un Ente Autorizzato (elenco e altre info su www.commissioneadozioni.it) che prenderà contatto con l’autorità centrale del paese straniero. Sarà sempre l’Ente a organizzare l’incontro, all’estero, degli aspiranti genitori con il bambino e a gestire le fasi successive. Informazioni sulle procedure per l’adozione in Italia si trovano invece su www.tribunaledeiminori.it e su www.giustizia.it.


 

A cura di: Natalia Mongardi

Tags:
eD Promotion: i Prodotti di Mylan Spa

Entra con le tue credenziali

Ha dimenticato i dettagli?