Tocofobia, se il parto fa paura

Tocofobia, se il parto fa pauraÈ una paura tipica dei paesi ricchi e industrializzati. Perché alle nostre nonne, così come ancora oggi alle donne di una tribù africana, un timore davvero forte riguardo al parto sembrerebbe innaturale di per sé. Almeno quanto alla maggior parte di noi, esemplari di femmine metropolitane contemporanee, sembra viceversa innaturale l’idea di partorire senza il supporto di tecniche che allevino il dolore e rendano l’esperienza il meno traumatico possibile. Non sempre però la consapevolezza dei progressi medici, e i dati sempre più rassicuranti sui rischi legati al momento della nascita, riescono a far svanire un’ansia che in alcuni casi si trasforma in vera e propria angoscia. Un panico che ha anche un nome scientifico, tocofobia (in greco “tokos” significa parto) e che può assumere diverse sfumature. In generale, però, dietro a tutte le sue manifestazioni c’è lo stesso tipo di approccio ansiogeno verso la naturale conclusione della gravidanza.
Un atteggiamento che muove prima di tutto dall’idea che il corpo, alla stregua di tutto il resto, vada sempre controllato in ogni sua manifestazione. Diventa quindi causa di forte timore la consapevolezza di un imminente “salto nel vuoto” sia fisico che emotivo. Nonostante racconti e corsi di preparazione, non è possibile infatti dare contorni definiti a qualcosa che cambia in modo così soggettivo. Ed è proprio questo “non sapere” che risulta ansiogeno per donne sempre più abituate a lasciar spazio alla propria razionalità: la risorsa che più viene valorizzata per condurre una vita in modalità multitasking.
Bisogna considerare poi un discorso di rimozione del dolore, parte di una cultura per cui si assumono con leggerezza antidolorifici ai primi sintomi di un’emicrania, o appena un ciclo mestruale si fa minimamente sentire. In questo contesto, la prospettiva di una sofferenza che va oltre l’eventuale attenuazione attraverso l’anestesia, spiazza e fa sentire disarmate. Perché il parto è un evento che potrà essere soltanto “accompagnato”, di certo non dominato. Se non si tratta di donne alla prima gravidanza, inoltre, può avere un ruolo il ricordo di precedenti esperienze traumatiche. E ancora: nonostante i numeri relativamente buoni della mortalità femminile in sala parto (l’Istituto di Vigilanza Sanitaria colloca la cifra intorno a 10-13 decessi ogni 100mila nascite), il timore di eventuali complicazioni per la propria salute crea apprensione e si intreccia all’ansia generata da strutture mediche, camici bianchi e ospedalizzazione in ogni forma. Nei casi limite, si arriva a rinunciare per questo panico alla gravidanza stessa, e a figli su cui magari per altri aspetti si fantasticava già.
Infine va considerato il timore relativo a possibili malformazioni o problemi del bambino: un fantasma che nelle settimane conclusive della gestazione compare molto frequentemente e alimenta, tra l’altro, i tipici “incubi” di questo periodo. Nutrendo così, oltre all’insonnia, proprio la tocofobia.
Campanelli d’allarme. Ecco perché alcuni atteggiamenti vanno considerati come “sintomi”, e devono spingere a cercare un confronto con lo specialista. Per prima cosa, naturalmente, la ricorrenza dei timori e il loro strutturarsi in pensiero fisso: capita quando la paura del dolore e dei rischi legati alla nascita occupa la mente in pianta stabile, anche mentre si cerca di dedicarsi ad altro. Quando il riposo diventa insufficiente, sia per l’agitazione che impedisce di prendere sonno, sia per gli incubi monotematici relativi alle fasi del travaglio. A questo proposito bisogna sottolineare che non si sta parlando qui della normale alternanza di umori instabili, e degli “up and down” con scarti anche notevoli che scandiscono (complici pure gli ormoni) i mesi di gestazione. La tocofobia assume contorni realmente patologici quando impedisce di vivere serenamente la propria quotidianità, e quando l’angoscia assume uno spazio dominante. Andrebbe approfondita anche una paura che compare con anticipo eccessivo, e che grava sulla futura mamma fin dalle primissime settimane di gestazione. In questo caso è importante prima di tutto valutare l’entità della questione e “guardare in faccia” le proprie sensazioni, cercando un supporto nei familiari ed eventualmente parlandone con uno psicoterapeuta o con il ginecologo stesso. Esternare i pensieri è il primo passo per disinnescarli. Soltanto infatti prendendo coscienza del problema, e considerandone le possibili sfaccettature, si può evitare che conquisti troppo spazio.
Dopodiché, alcuni passaggi pratici possono senz’altro aiutare. Prima di tutto, approfondire la questione del travaglio e del dolore. Informandosi su come possa essere ridotto e cercando, per quanto possibile, di formarsi un’idea personale. Basata su dati oggettivi e su informazioni selezionate. È importante poi scegliere un medico di riferimento con il quale ci si senta a proprio agio, al quale ci si possa affidare serenamente e con il quale, altrettanto serenamente, ci si senta libere di parlare. Nello stesso tempo però, accanto a questi aspetti di “controllo della situazione”, bisogna far spazio anche alla strategia opposta: accettare cioè, dentro di sé, l’idea di abbandonarsi e di perdere temporaneamente il controllo. Nella ricerca di un equilibrio dinamico tra desiderio di prevedere e capacità di affidarsi.

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