Le fratture pediatriche

Le fratture pediatricheLe fratture nei bambini non sempre sono facili da riconoscere, ma bisogna avere le idee chiare sul da farsi. Cerchiamo di far luce sull’argomento con il dottor Piercarlo Salari, Pediatra di Consultorio a Milano e Responsabile del Gruppo di Sostegno alla Genitorialità della “Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale”(SIPPS).
Dottor Salari, quali sono le fratture che si riscontrano più frequentemente nei bambini?
La frattura della clavicola è la più precoce e la più comune nella prima infanzia. Nelle epoche di vita successive le fratture delle ossa lunghe (femore ed omero) e del cranio sono quelle di maggiore riscontro.
La frattura della clavicola è per lo più associata a un parto laborioso, quando per esempio il neonato si presenta di spalla: è promossa dalle manovre che vengono eseguite per disimpegnare la testa, ma si può riscontrare anche nei parti non complicati, specie nei neonati di maggiori dimensioni.
La frattura di clavicola può essere completa o “a legno verde”; può passare inosservata alla nascita poiché, molte volte, non dà luogo a sintomi vistosi e perciò può essere sospettata e diagnosticata soltanto a distanza di qualche giorno; in altri casi, invece, si manifesta con limitazione dei movimenti dell’arto superiore, la cui manipolazione, per esempio associata alla visita praticata di routine quando il neonato è ancora in ospedale, evoca una crisi acuta di pianto. Un importante elemento guida è l’asimmetria del “riflesso di Moro”: si tratta di una risposta automatica, che tende a scomparire fisiologicamente nei mesi successivi e induce il neonato a chiudere le braccia (come per avvinghiarsi) quando viene lasciato gentilmente ricadere all’indietro sul fasciatoio o sul lettino. In questo caso la presenza di una frattura di clavicola, oltre a una reazione di dolore, si accompagna a una ridotta mobilità dell’arto.
Una volta confermata la diagnosi mediante ecografia, generalmente si ricorre a una terapia posizionale, che prevede un bendaggio o anche semplicemente il posizionamento di una spilla da balia sulla tutina o pigiamino: il braccio del neonato viene così mantenuto a riposo e aderente al tronco.
La frattura guarisce con completa ripresa della motilità in poche settimane e il callo osseo scompare gradualmente nel giro di qualche mese.
Approfondiamo allora quella che voi pediatri definite “frattura a legno verde”.
Come si è detto, si tratta di fratture tipiche del bambino. Ricordiamo che l’osso è costituito da una parte esterna, compatta, detta corticale, e da una interna, spugnosa, denominata midollare. La frattura a legno verde interessa la corticale opposta alla sede del trauma, dove ha luogo anche uno strappo del periostio, ossia della membrana di rivestimento esterno dell’osso. In pratica quest’ultimo non viene intaccato a tutto spessore, proprio come si osserva se si cerca di spezzare il rametto ancora giovane e flessibile di una pianta. L’angolazione della frattura è talvolta molto marcata, ma rimane ugualmente stabile. Nel caso di interessamento dell’avambraccio il bambino, malgrado una vistosa angolazione, non ha bisogno di sorreggerlo con l’altra mano, al contrario di quanto si verifica nell’adulto, in cui l’avambraccio fratturato è ciondolante e doloroso e deve essere sostenuto dalla mano controlaterale. La classica ingessatura è il trattamento previsto per questa frattura.
Quali sono le cause più comuni delle fratture pediatriche?
Le cause più comuni sono attività ludiche e/o sportive, cadute occasionali e incidenti stradali. Anche da qui nasce l’importanza di dotazioni di sicurezza– come il casco in bicicletta- e di rispetto delle buone norme di prevenzione: per esempio, in auto il bambino deve sempre viaggiare sul sedile posteriore e allacciato alle cinture. Alcuni traumi possono interessare le cartilagini di coniugazione (o metafisarie) delle ossa lunghe, ossia quell’area interposta tra un’estremità e la parte intermedia, responsabile dell’accrescimento in lunghezza grazie alla presenza di cellule che proliferano e si ossificano gradualmente.
Dopo quelle della clavicola e quelle delle ossa lunghe, passiamo alle fratture del cranio, forse le più temute dalle mamme.
In realtà, è bene sapere che nei primi due anni il più delle volte non comportano alcuna conseguenza (fino all’altezza di un tavolino, circa 80 centimetri, il bambino potrebbe cadere senza farsi nulla, grazie allo scheletro in prevalenza cartilagineo e dunque elastico). Importante, tuttavia, è la sorveglianza nelle 24-48 ore successive: letargia, difficoltà a svegliarsi dopo opportuna stimolazione, asimmetria del diametro delle pupille e vomito a getto sono i principali segnali che i genitori devono costantemente ricercare e segnalare immediatamente.
Dottore, l’intervento chirurgico è sempre necessario?
No, anzi il più delle volte si può evitare l’intervento anche in caso di frattura scomposta, se la situazione consente di procedere con la sola ingessatura. L’intervento è invece inevitabile se la frattura è esposta, e cioè se l’osso è visibile dall’esterno. Poiché le ossa del bambino sono in accrescimento è fondamentale preservare la zona metafisaria. I tempi di consolidamento sono in media 25-30 giorni e i processi di rimodellamento osseo consentono ottimi risultati nel lungo termine, anche nel riallineamento dell’osso di un arto rispetto a quello controlaterale. Va ricordato che nel bambino i sintomi potrebbero differire rispetto all’adulto ed essere fuorvianti: per esempio una dolorabilità minima o non proporzionata a un trauma non è sufficiente a escludere una frattura e può rendere consigliabile un controllo radiografico. Altri segnali importanti da non sottovalutare sono un calo della temperatura o il pallore locale, la presenza di formicolii e alterazioni della sensibilità, difficoltà o rallentamento dei movimenti e, nei più piccoli, irritabilità diversamente non spiegabile.

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