C’era una volta la fiaba

Cappuccetto Rosso, Hänsel e Gretel, Barbablù, I tre porcellini, Biancaneve. Tutti le abbiamo sentite e risentite quando eravamo in età, e più o meno tutti – in qualità di genitori, di zii o baby sitter occasionali – le abbiamo a nostra volta lette o raccontate. Magari al momento di mettere a letto i bambini, o per divertirli durante un viaggio o un’attesa. Spesso più semplicemente per il puro piacere di rivivere insieme quei momenti di magia che solo le fiabe e le favole sanno creare (a voler essere precisi, col primo termine si intendono i racconti popolati da creature fantastiche come orchi, fate, giganti; col secondo, quelli che hanno spesso una morale e come protagonisti degli animali antropomorfizzati). Ci si trova come in una “bolla sospesa” in cui tempo e spazio si regolano secondo criteri diversi, grazie a un linguaggio particolarissimo, alle situazioni proposte, a una galleria di personaggi a tutto tondo che incarnano valori riconoscibili a ogni età.
Proprio queste caratteristiche fanno delle fiabe e delle favole (d’ora in avanti, per semplicità, useremo i termini come sinonimi) non solo un modo per sognare, ma un vero e proprio approccio alla vita. Questo perché mettono il bambino in contatto con le parti più inconsce del suo mondo interiore, perché lo abituano ad avere un atteggiamento creativo nei confronti di ciò che lo circonda e gli mostrano – per esempio – che le paure si possono sconfiggere e le situazioni più complicate ribaltare. Ed è solo affrontando queste dinamiche, e trovando il modo di esprimere la propria unicità, che un bambino potrà realmente accettare se stesso, i propri limiti, le proprie potenzialità. Potrà, in altre parole, cimentarsi serenamente in quel processo di crescita emotiva, e dunque di formazione dell’identità e dell’autostima, che inizia fin dalle prime settimane di vita.

 

Un mondo incantato per imparare…
Un grande psichiatra e psicoanalista come Bruno Bettelheim, già negli anni Settanta dedicò a questi temi una delle sue opere rimaste poi più famose – Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicanalitici delle fiabe (in Italia pubblicato da Feltrinelli) – nel quale metteva in luce le infinite possibilità formative di quelle che a molti potrebbero sembrare “cose da bambini” e che, invece, continuano a parlare con registri diversi a tutte le età. I motivi, come si accennava, sono tanti. Per esempio il fatto che le fiabe trasmettano messaggi che a distanza di secoli rimangono sempre attuali, o che riescano a rielaborare e rendere “accessibili” quei tumulti di sentimenti, desideri e paure che agitano la mente infantile. Le figure archetipiche delle fiabe (la matrigna e il lupo, ma anche l’e roe o la bella principessa) incarnano infatti quelle contraddizioni che il bambino sente dentro di sé e percepisce nel mondo là fuori. Lo stesso discorso vale per i problemi e le situazioni che le fiabe propongono in modo semplificato, e quindi immediatamente accessibile, attraverso i quali il piccolo si trova di fronte a temi universali come il bisogno di essere amati, il senso di inadeguatezza, la paura della separazione. Ancora una volta, identificandosi con i vari personaggi, e partecipando emotivamente alle loro vicissitudini, il bambino senza rendersene conto può imparare a guardare con occhi diversi l’ambiente esterno e quello interno, con i suoi punti di forza e le sue inevitabili debolezze…


… e far crescere l’autostima

Il tema, peraltro, è al centro anche di un recente volume di Elvezia Benini e Giancarlo Malombra, intitolato Le fiabe per… sviluppare l’autostima (Franco Angeli). Gli autori – lei psicologa, psicoterapeuta e docente all’Università di Genova, lui dirigente scolastico e professore di Psicologia Sociale – considerano il ruolo delle fiabe (non solo di quelle classiche: nel volume sono presentati una serie di racconti creati ad hoc per affrontare dinamiche psicologiche differenti) nel difficile processo che definisce appunto l'”autostima”, ossia il modo in cui ciascuno di noi si percepisce nel mondo e nel rapporto con gli altri.
Perché – ricordano i due autori – nella vita come nelle favole c’è sempre una prova da superare, una trasformazione necessaria per conquistare la propria autonomia. Ed ecco che, attraverso i suoi simboli e le sue immagini, una favola è in grado di “colpire la mente e toccare il cuore”, insegnando per esempio a lasciare da parte le etichette e i giudizi preconfezionati (in una parola: l’omologazione) a cui la nostra società spinge fin dai primi anni le nuove generazioni.
Se ciò non avviene, se non si impara da piccoli ad apprezzare la ricchezza di sfumature della natura umana, chi sente di non aderire ai cliché rischia di rimanere schiacciato sotto il peso delle aspettative, dello stress emotivo di percepirsi sempre come inadeguato. Viceversa, attraverso il suo svolgimento lineare, una fiaba apparentemente banale è in grado di sollecitare una risposta esplicita, di creare un rapporto costruttivo con il mondo, di aiutare anche i soggetti più insicuri a tollerare la frustrazione e a cercare all’interno – e non all’esterno – gli stimoli per costruire un buon rapporto con se stessi. Ecco allora fiabe come quella del principe Luigino, imperfetto erede del Regno di Perfettopoli, o come quella del Nano Napoleone, che è infelice perché vorrebbe disperatamente essere un gigante. Napoleone vive in una casa con gli specchi coperti da un panno nero, finché un giorno impara ad accettarsi così com’è.
 

A cura di: Laura Taccani

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