Stili di attaccamento dei bambini

Stili di attaccamento dei bambiniSe lo porteranno dietro tutta la vita, anche senza rendersene conto. Lo stile di attaccamento che i bambini sviluppano nella prima infanzia caratterizzerà in modo significativo i loro rapporti di coppia, le relazioni affettive in generale, i comportamenti sociali. Per capire cosa sia l’attaccamento, la cosa più semplice è “rivolgersi” a John Bowlby, lo psicologo e psicoanalista britannico che alla fine degli anni ’60 del Novecento formulò la teoria nell’opera Attaccamento e Perdita, che si è poi arricchita nel corso degli anni. Per attaccamento si intende la tendenza spontanea, nella primissima infanzia, a cercare la vicinanza di un individuo della propria specie, per trovare protezione e soddisfacimento dei propri bisogni. Di solito la figura più accudente in questa fase della vita è naturalmente la madre. Sarà quindi lo stile del rapporto con lei che impronterà le relazioni più significative del futuro.
Il fatto che si stabilisca nella coppia madre-figlio un attaccamento sano fin dalle prime fasi è molto importante in funzione del senso di fiducia che il bambino potrà sviluppare. L’attaccamento (che diventa stabile intorno ai 9 mesi, quando il bambino richiama frequentemente l’attenzione della madre) deve cioè prima di tutto essere in grado di rassicurare il piccolo sull’adeguatezza delle risposte che riceverà. Cosicché non si sviluppino, per esempio, modalità di interazione improntate al rifiuto o all’eccessiva dipendenza. A fare la differenza è l’atteggiamento che riesce a instaurare il caregiver (letteralmente la persona che presta le cure), perché sarà ciò che il piccolo interiorizzerà. Si creeranno i cosiddetti modelli operativi interni (MOI), che costituiranno il canovaccio di base su cui impostare le future relazioni. Quello che inizialmente è l’attaccamento alla madre (o ad altro adulto che si prende cura del bambino nei casi in cui questa è assente) viene esteso infatti via via a nuove figure, consolidandosi e diventando un tratto caratterizzante dei comportamenti. Il caregiver primario insomma è stato sostituito, ma molte coordinate dello schema relazionale restano le stesse. L’ex bambino, per esempio, tende a sentirsi accolto o rifiutato in base alla percezione che ha avuto di quelle prime battute. In base appunto al tipo di attaccamento sviluppato. Il comportamento di attaccamento è stabile e pressoché assoluto fino a circa tre anni, età in cui il bambino acquisisce la capacità di mantenere tranquillità e sicurezza anche in un ambiente sconosciuto, a condizione che sia in compagnia di figure di riferimento secondarie e abbia la certezza che la madre (o chi per lei) torni presto. È la situazione che si verifica in presenza del cosiddetto
Attaccamento Sicuro, ossia quello che può strutturarsi quando la madre è presente e viene percepita come affidabile, disponibile e capace di dare risposte adeguate al bambino. Che solo a queste condizioni si sente libero di muoversi serenamente nell’ambiente e mantiene unitarie sia la rappresentazione di sé che quella della madre. Succede proprio perché è tranquillo e ha sviluppato un attaccamento ben bilanciato: si percepisce come degno d’amore, “contenuto” anche nell’esplorazione del mondo. È sereno, consapevole delle proprie possibilità e della rete che può supportarlo nel caso ne abbia bisogno.
Diverso è il caso dell’Attaccamento Evitante. Quello in cui, per esempio, la parte vulnerabile della coppia tende a manifestare pochissimo i propri bisogni, così come il dolore della separazione o la gioia del ricongiungimento con la figura di riferimento. La ragione sta nel fatto che il caregiver ha la tendenza a ignorare o a rispondere troppo rigidamente alle richieste. Il bambino, per reazione, comincia ad economizzare l’investimento, così da scongiurare feedback inadeguati. Il comportamento risulta ambivalente, alterna momenti di apparente indipendenza ad altri di agitazione e ricerca della figura di attaccamento. Inoltre, non essendo contenuto come dovrebbe (e come vorrebbe), il piccolo non può sviluppare la capacità di elaborare i normali sentimenti negativi sperimentati nei confronti della madre. Essi rimangono scissi e dunque non ben metabolizzati: col passare degli anni potrebbero finire rimossi per autodifesa, o dirottati in aggressività, ribellione.
Vi è poi un terzo tipo di modalità relazionale con il caregiver, ossia l’Attaccamento Ansioso-Resistente (Ambivalente) che caratterizza i bambini con madri imprevedibili, che passano dall’essere eccessivamente presenti e limitanti nella vita del piccolo, all’avere atteggiamenti non rispondenti. O comunque non coerenti con le richieste e il contesto. Ciò limita il piccolo, che teme l’abbandono non avendo ricevuto le necessarie risposte rinforzanti. Ha quindi difficoltà a esplorare il mondo se non sente la presenza intrusiva della madre, verso la quale può alternare rabbia ad accondiscendenza.
Infine, l’Attaccamento Disorganizzato (o Disorientato). Siamo nell’ambito della sofferenza psichica della figura di attaccamento. I motivi possono essere vari (traumi, lutti, abuso di sostanze stupefacenti) ma gli effetti sono i medesimi: i piccoli ricevono maltrattamenti reali o in senso lato (la madre risulta comunque spaventante) e per risposta le azioni sono incoerenti e paradossali. Stati di iperallerta, rigidità, stereotipie. Gli effetti a lungo termine rischiano di essere dello stesso tenore.

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