Bambini scatenati

Sono quelli che, prima o poi, qualcuno finisce per definire Giamburrasca, o Pierino. Piccoli con l’argento vivo addosso, che parlano a macchinetta, non stanno mai fermi, non sanno fissare l’attenzione su qualcosa per più di una manciata di minuti, hanno reazioni impulsive con gli adulti e con i coetanei. Al punto che con loro il copione si ripete pressoché identico, prima in casa poi all’asilo e poi ancora dopo l’ingresso a scuola. Insegnanti che li riprendono in continuazione e genitori che devono fare i conti non soltanto con la fatica di crescere quei figli così impegnativi, ma spesso con un senso di colpa più o meno dichiarato: perché attorno alla famiglia c’è sempre chi ne fa una questione di cattiva educazione, imputando a padre e madre troppo permissivi la responsabilità della condotta del bambino. E invece non è sempre così, perché il piccolo Giamburrasca può avere un disturbo neuropsichiatrico preciso, chiamato ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder) secondo la letteratura medica anglosassone o, in Italia, DDAI: Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività.

Con la consulenza del dottoressa Loredana Bruschi, Direttore dell’Unità Operativa di Pediatria e Neonatologia dell’Ospedale di Voghera (Pavia).

 

Una vera sindrome, dunque, a cui è toccato però un destino bizzarro: dopo molti anni di errori e sottovalutazioni – i sintomi, data la loro peculiarità, non venivano inquadrati in una situazione clinica dai contorni rigorosi – oggi l’ADHD corre a volte il rischio contrario, di essere cioè chiamata in causa anche quando non ce n’è realmente motivo. “Per questo bisogna fare chiarezza su cosa sia questo disturbo che colpisce in Italia circa il 4% dei bambini “segnala la dottoressa Loredana Bruschi, che dopo un’esperienza trentennale in Terapia Intensiva Neonatale al San Matteo di Pavia è oggi Direttore dell’Unità Operativa di Pediatria e Neonatologia dell’Ospedale di Voghera (Pavia).

Una caratteristica “di famiglia”
“Il punto di partenza deve essere l’eziologia, che è di natura genetica neurobiologica caratterizzata da un malfunzionamento di alcuni circuiti neuronali che regolano l’attenzione, il controllo dell’impulsività e dell’emotività. Un gemello omozigote ha l’80% di possibilità di presentare la stessa sindrome, un eterozigote il 50%, un fratello il 30% dato che l’unica diversità fra questi soggetti è la quota di geni in comune, la matrice genetica ha la principale importanza nella trasmissione della malattia. Inoltre, nel 64% dei casi di bambini affetti da ADHD c’è almeno un genitore che presenta questo problema e di solito si tratta del padre perché il sesso maschile viene colpito con un rapporto di 3 a 1 rispetto al sesso femminile.”

Una sindrome multisfaccettata
È altrettanto naturale, precisa però la dottoressa, che alcuni comportamenti di questi bambini finiscano per alimentarne altri, creando attorno ai piccoli una situazione che non ne facilita né l’inserimento né il recupero: un bimbo che riceve continui rimproveri, che ha difficoltà a rispettare le regole della vita di gruppo, incontrerà problemi nelle relazioni interpersonali e nell’apprendimento. Se tanti e diversi sono i fattori che entrano in gioco in un contesto così complesso, anche l’approccio alla sindrome deve essere multidimensionale, sia dal punto di vista diagnostico che riabilitativo con un team di lavoro che unisca psicologi, psichiatri, pediatri, educatori. “Solo così si può arrivare a una diagnosi corretta, che non può mai essere selettiva.”

Criteri per la diagnosi: non si accettano prove indiziarie
Sono stati fissati 18 criteri per la diagnosi che esplicitano le manifestazioni dei sintomi principali della sindrome. Prima di tutto c’è il deficit dell’attenzione. L’attenzione non ha in questi bambini la funzione di filtro, per cui si lasciano distrarre da tutto ciò che li circonda. Il secondo sintomo è l’iperattività.
Nei bambini con ADHD non vi è controllo motorio ed emotivo sufficiente: ecco allora il movimento continuo, la parlantina senza freni, l’impossibilità di risparmiare energie. All’iperattività è legata l’impulsività, perché il soggetto agisce d’istinto senza considerare le conseguenze. “Ci sono poi altri requisiti fondamentali perché si arrivi a una corretta diagnosi: la pervasività, la persistenza e l’epoca di comparsa dei sintomi.
Significa prima di tutto che le dinamiche di cui abbiamo parlato devono ripetersi in tutte le situazioni in cui si trova il bambino, e non solo in qualche contesto. Il secondo e il terzo punto, ovvero la persistenza e la comparsa, stabiliscono che i comportamenti in questione abbiano una durata minima di 6 mesi consecutivi e si manifestino prima che il bambino compia 6 anni e faccia il suo ingresso nella scuola. Già negli anni precedenti questi problemi emergono per esempio in alcuni atteggiamenti ossessivi riguardo al gioco, o in un’incapacità di rispettare turni e regole di gruppo.”
Più avanti faranno poi la loro apparizione dei disturbi secondari, come il basso rendimento scolastico (talvolta accompagnato da dislessia o disgrafia), la bassa autostima, la difficoltà di relazionarsi con i compagni, l’aggressività. Elementi, questi, che concorrono a creare nel bambino un disagio generalizzato che accompagna immancabilmente la sindrome.

Piccoli Giamburrasca crescono
E l’evoluzione? I dati dicono che nel 60% dei casi il disturbo può persistere in età adulta, anche se con manifestazioni diverse che vanno dalla logorrea, alla guida veloce con frequenti incidenti d’auto, all’incapacità di portare avanti un lavoro fisso, basso rendimento lavorativo, difficoltà nelle relazioni interpersonali fino alla tendenza all’isolamento o all’ossessività. Conclude la dottoressa: “Ma persone con questa tendenza possono risultare addirittura brillanti se si ricrea una situazione più adatta all’utilizzazione positiva di certe peculiari caratteristiche neuropsicologiche e comportamentali. Si pensi a quei personaggi, talora famosi, che hanno avuto successo nella vita, ma che a scuola hanno ottenuto scarsi risultati.”

 

TERAPIE E POLEMICHE
Ipotesi alternative e polemiche non sono mancate. Anche dopo il riconoscimento delle cause genetiche dell’ADHD, da più parti sono stati additati fattori esterni che potrebbero peggiorare l’entità dei sintomi. Si è parlato del ruolo di alcuni conservanti e coloranti alimentari o del numero di ore trascorse dai più piccoli davanti al televisore: queste ipotesi – a tratti fantasiose e senza un pieno riscontro scientifico – rischiano però di essere fuorvianti. Ma le maggiori bufere sono quelle che riguardano i farmaci. La terapia farmacologica può essere efficace nel controllare i sintomi solo se inserita in un sistema di intervento multidisciplinare riabilitativo che coinvolga medici, psicologi, educatori (“teacher training”) e famiglia. Per i genitori in particolare, c’è il “parent training” che è un intervento psicoeducativo volto a far comprendere e accettare i bisogni del loro bambino e a potenziare il loro ruolo minato da un senso di colpa e di inadeguatezza.

 

A cura di: Laura Taccani

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