La microiniezione intracitoplasmatica (ICSI)
Questa tecnica permette di iniettare un singolo spermatozoo all’interno della cellula uovo. È
indicata quando al test di capacitazione si ottengono pochi spermatozoi, con scarsa motilità e
basse possibilità di fecondazione spontanea. La microiniezione ha restituito a molti uomini la
possibilità di diventare padri, anche quando la fertilizzazione in vitro non poteva aiutarli. Nella
FIVET, quando uova e spermatozoi vengono messi a contatto, si attende semplicemente la loro unione
e che l’embrione si crei in modo spontaneo. Purtroppo questo non accade se gli spermatozoi sono
pochi e scarsamente attivi. Il biologo, allora, introdurrà direttamente lo spermatozoo all’interno
dell’uovo femminile.
La procedura
La stimolazione ovarica, il prelievo degli
ovociti
e il trasferimento degli embrioni sono del tutto identici al programma di fertilizzazione in
vitro (FIVET). L’unico
momento differente è quello biologico che si attua a un particolare microscopio dotato di un
micromanipolatore. Questa strumentazione molto sofisticata consente di bloccare l’oocita in una
posizione tale da consentire l’inserimento dello spermatozoo all’interno della cellula femminile.
La microiniezione è possibile purché si trovi almeno uno spermatozoo, in qualunque sede: il
liquido seminale, le vie seminali, il tessuto testicolare.
A cura di: Alma Galeazzi
ICSI: i rischi
Sono identici a quelli di una fertilizzazione in vitro. L’unico fattore che attualmente non è
conosciuto è quello che riguarda le possibili malformazioni cromosomiche e genetiche del feto. I
dati finora disponibili indicano che il rischio è leggermente aumentato: nelle gravidanze naturali
corrisponde al 2%, in quelle da microiniezione è intorno al 3-4%.
Ecco perché in gravidanza si può ricorrere alla diagnosi prenatale, con le tradizionali
tecniche di villocentesi o di amniocentesi. In questo modo è possibile verificare si verifica lo
stato di salute del bambino.
I risultati
Le cellule uovo adatte alla microiniezione sono soltanto quelle perfettamente mature. Per questo
è necessaria una particolare attenzione durante il monitoraggio ecografico, per scegliere il
momento giusto per prelevare le uova e ottenere il numero più alto possibile di cellule mature.
Quando il biologo unisce le cellule della coppia, la fertilizzazione va a buon fine nel
50-60% dei casi. Questo significa che solo la metà degli ovociti uniti al loro spermatozoo
diventerà un embrione, le altre cellule si fermeranno a stadi inferiori di crescita. Al controllo
della fecondazione, dunque, il biologo osserverà che alcune cellule si saranno sviluppate in
embrioni, altre saranno bloccate allo stadio iniziale, quello di una cellula uovo con uno
spermatozoo all’interno.
Un accorgimento in più
È possibile che un padre con una forte alterazione del liquido seminale possa generare un
bambino maschio con lo stesso problema. Se la coppia tiene a questa informazione può effettuare un
particolare test prima di sottoporsi alla procedura di microiniezione. Si tratta della ricerca
delle piccole delezioni del cromosoma y, un esame accurato della mappa cromosomica del padre, che
analizza questo specifico fattore di rischio e che si attua con un semplice prelievo di sangue.
Il futuro prossimo della PMA: la coltura delle blastocisti
«La coltura delle blastocisti è una tecnica sicuramente molto interessante» dice la dottoressa
Piloni «è uno dei fiori all’occhiello della fecondazione in vitro, anche se a oggi non ci viene
ancora così bene, perché una blastocisti è un embrione di 5-6 giorni. Di solito, invece, il
trasferimento viene effettuato dopo 2-3 giorni dalla fecondazione: gli embrioni, cioè vengono messi
in utero quando sono grandi 2-3 giorni. Se noi riusciamo a portare l’embrione a 5-6 giorni, lo
chiamiamo blastocisti. Ed è un embrione complesso, che ha due gruppi di cellule: un gruppo di
cellule più superficiali, che è già destinato alla placenta, e un gruppo di cellule più centrali,
invece destinato a essere feto. Ma non tutti gli embrioni arrivano a essere blastocisti: solo un
30-40%. Per questo in Italia ci troviamo in difficoltà, visto che possiamo “lavorare” solo su tre
embrioni. Non ce la sentiamo di rischiare così tanto nel perdere embrioni per cercare di farli
arrivare a essere delle blastocisti.»
|
A cura di: Alma Galeazzi
