Vagito, il linguaggio del neonato

Il neonato piange per attirare l’attenzione e comunicare; lo fa in maniera diversa a seconda delle sue esigenze e in un modo così personale che ogni bimbo ha una vera e propria firma acustica. E le mamme non solo riescono a distinguere il pianto del loro bambino da quello degli altri, ma imparano anche a leggervi le diverse richieste. Tuttavia, all’inizio non è così facile, ma lo diventa con il passare dei giorni, man mano che la mamma e il suo piccolo imparano a conoscersi.

Ne parliamo con la dottoressa Loredana Bruschi, Direttore dell’Unità Operativa di Pediatria e Neonatologia dell’Ospedale di Voghera (Pavia).

Dottoressa, quali sono le cause che normalmente determinano il pianto del neonato?
Il neonato piange perché ha fame o perché vuole essere cambiato, per il fastidio creato dal rumore, dalle luci troppo intense, dal troppo calore o perché ha freddo. Ma piange anche quando subisce un’eccessiva stimolazione, per esempio, quando lo si fa giocare più del dovuto. E naturalmente ciascun pianto si manifesta con segnali ben precisi, che non è difficile imparare a riconoscere.

E quali sono i segnali che aiutano i genitori a comprendere perché il piccolo piange?
Esiste un alfabeto del pianto, dato dall’intensità, dal ritmo e dalla posizione che il bambino assume. Il pianto fisiologico, quello dettato da esigenze gestibili da parte della mamma, ha una sua precisa tonalità ritmica. Per esempio, se il bimbo ha fame piange con un’intensità che aumenta per poi diminuire (pianto in decrescendo) e, se preso in braccio, rivolge la testa verso il corpo della mamma e apre la bocca. Se invece è disturbato dall’ambiente oppure è stanco, il ritmo è lo stesso, ma il tono è più sommesso e lamentoso; generalmente si strofina gli occhietti, ha lo sguardo spento e dondola la testa, come se volesse addormentarsi.
 

Come capire, invece, che è meglio consultare un medico?
Il pianto che deve allarmare è quello con tonalità acute, che tende a crescere di intensità, magari cessa per una breve pausa, poi riparte con un’intonazione ancora più alta e non accenna a diminuire. Se supera le due ore, vuol dire che c’è qualcosa che non va. Generalmente, però, il pianto deve preoccupare, quando è accompagnato da manifestazioni insolite. Come la febbre, l’inappetenza, i problemi di suzione, l’eccessiva eruttazione, il vomito, la stipsi o la diarrea. In questi casi è meglio consultare un medico. Comunque, quando il bambino ha un pianto che la mamma non attribuisce a cause fisiologiche, è opportuno spogliarlo e osservarlo, per capire se ha il pancino teso o se ha dei rigonfiamenti, proprio per poter indicare subito al pediatra cosa si discosta dalla normalità. Ci sono, poi, situazioni in cui è meglio rivolgersi al pronto soccorso, come quando il piccolo vomita a getto oppure è pallido, è poco reattivo e ha un pianto flebile, lamentoso e continuo. Comunque, le mamme con il tempo sviluppano quel sesto senso, che permette loro di capire se il pianto del bambino è diverso rispetto a quello che sentono tutti i giorni.

Nei diversi mesi di vita, possono cambiare le cause del pianto?
Certo. Dal terzo mese in poi, quando il bambino ha già acquisito un suo ritmo nel soddisfacimento dei propri bisogni fisiologici, il pianto diventa più psicologico ed esprime, per esempio, l’insoddisfazione per il distacco dalla mamma e la paura dell’abbandono.
Dai 3 ai 6 mesi piange perché comincia a spuntare il primo dentino.
Dopo il quinto mese le coliche gassose generalmente scompaiono e con loro i conseguenti interminabili pianti.
Tra i 6 mesi e i due anni il bimbo piange perché qualcosa lo spaventa o lo fa arrabbiare e allora ha quelle manifestazioni di pianto con crisi di apnea, che terrorizzano le mamme. Ma se l’apnea dura meno di un minuto, non è preoccupante; la mamma deve solo cercare di stare tranquilla e di calmare il bambino: mettendolo supino per aumentare verso il cervello la circolazione del sangue e dell’ossigeno, che la sospensione del respiro ha interrotto per qualche secondo. Non deve mettergli nulla in bocca ed evitare di scuoterlo, meglio accarezzarlo e cercare invece di rilassarlo. Però se l’apnea dura più di un minuto o il bambino diventa cianotico, meglio consultare subito un medico.
 

E se non vuole proprio smettere di piangere
Cosa fare

  • Provate con la musica. E con tutto ciò che ha un ritmo perché ricorda il battito cardiaco della mamma, che il piccolo sentiva quando era nella pancia; persino il rumore costante della lavatrice può aiutare.
  • Coccolatelo. Perché il contatto fisico è la cosa che lo rassicura maggiormente. Tenetelo con la testa appoggiata alla vostra spalla o nella posizione a marsupio, stretto al seno.
  • Fategli cambiare ambiente. Spesso i bambini piangono per noia e basta una passeggiata (magari in macchina) per farli stare meglio.
  • Ricorrete alla suzione, perché è un movimento ritmico che tranquillizza: quindi concedetegli la poppata in più o il cucchiaino con un pochino di zucchero diluito in acqua.

 
E cosa non fare

  • Non pensate subito che il problema sia il vostro latte, piuttosto evitate di assumere troppe sostanze eccitanti, come caffè, tè, Coca Cola. Meglio rinunciare al cioccolato, ma poter dormire qualche ora in più.
  • Non somministrate farmaci senza il consiglio del medico.
  • Durante le coliche, lasciate perdere il termometro rettale, perché non aiuta a far uscire il gas dal pancino.
  • Evitate di mettere il bimbo a pancia in giù su superfici morbide perché potrebbe soffocare.

 

In libreria

Nessia Laniado
Perché piange?
Capire il pianto del bambino per provvedere al meglio

Edizioni RED!

 

A cura di: Elena Magni

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