Enuresi, impariamo a conoscerla

Enuresi, impariamo a conoscerlaQuasi ogni mamma si trova di fronte a un problema di enuresi del suo piccolo. Abbiamo chiesto al dottor Piercarlo Salari, pediatra di Consultorio a Milano, di fare chiarezza sull’argomento.
Dottor Salari, iniziamo dalla definizione
Si tratta di un’emissione involontaria di pipì. La sua forma più frequente è l’enuresi notturna, che consiste nell’incapacità del bambino di trattenere la pipì di notte. Si può parlare di problema solo dai 5 anni, perché prima di quest’età l’apparato urinario del piccolo non ha raggiunto il completo sviluppo.
Il disturbo, più frequente nei maschi, può comparire in modo continuo (tutte le notti) o saltuario (2-3 volte alla settimana), e in genere si risolve nel corso degli anni. Basti pensare che riguarda fino al 15% dei bambini tra i cinque e i sette anni, il 6-7 % dei bimbi di nove-dieci anni, solo il 3 % dei dodicenni, e l’1 % dei diciottenni.
Entriamo nel dettaglio
Prima dei 4 anni non c’è da preoccuparsi poiché l’apparato urinario del bimbo non è sviluppato del tutto. Si devono, infatti, ancora perfezionare:

  • l’aumento della capacità della vescica. Nel neonato quest’organo può contenere solo 30-60 ml di urina, ma questa capacità aumenta di circa 30 ml ogni anno (fino ai 12 anni). In genere, dopo i 3 anni la vescica diventa abbastanza capiente da consentire lunghi intervalli tra un’emissione e l’altra;
  • lo sviluppo della sensazione di vescica piena. Solo tra il primo e il secondo anno il bambino inizia ad acquisire questa capacità grazie allo sviluppo di particolari riflessi nervosi;
  • il controllo volontario dello sfintere, cioè di quella valvola della vescica che impedisce all’urina di fuoriuscire involontariamente all’esterno. In genere, questa capacità è acquisita dal bambino intorno al quarto anno;
  • la produzione equilibrata dell’ormone antidiuretico, prodotto dall’ipofisi (una ghiandola del cervello), che regola la produzione di urina. Quest’ormone fa sì che di notte venga prodotta circa la metà dell’urina emessa di giorno.

E quando, invece, diventa un disturbo?
Si parla di enuresi notturna solo se il problema continua dopo i 5-6 anni. Essa può essere:

  • monosintomatica: se il bambino bagna il letto di pipì solo di notte;
  • sintomatica: quando l’enuresi è segno di altri disturbi, come per esempio di un’infezione all’apparato urinario. In tal caso il bimbo presenta alcuni disturbi anche di giorno (aumento della frequenza del bisogno di fare pipì, incontinenza, urgenza impellente, difficoltà a emettere o trattenere la pipì).
    Possiamo distinguere due tipi:
  • primaria: se il bimbo, da quando è nato, non ha mai smesso di fare la pipì a letto;
  • secondaria: quando il bambino raggiunge il controllo sulla vescica per circa sei mesi, ma poi riprende a fare la pipì a letto a seguito di un evento imprevisto.
    L’enuresi va curata non solo per il disagio che arreca al bambino, creandogli per esempio difficoltà in caso di gite scolastiche o inviti da parte di coetanei, con pernottamento fuori casa, ma anche perché in età adulta si associa a disturbi della sfera sessuale, a partire dall’eiaculazione precoce.

La forma primaria
E’ la forma più diffusa. Le cause possono essere:

  • ormonali: quando sussiste una ridotta produzione dell’ormone antidiuretico di notte. Se questo ormone è carente, il piccolo produce molta pipì e non riesce a trattenerla mentre dorme.
  • organiche: quando l’enuresi è accompagnata da disturbi legati alla minzione diurna, all’origine del problema può esserci un’alterazione della vescica (l’organo che raccoglie l’urina): ciò porta a una contrazione incontrollata del muscolo che costituisce la parete della vescica, cui segue la fuoriuscita involontaria di pipì.
  • temporali: la vescica inizialmente si svuota in maniera automatica. Con lo sviluppo, invece, è il cervello a “prevalere”. Per l’acquisizione di questo step è necessario del tempo, diverso per ogni bambino.
  • ereditarie: quando è presente una predisposizione familiare.

E la forma secondaria?
È per lo più legata a un disagio psicologico vissuto dal bambino in una fase particolare della sua vita. In genere, questo tipo di enuresi si verifica all’improvviso, anche se il bimbo era prima in grado di controllare la vescica in modo corretto. All’origine problemi di varia natura, ma i più comuni sono:

  • l’arrivo di un fratellino: in questo caso, il tornare a fare la pipì a letto rappresenta un atteggiamento “regressivo”, attraverso il quale il bimbo vuole inconsciamente ritornare a essere piccolo come il neonato, che usa il pannolino, per attirare l’attenzione dei genitori;
  • l’inserimento in comunità (di solito a scuola)
  • un ricovero in ospedale
  • disagi familiari, come l’allontanamento dall’ambiente domestico: per alcuni bimbi si tratta di un evento traumatico, soprattutto se abituati a trascorrere molto tempo con la mamma. L’enuresi, in questo caso, è la manifestazione di un disagio del piccolo, che interiorizza la sua sofferenza e la esprime con l’enuresi.

Dottore, come si riconosce? E quali sono le cure più adatte?
La diagnosi dell’enuresi si basa anzitutto sulla visita medica, nel corso della quale il pediatra si informa se il problema è saltuario o si verifica spesso, è primario o secondario oppure è ereditario;
Il pediatra indaga inoltre se il piccolo ha disturbi anche di giorno e, se lo ritiene opportuno, potrà consigliare alcuni esami:

  • analisi delle urine: è utile nel caso in cui l’enuresi sia saltuaria, per escludere un’infezione, responsabile dell’incontinenza urinaria;
  • ecografia dell’apparato urinario: serve se si sospetta un’alterazione delle vie urinarie;
  • esame urodinamico: insieme di esami utili per la valutazione della funzionalità della vescica; è consigliato se vi sono disturbi urinari anche di giorno.

Per quanto riguarda le cure, solitamente l’enuresi si risolve da sé, ma in alcuni casi è utile, su consiglio del pediatra, ricorrere ad alcuni accorgimenti. La cura è sia farmacologica sia comportamentale.
I farmaci. In caso di enuresi primaria i più usati sono:

  • la desmopressina: una sostanza simile all’ormone antidiuretico, che permette di ridurre la produzione di urina, abbassando la probabilità di perdita involontaria di pipì;
  • i farmaci anticolinergici: aiutano ad aumentare la capacità della vescica di contenere l’urina. Vanno abbinati a una rieducazione del bambino al corretto svuotamento della vescica.

Le tecniche comportamentali: Si tratta di “sistemi di allarme”, a pila, da collegare alle mutandine del bambino: non appena inizia l’emissione di pipì si aziona una suoneria che sveglia il bimbo, in modo che possa andare in bagno. Il sistema mira a facilitare un apprendimento graduale della continenza notturna.
La gratificazione del bambino è un elemento fondamentale: la compilazione di un diario è perciò una strategia efficace per aiutarlo a prendere consapevolezza del problema e a dargli la motivazione per affrontarlo nel migliore dei modi.
Il cosiddetto “diario minzionale” registra tutto quanto concerne l’atto di fare la pipì e consente di valutare l’entità del problema e i progressi. Si tratta proprio di un diario, in cui i genitori registrano il numero di volte in cui il piccolo fa la pipì di giorno, quante volte bagna le mutandine e la quantità di pipì prodotta per ogni minzione.
È importante registrare anche la produzione di urina della notte (riscontrabile dal peso del pannolone) e la capacità della vescica (il quantitativo più abbondante di pipì prodotta in una singola minzione).
Si può insegnare al bimbo a controllare lo stimolo?
Sì, se l’enuresi si accompagna a frequenti sintomi diurni (per esempio, aspetta l’ultimo momento per fare la pipì, bagna i vestiti, urina troppo spesso o trattiene la pipì troppo a lungo), può essere utile la rieducazione minzionale, una sorta di ginnastica per controllare lo stimolo. E’ importante anche ripetere spesso al bambino che non appena avverte lo stimolo a fare pipì deve andare in bagno. Se non collabora, è bene programmare almeno sei momenti fissi della giornata in cui portarvelo. Infine, i genitori dovrebbero assicurarsi che tutta la pipì sia uscita: spesso i bambini, per la fretta pensano di averla fatta tutta anche se non sempre è così.
 

Alcuni consigli pratici

    1. Non punirlo nè rimproverarlo: si rischia di peggiorare il problema. Per lo stesso motivo evitare di colpevolizzarlo con frasi del tipo “alla tua età fai ancora la pipì a letto”.
    2. Farlo bere poco alla sera, prima di andare a letto; è meglio dargli da bere al mattino e poi, durante la giornata, a scadenze regolari.
    3. Rassicurarlo, facendogli capire che mamma e papà comprendono il suo problema e dicendogli che è un disturbo temporaneo, che si risolverà.
    4. Non svegliarlo di notte per indurlo a far pipì: spesso il risveglio forzato non coincide con il momento del bisogno e il piccolo può viverlo come una punizione; al contrario, deve imparare a svegliarsi da solo per andare in bagno.

 

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