Partorire senza paura

Lo si aspetta per 9 mesi, gli si parla, lo si vede crescere nell’ecografia e poi, quando si avvicina, finalmente, il momento di metterlo al mondo, ci si fa prendere dalla paura del dolore. Colpa dell’immagine mediatica che vuole il parto accompagnato da urla strazianti e scene di disperazione, colpa anche dei racconti delle amiche che ci sono già passate e che non risparmiano i particolari più cruenti, colpa soprattutto dell’eccessiva medicalizzazione che ha dato alle donne la convinzione di non essere capaci di partorire “da sole”. E invece non solo ognuno ha la sua personale percezione del dolore e ogni parto è diverso dall’altro, ma le donne hanno per natura in sé tutti gli strumenti per gestire il momento della nascita in prima persona e viverlo serenamente. Del resto, lo fanno da milioni di anni.

Cambiare prospettiva sul dolore
Il dolore fisico legato al parto e al travaglio non è un mostro da temere, bensì un segnale da cogliere, l’annuncio che qualcosa di straordinario sta per accadere. Ecco perché il dolore va soprattutto accettato, compreso e, di conseguenza, superato, con la sensazione che l’essere andate oltre quelli che pensavamo fossero i nostri limiti, ci ha dato una nuova forza, insieme alla consapevolezza di avere un potenziale che non conoscevamo. D’altronde, essere madre spesso vuol dire proprio questo. Cominciamo, allora, a considerare le contrazioni come stimoli utili al fine di dare la vita e a sentire quei segnali fondamentali per attivare tutti i meccanismi ormonali e fisiologici preposti al parto.


E imparare a gestirlo

Durante il travaglio è importante ascoltare l’istinto. Se avete voglia di cambiare spesso posizione o di camminare, fatelo. Alcune donne sentono benessere mettendosi a carponi, altre in ginocchio; sicuramente stare in posizione verticale aiuta perché la forza di gravità facilita la discesa del bambino e così si accelerano i tempi del travaglio.
Se la struttura sanitaria in cui avviene il parto lo consente, chiedete di essere immerse in acqua calda, perché l’acqua aiuta ad entrare in diretto contatto con la nostra parte più profonda, primitiva e istintiva, e a porre in sordina la mente e la razionalità. Il corpo ritrova così il suo ritmo naturale, si rilassa e i tessuti diventano più elastici.
Anche il training autogeno può essere una soluzione. Si tratta di imparare alcune tecniche di autosuggestione e di respirazione per alleviare la tensione fisica ed emotiva. Ci si concentra sul calore e sul peso di alcune parti del corpo e una sensazione di calma si diffonde ovunque grazie all’alternarsi lento e ritmato di inspirazione ed espirazione.
Un’altra tecnica che dà sollievo è l’agopuntura, utilizzata da 2500 anni dalla medicina tradizionale cinese, si è rivelata valida per curare molti disturbi e alcuni ospedali l’hanno applicata con successo anche nel travaglio. Si basa sulla teoria della presenza, all’interno del corpo umano, di dodici grossi canali, chiamati meridiani, attraverso i quali scorre l’energia vitale. Su ogni meridiano si trovano diversi punti che corrispondono a un organo o a un distretto del corpo e che vengono stimolati attraverso sottilissimi aghi sterili. In questo modo si riesce a riequilibrare e a dirigere nuovamente attraverso i canali l’energia vitale, ristabilendo l’armonia tra mente, corpo e forze vitali.
Tutte queste pratiche si rivelano ancor più utili se esercitate anche nei mesi che precedono il parto, come tecniche preparatorie.


Gli ormoni, alleati preziosi

Gli ormoni prodotti dal corpo della donna durante il travaglio innescano un meccanismo virtuoso che permette a mamma e bambino di lavorare insieme in modo armonico e produttivo. I primi a entrare in azione sono le prostaglandine, che ammorbidiscono e assottigliano la cervice dell’utero. Mentre l’ossitocina, secreta dall’ipotalamo, provoca le contrazioni facendo lavorare l’utero affinché si apra. E poi, stimolate anche dalle pratiche per gestire il dolore descritte prima, entrano in gioco le endorfine, le cosiddette killer del dolore, che oltre a essere degli anestetici naturali, stimolano la secrezione di prolattina, che prepara il processo di lattazione e tende a completare la maturazione polmonare del feto e il cui livello inizia ad aumentare durante il travaglio e il parto.


L’epidurale: pro e contro

Tra le possibilità per controllare il dolore c’è anche l’anestesia epidurale. La procedura è molto rapida e generalmente non dolorosa. Per prima cosa si pratica un’anestesia locale nella schiena a livello della seconda e terza (o terza e quarta) vertebra lombare, per poi poter inserire, attraverso un ago, un sottilissimo tubicino nello spazio epidurale formato dal tessuto grasso che riveste le fibre nervose sensitive, responsabili della trasmissione del dolore.
La soluzione analgesica viene somministrata tramite questo piccolo catetere, che viene fissato alla schiena con un cerotto per consentire alla donna di muoversi liberamente durante il travaglio.
Il grande vantaggio dell’epidurale è che elimina solo la componente dolorosa della contrazione, ma non la contrazione stessa; la forza espulsiva rimane quindi intatta.
Il limite dell’epidurale è che può essere praticata solo da un anestesista, che deve essere quindi disponibile in reparto al momento giusto poiché i farmaci possono essere somministrati solo quando comincia il travaglio vero e proprio, cioè quando avviene la dilatazione del collo dell’utero. Inoltre, questo tipo di anestesia potrebbe provocare degli effetti collaterali, come: abbassamento della pressione sanguigna materna, lombalgie conseguenti alla puntura lombare, cefalea che può durare da alcune ore ad alcuni giorni o reazioni allergiche ai farmaci utilizzati. L’ideale è prendere prima tutte le informazioni necessarie nella struttura sanitaria in cui s’intende partorire, per poi poter avere tutti gli strumenti per decidere serenamente che cosa fare.

 

Elisabetta Malvagna
Partorire senza paura

edizioni Red!

 

A cura di: Elena Magni

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