Il punto sul parto cesareo

Con la consulenza del dottor Enrico Emilio Lavelli, coordinatore del Servizio di Ostetricia-Ginecologia presso la Clinica San Carlo di Paderno Dugnano (Milano).

Dottor Lavelli, le donne italiane risultano tra le più convinte sostenitrici del parto cesareo. Lei come lo spiega?
In effetti, nel nostro Paese si assiste ad un aumento dei tagli cesarei (si è passati dall’11% del 1980 al 38% del 2008), con una spiccata variabilità da regione a regione e una percentuale più elevata nelle regioni meridionali rispetto a quelle del nord. Una situazione tale che ha richiesto la stesura di nuove linee guida sulla nascita tramite bisturi.
Dopo due anni di lavoro, infatti, l’Istituto Superiore di Sanità pubblica ha ora reso disponibile un documento definitivo. Ciò sia per fare il punto della situazione a riguardo, sia – soprattutto – per evidenziare quando si rende concretamente necessario effettuare un parto cesareo. Tutto ciò supportato da autorevoli studi scientifici, condotti a livello internazionale, che se da un lato ribadiscono come permangano ancora troppi luoghi comuni da sfatare (ad esempio, che il cesareo è sempre necessario con una gravidanza gemellare, oppure se la futura mamma è sieropositiva all’HIV), concludono anche come la scelta definitiva dipenda dalla valutazione del medico specialista e dalle esigenze della donna.

Quando, allora, si deve ricorrere ad un taglio cesareo?
Ci sono condizioni in cui un taglio cesareo è la scelta d’elezione (per esempio, in presenza di placenta previa, distacco della placenta, difetti del bacino della madre, eccetera..).
In molte altre condizioni, invece (come una presentazione podalica o un precedente taglio cesareo) si deve valutare caso per caso. Altre volte ancora, la motivazione è prettamente materna, nel senso che bisogna tener conto della paura (alcune volte quasi il terrore) della donna di sentire male, di non essere capace di… In queste come in altre situazioni occorre che ci siano interventi di informazione e di supporto psicologico, capaci di rassicurare la gestante durante tutta la gestazione e soprattutto nel momento del parto. L’obiettivo ultimo: far capire che il parto è sì un momento di difficoltà, ma che è anche la prima occasione in cui una donna aiuta – letteralmente – suo figlio (in questo caso a uscire dal suo corpo). Ricordiamo, infine, che il parto rappresenta un momento di intense emozioni sia per la coppia, sia per il personale sanitario che in quel delicato momento deve offrire tutto l’aiuto possibile affinché il parto resti un fatto privato dei genitori (dove al personale sanitario spetta il ruolo di supporto e di controllo perché tutto si svolga in assoluta tranquillità).

Approfondiamo i timori della donna che sta per partorire.
Le ragioni possono essere numerose: paura del “trauma” del parto, del taglio (episiotomia) che viene fatto per favorire l’uscita del bambino, di avere danni permanenti dei muscoli del pavimento pelvico, con successiva incontinenza o prolasso, e, non ultimo, per la paura di danni irreversibili al bambino in caso di sofferenza fetale grave. Inoltre, spesso si deve risalire al desiderio della donna di autoprotezione di sé e del bambino, usufruendo di una modalità di parto “programmata”, percepita come moderna, sicura e garantita. Il che non è vero: come ogni atto chirurgico, il taglio cesareo ha rischi operatori e anestesiologici, oltre che rischi specifici per future gravidanze.
Basti dire che il cesareo aumenta dell’1-4% il rischio di una malposizione della placenta (“placenta previa”) e del 25% altre patologie placentari che complicano poi le gravidanze successive, causando a volte emorragie massive che possono essere fatali.

Di fronte ad eccessivi e infondati timori di fronte al parto naturale, che fare?
Qui dobbiamo essere noi medici ad instaurare un rapporto di fiducia con la nostra paziente, spiegandole che se la gravidanza è regolare e il bambino sta bene, il parto naturale è senz’altro da preferire, perché comporta meno rischi. E ricordando come persistano – anzi come siano sempre più – false convinzioni circa il fatto che il cesareo rappresenti un modo di partorire più moderno e che offra migliore qualità e sicurezza.

Sta di fatto che, attualmente, l’Italia è il Paese europeo dove si effettua il maggior numero di cesarei. Ci può allora elencare quali sono i casi in cui è bene partorire col bisturi?
In effetti, l’Italia si colloca al primo posto per parti cesarei, seguita da Portogallo, Malta, Irlanda del Nord, Germania. Ma, di contro, non bisogna demonizzare il ricorso al cesareo, tutt’a ltro. Anche perché si rende necessario almeno nei seguenti casi:

  • quando il feto si presenta in posizione podalica, ma solo dopo che il medico ha tentato di farlo girare con specifiche manovre;
  • quando la paziente ha già avuto almeno tre tagli cesarei;
  • con placenta previa (ossia, quando la placenta è mal posizionata);
  • se due gemelli condividono la stessa placenta e anche il medesimo sacco amniotico;
  • quando la futura mamma soffre di diabete e il feto supera i 4,5 kg di peso;
  • se la donna ha sia l’HIV che l’epatite C.

Per finire, riguardo alla normativa?
A questo proposito è opportuno ricordare che per un parto effettuato per le vie naturali non occorre raccogliere un consenso informato. Al contrario di quanto succede per tutte le manovre aggiuntive (analgesia, taglio cesareo, “rivolgimento” per cercare di trasformare la presentazione podalica del feto in cefalica). Ciò è dovuto al fatto che sono insiti, effettivamente, dei rischi sia per la madre sia per il feto: da qui la necessità imprescindibile perché si diffonda un’informazione il più corretta e completa possibile da parte dei sanitari. In maniera che la coppia abbia il tempo utile per una presa di coscienza responsabile, per poi essere in grado di decidere in modo consapevole.

A cura di: Minnie Luongo

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