È tornata la cicogna: arriva un fratellino

È la forma di gelosia più naturale, e dunque più diffusa, all’interno della famiglia. Non per questo va presa alla leggera. Perché se è vero che la nascita di un secondo figlio è un momento di gioia e di arricchimento affettivo per tutti, è altrettanto vero che quando si hanno 2, 3, 4 o 5 anni (ma anche qualcuno di più) non è subito facile metabolizzare (e quindi gestire) situazioni e sentimenti inevitabilmente contraddittori. Per comprendere cosa significhi l’arrivo di un fratellino/sorellina visto dalla parte del primogenito, qualcuno ha scritto che bisognerebbe immaginare di essere una moglie il cui marito, un bel giorno, tornando a casa se ne esca con una delle frasi che si usano coi bambini per “prepararli” al nuovo arrivo. Qualcosa tipo: «Ti amo così tanto, tesoro, che ho pensato che sarebbe bello anche per te se in casa ci fosse una seconda moglie. Non temere, non ti vorrò certo meno bene per questo e sarà una buona compagna anche per te». Insomma, anche facendo i debiti aggiustamenti, un adulto avrebbe parecchio materiale di cui parlare col proprio analista… Per questo, dei vissuti di un bambino alle prese con l’annuncio del nuovo inquilino di casa – e di come i genitori possano aiutarlo a elaborare le emozioni che prova – abbiamo parlato con la psicologa Paola Pistacchi, professore a contratto di Psicologia dello Sviluppo all’Università degli Studi di Firenze e autrice, tra l’altro, del saggio sull’adozione internazionale Il ponte adottivo, appena pubblicato da Unicopli.

Con la consulenza della professoressa Paola Pistacchi, Professore a contratto di Psicologia dello Sviluppo all’Università degli Studi di Firenze, Project Manager all’Istituto degli Innocenti.

 

Prima di tutto è necessaria una premessa. Va considerata la differenza tra le aspettative che si sono probabilmente create nella mente del bambino, e la realtà che si trova di fronte. E cioè: se con il trascorrere degli anni avere un fratello o una sorella con cui confrontarsi aiuterà senz’a ltro il piccolo nel suo percorso di sviluppo sociale, per i primi tempi le cose saranno decisamente diverse. Anche il bambino che istintivamente manifesta attrazione e affetto per il nuovo arrivato, dentro di sé deve comunque metabolizzare un cambiamento che gli impone di rimettere in gioco più di una certezza. Tra i 2 e i 5 anni (ovvero nella fascia d’età in cui più frequentemente si colloca il secondo volo della cicogna sul tetto di casa), un bambino non è ancora in grado di comprendere dal punto di vista teorico quanto siano importanti valori come la condivisione, il rispetto, il confronto, mentre ci metterà poco a capire che il futuro compagno di giochi – che qualcuno tra genitori, nonni, zii o amici gli avrà sicuramente preannunciato – per parecchio tempo sarà solo un bebè interessato a dormire, mangiare e attirare col pianto l’attenzione di tutti. Spiega la dottoressa Pistacchi:

«L’età più critica per accettare la nascita di un secondo bambino è tra i 2 e i 3 anni, una fase in cui il bambino ha quasi il monopolio della vita dei genitori. È il periodo dei no e delle opposizioni, quello in cui inizia a esprimere le proprie opinioni. Un momento, insomma, già di per sé delicato, nel quale l’inserimento di un elemento critico come un fratello o una sorella rischia di accentuare il naturale senso di frustrazione che il bambino proverebbe comunque, anche se fosse più grande».

 

Manifestazioni di gelosia
«La gelosia, infatti, è il presupposto inevitabile che si presenta a qualsiasi età, ed è sana proprio se esplicitata, tirata fuori. Gli adulti che vivono con il bambino, ad esempio, devono aiutarlo a esprimerla a parole, per gestirla meglio nei fatti. La differenza sta poi nel modo in cui questa gelosia si manifesta: intorno ai 2 anni arriva sotto forma di rabbia e risentimento, agiti soprattutto nei confronti della mamma, colei da cui il piccolo si sente più tradito.
Ecco allora i dispetti, le bugie, l’irritabilità. Un bambino che “si trattiene”, e apparentemente si comporta come se niente fosse nei confronti del fratellino e dei genitori, cercherà comunque uno sfogo in contesti non prettamente familiari, che si tratti della scuola o di altri momenti di gioco con i coetanei».
A 5 anni, prosegue la psicologa, di solito si assiste invece a una regressione verso comportamenti infantili che erano stati superati. Dal riprendere a fare la pipì nel letto alla continua richiesta di attenzioni, coccole e rassicurazioni: tutti episodi che, così come i tentativi sistematici di disturbare la mamma quando è impegnata altrove, vanno letti come un modo di buttar fuori la rabbia e le paure che il piccolo sente dentro di sé.


Familiarizzare con il “nemico”

«Anche il bambino cosiddetto troppo “adesivo”, quello per il quale tutto sembra andare liscio e del quale i parenti dicono “L’ha presa benissimo”, ha comunque bisogno di ricevere attenzioni e di essere confortato.
L’arrivo di un neonato, infatti, rappresenta comunque un momento di crisi all’i nterno di una famiglia – crisi intesa positivamente come “messa in discussione” e cambiamento – e bisogna rinegoziare i confini di ogni relazione. Anche se il bimbo non lo dà a vedere, il suo mondo interno è sconvolto dalla novità e bisogna aiutarlo ad affrontare il nuovo stato di cose». In questo senso i genitori possono prendere tanti piccoli accorgimenti per rendere graduale la presa di coscienza da parte del primogenito. Per esempio iniziando al momento giusto, quando la pancia ormai si fa decisamente notare (e, suggerisce la dottoressa Pistacchi, quando sono superati i rischi legati alle prime fasi della gravidanza) a spiegare cosa sta succedendo con termini che il piccolo possa comprendere.

Fare parlare lui stesso col pancione è un altro buon modo di aiutarlo a familiarizzare con la rivoluzione in atto, così come coinvolgerlo nei preparativi della cameretta o nella scelta del corredino. Se è possibile bisognerebbe anche evitare di far coincidere la nascita con altri grandi cambiamenti (come l’ingresso all’asilo) che potrebbero accentuare nel bambino il timore di essere escluso dalla famiglia. Quando poi il momento fatidico è più vicino, una buona idea può essere che la mamma scriva un biglietto personale per il piccolo, che gli verrà letto nel caso in cui lei debba andare in ospedale mentre lui dorme.
E ancora, un modo per festeggiare il bimbo più grande mentre tutti pensano a congratularsi per l’ultimo arrivato, è quello di fargli trovare nella culla del neonato un regalo dal valore particolarmente simbolico. Quasi un dono da parte di quel fratellino che ha sconvolto i ritmi di casa prima ancora di arrivare. «Sono tutte attenzioni che aiutano ad affrontare le novità, ma è importante viceversa che non si accentui il senso di onnipotenza già naturale nell’infanzia, facendo credere al bambino che dipendono da lui decisioni che invece non gli possono essere concesse.


Libertà di sfogo ai sentimenti

E soprattutto, il regalo più grande che i genitori possono fare al figlio maggiore è non pensare di tenerlo al riparo dalle frustrazioni e non dare per scontato che il rapporto tra fratelli andrà subito bene.
Dire a un bambino “Non ti preoccupare, lo amerai tantissimo e lo proteggerai” equivale a negargli la libertà di provare rabbia e risentimento. In qualche forma quei sentimenti si presenteranno, e lui ha il diritto di sapere che sono legittimi e che non deve sentirsi né sbagliato né in colpa».
E comunque, conclude la psicologa, se attorno al bambino è stato creato un clima affettivo adeguato, avrà risorse in abbondanza per affrontare tutte le novità e fare passi avanti nella propria autonomia. Che è poi la conquista più importante di ogni processo di crescita.
 

A cura di: Natalia Mongardi

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