Allergie alimentari in età pediatrica

Allergie alimentari in età pediatricaAvanza il progresso, si sviluppano nuove tecnologie, procede la ricerca scientifica, migliorano le condizioni igieniche e sanitarie. Eppure le allergie continuano a colpire. Anzi sono in crescita costante. Anno dopo anno, all’inizio della primavera – la famigerata stagione dei pollini – il concerto di starnuti aumenta di volume. E intanto si diffondono le allergie di tipo alimentare (secondo le stime più recenti, ormai interessano il 3% della popolazione), soprattutto nell’età pediatrica (l’incidenza tra i bambini ha raggiunto il 10%), mentre più del 6% della popolazione è affetta da intolleranze alimentari. Come mai?
Il motivo, paradossalmente, va cercato proprio nel miglioramento della qualità della vita. Fino a qualche decennio fa si viveva – soprattutto i bambini – molto di più all’aperto; si consumavano cibi peggio conservati e molto meno controllati; le famiglie erano più numerose ed era più facile trasmettersi virus e malanni. Oggi, per fortuna, le vaccinazioni prevengono più efficacemente le malattie infettive e gli antibiotici le fanno abortire rapidamente. E, infatti, la mortalità infantile si è drammaticamente ridotta. Il problema è che il sistema immunitario, non più sotto pressione, finisce con l’”impazzire” più facilmente, favorendo la comparsa di reazioni di tipo allergico. È il prezzo da pagare uno stile di vita più “pulito”.
Come spiega il dottor Gianenrico Senna, responsabile dell’unità operativa di allergologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Verona, «l’allergia non è un deficit immunitario, come ogni tanto si sente dire. Al contrario, è un eccesso di risposta immunitaria». Succede, infatti, che il sistema immunitario degli allergici scambi alimenti naturali e innocui per qualcosa di pericoloso, e di conseguenza rilasci speciali anticorpi, le immunoglobuline E (IgE), per combatterli. Questi anticorpi, ogni volta che rilevano la presenza di un alimento “pericoloso”, anche in piccole dosi, fanno rilasciare nel sangue alcune sostanze tra cui l’istamina, con conseguenze indesiderate. «La reazione, in alcuni casi», illustra l’esperto, «si esaurisce a livello del cavo orale, con una sensazione di prurito. Altre volte è più importante, perché il cibo supera la barriera gastrica, viene assorbito a livello intestinale ed entrando in circolo può scatenare quella che è la classica reazione allergica. Con problemi cutanei come l’orticaria, difficoltà respiratorie come l’edema della glottide, fino al brusco calo della pressione arteriosa e dunque allo shock anafilattico».
La buona notizia, dice il dottor Senna, «è che oggi riusciamo a capire esattamente qual è il problema. Una volta si pensava che la positività a un alimento dovesse comportarne la rinuncia totale. Ma i cibi sono un mosaico di proteine, e chi è allergico lo è solo a una proteina specifica, non a quel cibo tout court. Grazie alla diagnostica molecolare ora è possibile individuare correttamente la proteina “incriminata” e le sue caratteristiche, un fattore essenziale per formulare una prognosi corretta. Alcuni alimenti, come la mela, per esempio», continua l’allergologo, «contengono proteine termo-labili. Questo significa che mentre una mela cruda potrebbe causare una reazione allergica, se viene cotta è innocua. In altri casi si hanno proteine acido-sensibili, che vengono cioè distrutte dai succhi gastrici. Succede quindi che l’allergene possa causare prurito a livello della bocca e magari un po’ di nausea una volta che ha raggiunto lo stomaco; ma poi viene distrutto e non si rischia né orticaria né shock anafilattico».
Quello che è certo è che ogni età ha la sua allergia più frequente. «In età pediatrica», ricorda Gianenrico Senna, «gli indiziati principali sono l’uovo e il latte. In età adulta, invece, la frutta secca, i crostacei e, soprattutto nel bacino del Mediterraneo, la pesca. I bambini, però, possono guarire spontaneamente: dipende dall’allergene. Se sono sensibili alla lattoalbumina è possibile che col passare degli anni l’allergia regredisca, se invece il colpevole è la lattocaseina sarà molto più difficile superarla. Lo stesso discorso vale per l’uovo: l’allergia al tuorlo dura tutta la vita, quella all’albume di solito passa ».
Se dunque il tipo di allergia, o meglio di allergene, condiziona prognosi e terapia, è importante identificarlo subito. Se il bambino dovesse manifestare un disturbo dopo aver assunto un certo alimento, anche solo un’orticaria o una rinite, è fondamentale recarsi dal medico ed effettuare un test per una diagnosi il più precoce possibile. Quello di primo livello è il prick test, che consiste nell’applicare sulla pelle una goccia dell’allergene e osservare la reazione. Se è positivo, bisogna per prima cosa eliminare dalla sua dieta l’alimento incriminato. E poi effettuare un test di secondo livello per approfondire. «Quando si è in presenza di un’allergia seria, come per esempio quella alla lattocaseina», aggiunge lo specialista, «è importante sapere che esistono prodotti che possono contenere latte in maniera “occulta”, e dunque è meglio leggere sempre le etichette. E ancora più importante è dotare la famiglia di adrenalina autoiniettante, il farmaco che in caso di shock anafilattico è l’unico salvavita». D’altro canto bisogna anche sapere, conclude il dottor Senna, «che non sempre la positività al test è definitiva. Ogni risultato va interpretato. L’esempio più banale è rappresentato dall’allergia alle graminacee. La stragrande maggioranza di chi ha disturbi dovuti al polline, risulta allergico al frumento a seguito del test alle allergie alimentari. Ma questo perché il frumento è una graminacea. E non è affatto detto che si debba rinunciare alla pasta o alla pizza: di solito pasta e pizza vengono mangiate pervia cottura, dopo cioè che l’allergene è stato distrutto».

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