Tonsilliti e adenoidi, vademecum per mamma e papà

Tonsilliti e adenoidi, vademecum per mamma e papàParliamo di tonsilliti e adenoidi con il dottor Piercarlo Salari, Pediatra di Consultorio a Milano e Responsabile del Gruppo di Sostegno alla Genitorialità della “Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale”(SIPPS).
Dottor Salari, partiamo dalle malattie da raffreddamento.
Le malattie da raffreddamento sono accomunate da alcune manifestazioni, quali secrezione e scolo dal naso (rinorrea), starnuti, mal di gola (tipicamente associato alla faringite), fastidio alla deglutizione, tosse dapprima secca e irritativa, in seguito catarrosa, febbre ed eventualmente arrossamento degli occhi con lacrimazione. Si tratta di malattie presenti tutto l’anno, che trovano però nella stagione fredda le migliori condizioni di diffusione epidemica, a causa della tendenza collettiva a rimanere in spazi chiusi, con scarso ricambio di aria e spesso sovraffollati. Nei bambini, tra l’altro, capita spesso che una forma si evolva in un’altra, come nel caso del raffreddore, al quale, dopo pochi giorni, si può associare il mal di gola, oppure la faringite che a poco a poco, a causa del facile passaggio delle secrezioni verso l’orecchio, finisce per interessare quest’ultimo, dando così luogo a otite. Pertanto, vale il consiglio generale di osservare sempre i sintomi della malattia. La presenza di un substrato allergico complica ulteriormente il quadro in quanto crea una predisposizione sia alle infezioni – in particolare virali – sia a complicanze legate all’iperattività immunitaria, quali per esempio ipertrofia tonsillare, responsabile di ostruzione respiratoria, rinosinusiti, linfoadenopatia e ricorrenza degli episodi stessi. Allo stesso modo è bene sottolineare che, se da un lato l’uomo moderno si è ormai abituato a convivere con le malattie da raffreddamento, dall’altro esse non devono essere sottovalutate, ma curate in modo appropriato. Un ulteriore aspetto da sottolineare è la frequente trasmissione “a ping pong” all’interno di un nucleo familiare: il fratellino più grande, per esempio, contagia il più piccolo, poi la mamma e così via.
Ci spiega che cosa sono esattamente e a che cosa “servono” tonsille e adenoidi?
Le tonsille sono importanti stazioni di sorveglianza e di difesa delle prime vie aeree. Di solito si pensa a quelle palatine, che il pediatra esplora quando chiede al bambino di spalancare la bocca o utilizza l’abbassalingua. In realtà, ciascuno possiede ben quattro roccaforti, note nel loro insieme come “anello di Waldeyer”, in memoria dello scienziato tedesco che l’ha descritto per la prima volta nel XIX secolo: oltre alle tonsille palatine, ci sono le tonsille faringee (o adenoidi, situate a livello delle coane, cioè i fori ossei che mettono in comunicazione il naso con la parte alta della faringe), le tubariche, che si localizzano in prossimità dello sbocco delle tube di Eustachio e, infine, le linguali, situate in basso, dietro la lingua.
Le tonsille hanno un aspetto tipicamente spugnoso: le loro minuscole cavità servono proprio a captare la presenza di germi e a organizzare i processi necessari a eliminarli. Si spiega così perché ogni stimolazione o, se si vuole, infezione (tonsillite), determina un aumento di volume delle tonsille -meglio nota come ipertrofia-, nelle quali vengono richiamate le cellule difensive. Il più delle volte questo fenomeno si risolve spontaneamente, ma il ripetersi delle aggressioni o semplicemente una maggiore reattività del sistema difensivo, tipica di alcuni individui, fanno sì che le tonsille rimangano permanentemente ipertrofiche, per via della permanenza locale di un’elevata concentrazione di cellule immunitarie. Le cosiddette “placche”, riscontrate in alcuni casi di tonsillite, altro non sono che piccoli ascessi che si formano all’interno delle microcavità delle tonsille.
Se le tonsille restano ingrossate, che cosa può accadere?
L’ipertrofia cronica delle tonsille non è priva di conseguenze. Innanzitutto, il loro volume abnorme crea un’ostruzione. Nel caso delle adenoidi essa si manifesta soprattutto nel periodo notturno, con russamento, respirazione a bocca aperta e, nei casi più marcati, momenti di apnea (assenza di respiro). Le tonsille palatine possono ingrossarsi al punto di arrivare addirittura a “toccarsi”, spostando l’ugola. Nella stragrande maggioranza dei casi l’ipertrofia è bilaterale, cioè interessa entrambe le tonsille, e non è raro che interessi contemporaneamente le tonsille palatine e le adenoidi. Una sua altra implicazione è una minore diffusione dei farmaci: un antibiotico, per esempio, raggiungerà con maggiore difficoltà i batteri in una tonsilla ipertrofica. A questo si aggiunge poi il fatto che gli stessi germi si trovano paradossalmente favoriti: l’ipertrofia, infatti, oltre certi limiti, si accompagna ad una perdita dell’efficienza difensiva e offre ai germi maggiori possibilità di insediamento, e quindi di cronicizzazione di un’infezione, con allungamento dei tempi di guarigione.
Quando bisogna operare?
Mentre le alterazioni di palato e mandibola richiedono una valutazione del dentista, una delle domande che assilla i genitori è se il proprio bambino deve essere o no operato di tonsille. Tre-quattro decenni fa l’intervento era una prassi comune, mentre oggi l’atteggiamento degli specialisti è meno aggressivo e più cauto, anche perché non è esente da rischi o imprevisti.

    • L’asportazione delle adenoidi (adenoidectomia) trova indicazione se la loro dimensione è cresciuta al punto di invadere l’80% dello spazio rinofaringeo, cioè di quella cavità che mette in comunicazione il naso con la gola.
    • L’asportazione delle tonsille palatine (tonsillectomia), che può essere associata a quella delle adenoidi, è invece giustificata in presenza di una loro documentata alterazione permanente, di infezioni ripetute da streptococco, uno dei batteri più temuti, episodi ricorrenti (7 nell’ultimo anno, almeno 5 in ciascuno dei tre precedenti, come suggerito dalle direttive ufficiali) e formazione di ascessi peritonsillari, ossia di raccolte di pus nello spazio circostante le tonsille palatine.

Ovviamente, ogni bambino è un caso a sé e spetta al pediatra e allo specialista valutare di volta in volta l’andamento clinico. Un esame utile a decidere se e quando intervenire, oltre alla fibroscopia (cioè l’esplorazione delle fosse nasali mediante una sottile sonda munita di telecamera), è la polisonnografia, cioè la registrazione in forma di tracciato della respirazione nel sonno, e la presenza di apnee è senza alcun dubbio un elemento a favore dell’intervento.

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