Videogame e bambini, chi vince?

Videogame e bambini, chi vince?I videogiochi sono una cosa seria. Basta questo numero per rendersene conto: 90 miliardi di dollari. Tanto fatturano nel mondo, più di cinema e musica messi insieme. E il mercato continua a crescere esponenzialmente, come e più del Pil dei Paesi emergenti: secondo le previsioni, infatti, nel 2018 il settore varrà 113 miliardi di dollari.
Insomma, nessun dubbio: i videogame fanno bene agli affari. Ma fanno bene anche a chi li usa? Quali sono le controindicazioni e i possibili rischi, soprattutto quando console e tablet finiscono in mano ai bambini, magari per ore e ore?
Un recente sondaggio condotto da GetSafeOnline.org sul mondo dei videogiochi, in particolare quelli online, ha rivelato che il 50% dei genitori italiani sono preoccupati che i propri figli possano essere vittime di bullismo o abusati verbalmente. Non solo: lo studio ha mostrato che il 91% dei genitori, nonostante questa preoccupazione, permette comunque il gioco online, mentre il 37% ammette di non avere alcun controllo. Ma le paure non finiscono qui. Il timore è che i bambini che passano troppo tempo davanti allo schermo possano trasformare un momento di distrazione e intrattenimento in un’ossessione; che scelgano giochi sbagliati e violenti; che perdano la capacità di socializzare, che accrescano l’aggressività e assumano atteggiamenti intolleranti.
Il problema, però, è che la scienza non sa se questi timori abbiano un fondamento reale, gli studi sono ancora pochi. I risultati contraddittori e nessuna conclusione definitiva. Soprattutto per quanto riguarda gli effetti a lungo termine: non si sa, cioè, che cosa succederà da grandi ai bambini tirati su a pane e videogiochi. E anche se venisse riscontrata una correlazione statistica tra esposizione massiccia al videogioco e comportamenti problematici nei bambini, resterebbe da individuare il rapporto tra causa ed effetto. Bisognerebbe capire se è il videogioco che crea bambini problematici o sono i bambini con delle difficoltà di crescita che si fanno maggiormente attrarre dai videogiochi. O ancora, se non sia colpa di qualche variabile da cercare altrove.
D’altro canto, se è vero che i bambini apprendono giocando, il principio dovrebbe valere anche per i videogiochi. In fondo, non si tratta semplicemente dell’evoluzione tecnologica di un’attività, quella ludica, che esiste da sempre?
Alcuni effetti positivi sembrano evidenti: i videogame possono stimolare la comprensione dei compiti da svolgere; possono abituare a gestire gli obiettivi; possono favorire l’autocontrollo e la gestione delle emozioni; possono sviluppare l’abilità di prendere decisioni velocemente e affrontare difficoltà. Che abbiano – anche – uno scopo educativo, d’altronde, lo testimoniano i tanti software sviluppati specificamente per sostenere l’apprendimento anche in presenza di disturbi come dislessie o deficit sensoriali. Software che puntano proprio su quella che sembrerebbe la peggior colpa dei videogiochi: la capacità di catturare e mantenere l’attenzione.
Da capo, allora: fanno male o fanno bene? Come sempre, presumibilmente, la verità sta nel mezzo: i videogame non sono nocivi di per sé, ma può esserlo il loro utilizzo incondizionato e spropositato, che dunque va evitato.
Ma attenzione: stabilire regole ferree, imporre tempi contingentati e una supervisione maniacale può essere altrettanto deleterio. Certo, i videogiochi non devono sottrarre, o peggio annullare, il tempo dedicato al sonno, ai pranzi o allo studio. E certo, è meglio evitare che i propri figli s’intrattengano con titoli dai contenuti violenti o nei quali compaiano comportamenti moralmente deplorevoli, come aggressioni, rapimenti o addirittura stupri – e ce ne sono in abbondanza. Ma bisogna avere fiducia nei più piccoli. E lasciare che il loro tempo libero sia veramente tale. Sappiatelo: sono perfettamente in grado scegliere come utilizzarlo al meglio, a patto naturalmente che esista la possibilità di scegliere. Alcuni bambini attraversano lunghi periodi durante i quali vogliono fare una cosa sola e sempre quella, e gli adulti pensano che ci sia qualcosa di sbagliato solo perché loro non farebbero la stessa scelta. Ma se i bambini sono davvero liberi di giocare ed esplorare in modi diversi e finiscono per farlo solo in un modo, vuol dire che ci trovano qualcosa di veramente significativo. In fin dei conti, perché dovrebbe essere meglio trascorrere due ore al giorno a “non far niente” immersi tra le pagine di un romanzo piuttosto che davanti a uno schermo a videogiocare o a guardare cartoni animati?
I genitori che dicono sempre ai bambini cosa devono o non devono fare rischiano di commettere un grave errore. E di aggiungere un altro mattone all’invisibile barriera che stanno creando tra loro e i loro figli. È un po’ come se ripetessero in continuazione che non si fidano dei propri figli.
Qualcosa, comunque, anche i più protettivi e preoccupati dei genitori possono farla. Possono, per esempio, inventare qualche stratagemma, magari in forma di gioco, per creare delle pause tra una partita e l’altra, in modo che i bimbi possano proiettare lo sguardo su oggetti distanti almeno sei metri al fine di riposare i muscoli oculari che sono costantemente contratti nel corso del gioco. E ancora più importante: possono, anzi devono, organizzare e incoraggiare sfide con amici o fratelli e sorelle, in modo da rendere il gioco uno strumento di socializzazione e non di isolamento.

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