Poliabortività: gravidanze interrotte

RANKING NEGATIVO.
Siamo i mammiferi con la percentuale più alta di aborti spontanei. Ossia, tecnicamente, di perdite fetali involontarie intercorse tra il concepimento e la venticinquesima settimana di gestazione. Il fenomeno è purtroppo in aumento, ed è strettamente legato allo spostamento in avanti dell’età della prima gravidanza. Dopo uno o più aborti, poi, aumentano le probabilità che si verifichino altri eventi di questo tipo. Per essere più precisi, una singola interruzione involontaria porta al 25% le probabilità che la gravidanza successiva si concluda nello stesso modo. Mentre se le perdite fetali sono due o tre consecutive, il rischio può arrivare rispettivamente al 35% e a oltre il 45%. Si entra qui nel fenomeno della cosiddetta poliabortività, che a seconda dei Paesi e degli autori viene definita in modo leggermente diverso. Mentre alcuni fissano in due aborti consecutivi il limite oltre il quale chiamarla in causa, altri ritengono che se ne debba parlare solo quando le interruzioni ravvicinate siano dalle tre in su. Questo cambia i contorni del fenomeno: se si considera il parametro delle tre gravidanze, la poliabortività riguarda una percentuale di coppie in età fertile tra il 2 e il 5%. Ma se viene adottato il criterio dei due aborti consecutivi, le coppie che ne sono colpite raggiungono il 10%.

Poliabortività: gravidanze interrotte - EsseredonnaonlineI NUMERI E LE CAUSE
Se il primo trimestre è notoriamente quello più a rischio, le fasi in assoluto più incerte sono quelle iniziali: si calcola che circa il 25% degli aborti avvenga prima dell’impianto dell’embrione, e un po’ meno (il 22%) tra l’impianto e il momento in cui la gravidanza viene rilevata clinicamente. Una considerazione interessante riguarda poi la differenza tra i sessi: le statistiche hanno mostrato che la percentuale maggiore di perdita riguarda gli embrioni maschili. Il dato più certo in assoluto resta comunque l’aumento costante dei casi di aborto naturale e di poliabortività. Lo mostra bene il monitoraggio che l’Istat sta conducendo dal 1982: dai 56mila casi della prima rilevazione si è passati ai circa 77mila del 2008, per di più limitatamente agli eventi che hanno richiesto un ricovero ospedaliero pubblico o privato. Perché gli episodi per i quali è sufficiente un intervento ambulatoriale non vengono registrati. Nei primi 10 anni le percentuali si sono mantenute più o meno costanti, ma dal 1993 in avanti l’aumento è stato costante e ha riguardato soprattutto le donne sopra i 35 anni. Posto che il 50% degli aborti spontanei precoci avviene per anomalie cromosomiche (per lo più trisomie), quando nel caso di un primo episodio abortivo sia stata riscontrata un’anomalia si ha circa l’8% di possibilità che ve ne siano anche nella gravidanza successiva. E oltre il 50% di possibilità che questa si concluda con un’altra perdita fetale. Ecco perché diventano fondamentali analisi diagnostiche accurate per valutare la presenza di anomalie nei genitori e di eventuali pericoli per le gravidanze successive (a cominciare dall’esecuzione del cariotipo fetale).
Oltre alle alterazioni del patrimonio genetico, come si è già detto, oggi è l’età della madre che incide fortemente sull’aumento del fenomeno poliabortivo. Se infatti a 25 anni il pericolo di non portare a termine la gravidanza è del 13%, a 35 anni sale al 19%, per arrivare al 25% dei 40 anni e al 33% dei 45. E se nell’analizzare l’aumento degli ultimi 30 anni bisogna tenere conto dell’immigrazione (e del numero di straniere in condizioni di vita spesso non ottimali), per le italiane entrano senza dubbio in causa l’età del primo parto, le abitudini e i fattori ambientali: dal fumo al consumo di alcolici, fino ai ritmi stressanti e all’esposizione a sostanze nocive per la salute. Queste ultime ipotesi sarebbero confermate da studi che hanno messo a confronto il rischio di aborto spontaneo nelle diverse generazioni: a parità di età della gestante, la possibilità di incorrere in un’interruzione involontaria di gravidanza è maggiore oggi rispetto al passato. Le primipare oltre i 35 anni sono la categoria con il rischio più elevato. Vi sono poi svariati fattori anatomici indagabili, a seconda dei casi, con ecografie pelviche o transvaginali, ed eventualmente isteroscopie. Anche agli squilibri endocrini può essere imputato il ricorrere di aborti spontanei, ed è quindi di grandissima importanza una valutazione completa del quadro ormonale: solo così si possono appurare i deficit o le produzioni eccessive (l’iper-prolattinemia su tutte) che impediscono di portare a buon fine la gravidanza. Infine, una donna che incorra in aborti ripetuti dovrebbe essere sottoposta a esami per indagare i fattori associati alla trombofilia: l’alterazione dei processi di coagulazione è sempre più presa in considerazione come causa per lo sviluppo di alcune complicanze, dal ritardo della crescita fetale alla preeclampsia (o gestosi) fino appunto alla poliabortività.

CONSEGUENZE SULLA COPPIA. Non sempre la causa degli aborti abituali viene identificata, e non sempre quando questo accade è possibile intervenire con una terapia. Quello che però bisogna in ogni caso fare, è occuparsi delle “ricadute emotive” che inevitabilmente si determinano. Sulla donna prima di tutto, ma sulla coppia in modo altrettanto importante. Il fatto stesso di non riuscire a portare a compimento un processo naturale scatena quasi sempre sentimenti di frustrazione, inadeguatezza, ansia, rabbia. Vissuti che – se non elaborati – possono portare a una vera e propria depressione. Tanto più che in questi casi il “fallimento” è vissuto anche come sociale, in una sovrapposizione di sfera privata e pubblica che rende ancora più difficile uscire dall’impasse. Senza aspettare che si manifestino segni evidenti di sofferenza psicologica, quindi, sarebbe comunque auspicabile sempre rivolgersi a uno psicoterapeuta. Per dare i giusti contorni e riuscire a metabolizzare meglio una vicenda emotivamente così impegnativa.

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