Giocare è una cosa seria

Giocare è una cosa seriaC’è un modo di dire, tra gli psicologi che si occupano di infanzia, che attraverso un apparente paradosso svela uno dei punti cardinali per la psicologia dell’età evolutiva: il gioco è una cosa seria. Vale a dire dietro quella parola che in origine significava scherzo (per i latini, iocus era la burla) e che oggi indica un’attività libera, con motivazioni interne ed esclusive di intrattenimento e piacere, vi sono in realtà implicazioni estremamente profonde. Che hanno a che vedere con lo sviluppo della personalità, la fiducia in se stessi, la capacità di relazione. E poi via via, allargando lo spettro considerato, con la crescita serena, la liberazione della curiosità, la conquista di abilità fisiche e intellettive.

 

 

I bambini di oggi sono gli adulti di domani
Per riassumere la questione, prima di entrare più dettagliatamente nel merito, poche parole possono essere più emblematiche di quelle giustamente famose di Bruno Munari. Che prima ancora di essere un designer è stato una delle personalità culturali italiane maggiormente capaci di ragionare e agire dal punto di vista dei bambini. Lui che con i suoi libri e le sue creazioni ha rivoluzionato tanto l’approccio al gioco quanto quello alla didattica infantile, scrisse tra le altre cose: «I bambini di oggi sono gli adulti di domani. Aiutiamoli a crescere liberi da stereotipi, aiutiamoli a sviluppare tutti i sensi, aiutiamoli a diventare più sensibili. Un bambino creativo è un bambino più felice».

 

Creatività, gioco, crescita
Creatività, gioco, crescita. Le coordinate sono queste, e siamo nell’ambito dei bisogni primari e dei diritti riconosciuti. Tanto è vero che oggi, indipendentemente dagli approcci pedagogici e dal pensiero di riferimento, qualunque documento internazionale affronti il tema dell’ambiente educativo inserisce il gioco tra i diritti inalienabili dell’infanzia. In quanto “luogo” privilegiato in cui si agiscono i propri vissuti interiori, si sperimentano le diverse modalità di interazione con l’ambiente, e in generale si struttura la personalità sviluppando integralmente le potenzialità fisiche e psicologiche.

 

Il primo sguardo sul mondo
Perché anche se, come si è detto, una delle caratteristiche del gioco infantile è di essere un’attività “gratuita”, svincolata da esigenze o finalità esterne, ciò non toglie che il suo indotto in termini di conquista delle competenze concrete e simboliche sia imprescindibile. Non di semplice svago si tratta, in altre parole, ma del principale tramite che il bambino ha per relazionarsi al mondo, soprattutto nei primi anni di vita e fino al giro di boa dell’ingresso nella scuola. Nel suo saggio “A piccoli passi”, la psicologa Silvia Vegetti Finzi scriveva già diversi anni fa: «Non c’è niente di più serio e più coinvolgente del gioco per un bambino. E in questa sua serietà è molto simile a un artista intento al suo lavoro. Come l’artista, anche il bambino giocando trasforma la realtà, la reinventa, la rappresenta in modo simbolico, creando un mondo immaginario che riflette i suoi sogni a occhi aperti, le sue fantasie, i suoi desideri».

 

La spontaneità dell’esperienza ludica
Rielaborare, sperimentare, inventare, imparare. In ogni età, i bambini si confrontano in modo diverso con il mondo, e lo fanno principalmente proprio attraverso il gioco. Ecco perché l’American Academy of Pediatrics ha sottolineato ampiamente, nelle sue linee guida, il valore del gioco libero per la crescita sana e il benessere psicofisico durante l’infanzia. In questo senso è importante notare che – al di là delle raccomandazioni perché la sicurezza sia sempre garantita dall’occhio vigile di un adulto (si tratti di mamma, papà, maestri, nonni o baby sitter) – i pediatri invitano i genitori a non intromettersi eccessivamente. Perché il valore dell’esperienza ludica sta nella sua spontaneità, e nella semplicità.

Lo stesso approccio vale secondo i pediatri americani per la scelta dei giocattoli, che devono essere sufficientemente stimolanti ma non sostituirsi al piccolo e alla sua iniziativa: meglio quelli più basici, insomma, di quelli che fanno tutto da sé. E qui non si può non pensare a Maria Montessori, che per le scuole impostate sul suo metodo pedagogico ha ideato materiali ludici e didattici in base al principio dell’aiutami-a-fare-da-solo: il piccolo cioè si abitua a coltivare le proprie competenze sotto la supervisione di insegnanti che non ricorrono però all’intervento invasivo.

A queste considerazioni generali, bisogna aggiungerne altre che zoomano sulle diversi fasi dell’età evolutiva. Nelle quali, proprio attraverso il gioco, è possibile per il bambino l’esteriorizzazione delle emozioni positive e negative, e la messa a punto continua e progressiva delle proprie competenze. Contemporaneamente è possibile per l’adulto comprendere, con l’osservazione, quali pulsioni, timori e desideri il bambino stia agendo in quel particolare momento.

Dai primi mesi di vita e fino ai 2 anni circa, per esempio, il piccolo cerca essenzialmente quelle sensazioni piacevoli che attraverso la gratificazione gli permettono di strutturare il proprio “sé” distinguendolo via via dalla madre. Carezze, dondolamenti, movimenti ripetuti delle braccia o delle gambe sono, dunque, un modo spontaneo per assimilare i propri confini e prendere consapevolezza di dove inizia il non-sé. Allo stesso modo, portare le mani a nascondere il viso e poi fare cucù diventa per il piccino una strada per controllare l’ansia della separazione, alterando il “non c’è” al rassicurante e successivo “c’è”.

Dai 3 ai 4 anni compaiono i primi abbozzi di gioco sociale, grazie anche all’interazione con i compagni della scuola materna e all’imitazione dei comportamenti adulti. Se per esempio con la bambola si gioca a fare la mamma, si mettono in scena dinamiche piacevoli o spiacevoli vissute nella realtà. Come dire: dalla coccola alla punizione, e ritorno.

Allo stesso modo e subito dopo, orientativamente dai 5 ai 10 anni, sarà sempre giocando che il bambino avrà modo di sperimentare l’importanza delle regole e del loro rispetto: non in relazione a un obbligo o al timore di una punizione, ma in funzione del divertimento proprio e collettivo. Tutt’altro che un gioco da ragazzi.

 

 

 

References

– Nicolodi G – Gioco psicomotorio a scuola. Pedagogia della psicomotricità nei contesti educativi. Erickson Ed, 2018

– Bonaccini S – Esperienze naturali di gioco. Ascolti e ricerche in giardino. Junior Ed, 2018

– Vegetti Finzi S, Anna Maria Battistin AM – A piccoli passi. La psicologia dei bambini dall’attesa ai cinque anni. Mondadori Oscar Saggi Ed, 31 mar. 2017

– Poussin C (Autore), Roberfroid A (Illustratore), Miniati M (Traduttore) – Il metodo Montessori. Per crescere tuo figlio da 0 a 3 anni e aiutarlo a essere se stesso. Demetra Ed, aprile 2017

– Bambini in movimento. Dalla postura al gioco attraverso la coordinazione e le progressioni dinamiche. Con DVD. Calzetti Mariucci Ed, 2013

– Emma Baumgartner – Il gioco dei bambini. Carocci Ed, 2010

– Cera R -Pedagogia del gioco e dell’apprendimento. Riflessioni teoriche sulla dimensione educativa del gioco. Franco Angeli Ed, 2009

– Simone F – Lo sport e il gioco in età giovanile. Come promuovere e migliorare lo sviluppo armonico delle capacità fisico-corporali nei bambini attraverso il gioco. Elika Ed, 2005

– Bruno Munari, L’arte è un gioco

I prelibri di Bruno Munari

 

 

 

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