Aiuto! Il mio bambino ha la febbre

Ne parliamo con il professor Sergio Bernasconi, Direttore Clinica Pediatrica e Dipartimento dell’età evolutiva dell’Università di Parma e Vicepresidente Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale.

 

Professor Bernasconi, che cos’è la febbre e quando realmente può rivelarsi pericolosa per il bimbo?
La febbre non è una malattia di per sé, ma è dovuta a un innalzamento della temperatura corporea, regolato da meccanismi neurovegetativi e da centri di collegamento e coordinazione collocati in alcune zone specifiche del nostro cervello. Nella maggior parte dei casi, ma non esclusivamente, questo aumento di temperatura è scatenato da un’infezione (da batteri, e nel bambino nei primi anni di vita soprattutto da virus).
Durante un’infezione un’ampia serie di mediatori chimici – in parte prodotti dagli agenti infettanti, in parte dovuti alla reazione infiammatoria e immunitaria che l’infezione stessa produce nel nostro organismo – interferisce con questi centri e fa aumentare il livello di produzione calorica, aumentando appunto la temperatura corporea. In linea di massima va tenuto presente che molti studiosi della fisiopatologia della febbre la considerano, entro certi limiti, come un meccanismo di difesa e quindi come una reazione positiva del nostro corpo. Sottolineo questi concetti perché dovremmo sempre più abituarci a considerare la febbre come fenomeno sostanzialmente positivo anche se, come tutti sappiamo, si può accompagnare a sensazioni di malessere generale. È estremamente improbabile che la febbre di per se stessa possa procurare dei danni (dovrebbe raggiungere livelli di ipertermia grave che non si riscontrano nella comune pratica clinica) anche se sappiamo che, particolarmente in soggetti predisposti e con familiarità positiva, può scatenare delle convulsioni (in genere tonico-cloniche generalizzate: il bambino si irrigidisce, può perdere coscienza e può manifestare dei movimenti brevi a tipo “scossa” agli arti superiori e/o inferiori). Queste convulsioni, dette febbrili sono relativamente frequenti (ne possono soffrire il 2-5% dei bambini al di sotto dei 5 anni con un’incidenza massima tra i 18 e i 24 mesi) ma nella grande maggioranza dei casi sono del tutto innocue. Una particolare attenzione deve invece porsi nel caso di una febbre elevata nei primi mesi di vita non tanto per la febbre quanto per il fatto che, nel lattante, può essere espressione di uno stato settico, di un’infezione quindi generalizzata che non deve mai essere sottovalutata.


Quando è necessario intervenire con un antipiretico?

Personalmente ritengo che per decidere se iniziare una terapia con antipiretico debba essere tenuto in considerazione soprattutto il grado di malessere del bambino (la reazione alla febbre è molto individuale) e che comunque valori di 38,5° siano condivisibili. Per inquadrare meglio il problema si tenga presente che i farmaci antipiretici sono tra quelli più usati in campo pediatrico e che negli ultimi anni vari studiosi e varie organizzazioni sanitarie hanno raccomandato una cautela nel loro uso perché mancano dati definitivi sul tipo migliore di farmaco, sulla dose e frequenza ottimale, sull’eventuale combinazione di più farmaci. D’altra parte solo recentemente l’Unione Europea ha accettato il principio che i farmaci utilizzati nei bambini dovrebbero avere sperimentazioni specifiche che tengano conto del fatto che il bambino non è “un adulto in miniatura”.


In pediatria quali sono gli antipiretici utilizzati?

Quando ho iniziato, circa 40 anni fa, la mia carriera pediatrica il farmaco più usato era l’acido acetilsalicilico (aspirina). Successivamente è stato abbandonato per la segnalazione, in particolare nel mondo anglosassone, di effetti secondari pericolosi (quali la sindrome di Reye, soprattutto in corso di influenza e varicella). La sindrome è caratterizzata da un danno epatico e da una encefalopatia acuta. Negli ultimi anni sono stati ampiamente utilizzati il paracetamolo (soprattutto in Europa) e l’ibuprofene (soprattutto negli USA). Il paracetamolo ha effetti sia antipiretici sia antidolorifici e il suo meccanismo d’azione non è ancora completamente chiarito. L’ibuprofene rientra nel gruppo dei fans (farmaci ad azione anti-infiammatoria non steroidei), ha azione antipiretica, antalgica e antiinfiammatoria e agisce inibendo la sintesi delle prostaglandine, che sono sostanze attivate dai processi infiammatori e che svolgono un ruolo nello sviluppo della febbre. Tra i farmaci antipiretici non vanno invece considerati (e non vanno utilizzati) gli antibiotici.
Di questi ultimi si fa certamente un abuso e un iperuso, nel senso che non servono a ridurre la febbre e agiscono sui batteri mentre la maggior parte delle infezioni infantili, in particolare nell’età prescolare, sono virali.


Esaminiamo allora le differenze tra paracetamolo e ibuprofene

Recentemente l’organo ufficiale di farmacovigilanza in Francia ha ribadito che l’ibuprofene sembrerebbe avere un’efficacia antipiretica leggermente superiore al paracetamolo in termini di rapidità e di durata d’azione, mentre il paracetamolo avrebbe una migliore azione sull’attività e sullo stato di vigilanza del bambino. Il paracetamolo non determina inoltre gli effetti collaterali indesiderati che si possono associare all’uso dei fans (in particolare emorragie digestive e danno renale) e comporta un minor rischio di interazioni negative con altri farmaci. L’unico effetto negativo significativo segnalato è l’epatotossicità che si può avere in caso di sovradosaggio (a questo proposito vale sempre la raccomandazione che vengano rispettate le dosi di farmaco suggerite dal pediatra che le calcola in genere in rapporto al peso del bambino). D’altra parte l’ibuprofene, oltre alle caratteristiche suddette, è sicuramente tra i fans quello meno responsabile di effetti collaterali indesiderati. Anche se, è bene riconoscerlo, in campo pediatrico sono più numerosi, e anche più recenti, gli studi farmacologici effettuati sull’ibuprofene.
Anche le recenti raccomandazioni francesi, a cui ho fatto cenno, non stabiliscono una precisa priorità, ma raccomandano unicamente di tener conto delle possibili controindicazioni nel singolo paziente (per esempio non somministrerò paracetamolo a un paziente con insufficienza epatica o ibuprofene a un paziente con insufficienza renale; si tratta comunque di casi relativamente rari rispetto alla massa delle prescrizioni e ben selezionati).

 

A cura di: Minnie Luongo

Tags:
eD Promotion: i Prodotti di Mylan Spa

Entra con le tue credenziali

Ha dimenticato i dettagli?