Mamme al lavoro: percorso a ostacoli tra figli e carriera

In America le chiamano mum at work, mamme al lavoro, per distinguerle dalle colleghe stay at home che appunto “stanno a casa” (sottinteso con i figli). Ma il gioco di parole nasconde un altro significato, perché man at work è l’espressione usata nei cartelli stradali per segnalare la presenza di cantieri e operai. In pratica, è come dire che fare la madre lavoratrice è un mestiere di quelli davvero pesanti. Lo sa bene chi dopo i cinque mesi di astensione obbligatoria per maternità (ed eventualmente dopo i congedi facoltativi a cui ha diritto), decide di tornare a dedicarsi alla propria professione. Una scelta che – senza nulla togliere all’impegno delle mamme a tempo pieno – sancisce un futuro degno di un equilibrista, capace di conciliare esigenze diversissime come quelle proprie, dei figli, del partner, del capoufficio, della casa e così via.
Ancora, una scelta che impone di destreggiarsi tra categorie spazio-temporali che trasformano una normale giornata in una corsa a ostacoli: la madre lavoratrice deve saper effettuare un percorso netto tipo casa-asilo-luogo di lavoro-palestra-supermercato-casa nel minor tempo possibile, e sapendo che bastano 5 minuti di intoppo per far saltare i programmi. Senza contare che è sempre in agguato il temutissimo senso di colpa: verso i figli, a cui si sottraggono comunque tempo e attenzioni, ma anche verso se stesse, gli interessi, le amicizie e i rapporti che si trascurano sempre più di quanto si vorrebbe. Per questo, prima del grande passo è necessario un training che insegni ad accettare magari qualche compromesso in più, ma gestendo il passaggio nel modo ottimale e prendendosi le meritate soddisfazioni, sia in casa che fuori.

 

Tutto sulla madre: la gestione dei figli in Italia
Prima di tutto, qualche dato. Cifre che già da sole dimostrano quanto sia difficile una vita a doppia gestione. In base a un’indagine condotta su 50mila neo-mamme, l’Istat dice che il 20% di loro smette di lavorare entro i 21 mesi dal “lieto evento”. Forse anche perché sono pochissimi i papà italiani che usufruiscono del congedo di paternità messo a loro disposizione: nel 2007 ne hanno fatto richiesta solo 4 su 100. Nonostante il gran parlare che si è fatto in questi anni del cosiddetto mammo, dunque, all’interno della famiglia italiana la gestione dei figli continua a essere quasi solo faccenda femminile, anche nel caso in cui la madre lavori fuori casa. Spulciando nella rete, tra community e forum dedicati al tema, ci si può fare un’idea delle motivazioni che inducono le neo-madri a diventare mum at work. Molte di loro, naturalmente, sono spinte dalla necessità economica ad affidare il bambino a nonni o asili nido prima di quanto farebbero per libera scelta (un solo stipendio oggi basta sempre meno). Ma in altri casi, soprattutto quando la madre ha un titolo di studio elevato e una professionalità specifica, sulla decisione influisce il desiderio di non sentirsi appiattita su un ruolo esclusivamente familiare. Tornare al lavoro, insomma, per queste madri è una conquista individuale e non una strada obbligata.


Tecniche base di sopravvivenza: la ridefinizione degli standard organizzativi

Comunque sia, il concetto che deve entrare in gioco nel momento delle scelte è quello fondamentale di qualità della vita, che passa inevitabilmente attraverso una continua rinegoziazione dei propri ritmi e dei propri equilibri, sia in famiglia che sul lavoro.
Il primo principio da assimilare, in altre parole, è quello dell’elasticità, dei compromessi nel senso buono del termine. Il non restare, cioè, ancorate a modelli troppo rigidi tipo la mamma-chioccia costantemente presente nella vita dei figli, o sul fronte opposto la professionista agguerrita che non conosce orari e non teme lo stress: rinunciare a mettere insieme questi due archetipi e accettare i propri limiti è già un buon punto di partenza.
In termini tecnici si parla, a questo proposito, di “ridefinizione degli standard organizzativi”, che tradotto significa cercare il modo di conciliare i diversi bisogni senza pretendere troppo da se stesse. Tornando ai dati, questi dicono che quando è possibile molte madri optano per il part-time: sempre secondo l’Istat, quasi il 70% delle donne che lo adotta lo fa per scelta volontaria e definitiva.
Chi decide di lavorare a orario ridotto, d’altra parte, sa che si espone al rischio di pressioni più o meno velate e a discriminazioni professionali di fronte alle quali non dovrà lasciarsi intimidire. Fortunatamente, in rete bastano pochi clic per trovare siti che forniscono consulenza e forme di coaching per conoscere e far valere i propri diritti.


Tecniche avanzate: gestire il distacco e il senso di colpa

E non che sul fronte domestico le difficoltà non esistano. Anche la madre più organizzata – quella che ha studiato in anticipo tutte le mosse propedeutiche al rientro lavorativo, ha istruito nel dettaglio i nonni, ha collaudato insieme ai figli la baby sitter più adatta e, poco per volta, ha nutrito la prole a centrifugati di indipendenza graduale perché non si sentano privati all’improvviso del loro unico sostegno – anche questa mamma 10 e lode, si diceva, dovrà modulare bene i tempi del distacco. Per esempio facendo in modo che il bimbo sappia di poter godere – sempre ma soprattutto nelle prime fasi – di alcuni spazi ludici e affettivi che sono solo suoi e della mamma. Le coccole la mattina – al risveglio, i giochi o la lettura la sera prima di andare a letto, il momento rituale del bagnetto: pazienza se il tempo non è quanto vorremmo, quel che conta è la sua qualità. Viceversa, è importante che alcuni paletti rimangano saldi al loro posto: meglio scriversi da qualche parte come promemoria, insomma, che crescere un bambino sereno e autonomo non significa certo zittire il proprio senso di colpa accontentando tutti i suoi capricci, sommergendolo di regali o rinunciando ai principi educativi per cedere ai suoi ricatti più o meno espliciti: i bambini imparano molto presto su quali punti deboli possono far leva, e il senso di colpa è tra i primi della lista. Infine, nei momenti di sconforto in cui il senso di inadeguatezza sembra avere la meglio, i consigli di chi ci è già passato possono essere di aiuto. Che si tratti di un’amica o di un libro con funzione di self-help: dal saggio di Patricia Sprinkle Donne che hanno troppo da fare (Frassinelli) ai bestseller semiseri di Stephanie Calman, Confessioni di una mamma imbranata e Confessioni di una donna incasinata (Kowalski).


Questo bimbo a chi lo dò?

La definizione tecnica è “strategie di child-care”. Ovvero, tutte le soluzioni disponibili per prendersi cura dei bambini se la mamma è al lavoro. Le strade valutate sono sempre le stesse: gli aiuti informali (essenzialmente i nonni), gli asili nido, le baby sitter.
Tre possibilità diverse che vanno valutate caso per caso, in base alla storia familiare e alle disponibilità economiche.
Perché se è vero che la maggior parte dei pediatri sostiene che fino ai 3 anni (età d’ingresso nella scuola materna) per i bambini non è fondamentale l’interazione costante con altri coetanei, è altrettanto vero che l’asilo nido per molte famiglie è l’unica possibilità.
Da un’indagine del 2005, comunque, risulta che oltre il 50% delle neo-mamme lavoratrici affida i piccoli ai nonni, seguono il nido pubblico (17,7%), quello privato (11,4%) e solo dopo la baby sitter (il 9% del campione se ne avvale regolarmente, un altro 9% in maniera occasionale). Dopo i numeri, una curiosità: da un recente studio americano parrebbe che i bambini affidati ai nonni siano statisticamente più soprappeso degli altri. Quando l’affetto si traduce in ipernutrizione.
 

A cura di: Laura Taccani

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