Bambini e cartoon: istruzioni per l’uso

Bambini e cartoon: istruzioni per l’usoÈ uno dei temi più dibattuti quando si parla di pedagogia e modelli educativi. Televisione sì, televisione no. E poi eventualmente da quando, quanta e in che misura sotto stretto controllo. Oggi poi dici “televisione” e stai già limitando il discorso, perché fin da piccolissimi i bambini imparano a maneggiare tablet e device assortiti che propongono lo stesso tipo di modello di intrattenimento e di comunicazione. Una cultura delle immagini – e parlando d’infanzia questo significa principalmente cartoni animati e loro declinazioni ludiche, ossia videogiochi con cartoons come protagonisti – che per forza di cose è diventata ormai pervasiva. Perché se una volta esistevano solo alcune trasmissioni dedicate ai bambini, in fasce orarie particolari, oggi nel mondo on demand è sempre tutto disponibile in qualsiasi momento. Senza contare la presenza in ogni casa di dvd, blue ray e supporti assortiti che rendono la possibilità di visione realmente h24. Mettici in più che, nelle giornate sincopate che vive la maggior parte di noi, è normale trovare “comodo” che un bambino se ne stia un po’ di tempo seduto sul divano davanti a un cartone animato.
In media si pensa che sia sufficiente conoscere i contenuti del programma, per poter “gestire” la situazione in modo proficuo per entrambi, adulti e bambini: i primi ne approfittano per dedicarsi ad altro, i secondi hanno sicuramente l’attenzione calamitata. Ma è davvero così? Il vantaggio è realmente reciproco? O ha ragione invece chi sostiene che i bambini davanti a uno schermo dovrebbero starci il meno possibile (i più integralisti dicono proprio per niente). Sia proprio per quell’effetto ipnotico e quella passività che davanti a un televisore sono rischi concreti. Sia perché, più generale, si tratta di uno strumento che non favorirebbe un sano strutturarsi della loro giovanissima personalità.
Se mettiamo da parte per ora le posizioni più estreme, l’opinione più condivisa da psicologi e pedagogisti è che l’incontro con il televisore – ma ovviamente anche i tablet e così via – vada posticipato almeno al compimento dei 3 anni. Sempre che la convivenza con fratelli e sorelle più grandi lo permetta. Questo perché il tipo di comunicazione, anche quando non è basata sui ritmi troppo serrati la cui dannosità dovrebbe risultare evidente, procede comunque per sovrapposizione successiva, a volte addirittura simultanea, di immagini. Non segue quindi, come nel caso di una favola letta o raccontata, quella progressione lineare che aiuta il bambino a organizzare i propri pensieri, a lasciar sedimentare le emozioni. In pratica le immagini in movimento, i dialoghi e i colori sempre molto vivaci, hanno un effetto eccessivamente stimolante che non favorisce la concentrazione del bambino. La pensa così per esempio Paolo Landi, che oltre a una sterminata esperienza nel mondo della pubblicità e dei media ha pubblicato qualche anno fa il fortunato volumetto Volevo dirti che è lei che guarda te (Bompiani). Ovvero la televisione spiegata a un bambino. E oggi ribadisce: «Un cartone animato è divertente se guardato in tempi e modi limitati. Ma una favola raccontata è comunque un’esperienza totalmente diversa. Perché prevede creatività, condivisione e unitarietà, contrapposte alla frammentarietà di un cartoon, che si basa per forza su un linguaggio conciso e veloce. Il montaggio stesso finisce per ipnotizzare chi guarda, mentre chi ascolta una favola ne fa propri i passaggi logici e sintattici, nonché le espressioni vocali. Nel primo caso il cervello troppo sollecitato non elabora quasi nulla, nel secondo invece vive profondamente l’esperienza». Prova ne è, rimanendo al parallelismo con le favole, che chiunque abbia a che fare con dei bambini sa quanto amino ascoltare sempre lo stesso racconto, sviluppato nell’identica sequenza e con le medesime, invariate, parole. Poi certamente, soprattutto nell’ultimo decennio, la qualità e la cura dei cartoni animati sono migliorate sotto tutti i punti di vista: contenuti, forma, ritmo. Ma resta il fatto che non è contemplato il rapporto umano, non c’è possibilità di “scambio”, e non c’è quindi un vero arricchimento personale. Ecco perché, al netto di quel bisogno di baby sitting per cui spesso i bambini vengono lasciati da soli davanti allo schermo, l’ideale sarebbe anche in questo caso “fare le cose insieme”: guardare la tivù con loro, per trasformare un momento a rischio di passività in un’occasione condivisa.
Perché considerando la questione cartoni-animati da un altro punto di vista, è vero che mano a mano che il piccolo cresce e impara l’immedesimazione, le storie rappresentate da un cartoon con precisi requisiti qualitativi possono diventare uno strumento di esternazione. Un modo per proiettare al di fuori di sé la propria interiorità e metabolizzare così vissuti come gioia, paura, insicurezza. Le trame di alcuni dei film a cartoni animati dagli anni ‘90 in qua, per dare un termine approssimativo, sono state più volte citate come esempio di approccio “positivo” a queste dinamiche. Dai primi timori che i bambini iniziano a sperimentare intorno ai 3-4 anni (un titolo su tutti: Monsters & Co) fino ai sentimenti di amicizia tra persone di età e carattere molto diversi (Up, tanto per dire). Certo è che, in ogni caso, la fruizione deve essere guidata da regole precise e contenuta entro determinati limiti. Una cosa è, quindi, guardare mezz’ora o quaranta minuti di cartoni animati a metà pomeriggio, altro è avere il televisore acceso già appena svegli (pratica largamente diffusa, ma sconsigliata all’unanimità da educatori e psicologi) o la sera prima di andare a letto. Soffermiamoci su quest’ultima situazione: da un lato c’è il clima che si instaura leggendo, o ancora meglio raccontando, una favola. Ossia creando un “ambiente affettivo” carico di intimità, che accompagni il piccolo verso il sonno e valorizzi l’affetto che lo circonda, e il rapporto umano. Dall’altro lato c’è la visione asettica, o comunque priva di affettività, di un prodotto che non ha nulla di personale. Comunque la si pensi sull’argomento cartoni, insomma, l’importante è che se ne conoscano anche alcune precise istruzioni per l’uso.

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