Sport: benessere... in movimento!
Aumentano lentamente ma con costanza, sono in maggioranza uomini e risiedono molto più al nord
che al sud. È il ritratto degli italiani che fanno sport, così come lo tratteggia l’ultimo rapporto
stilato dal Coni in base ai numeri Istat 2005.
Un’analisi incrociata dalla quale emerge un dato decisamente poco positivo: il 40,6% dei
nostri connazionali non solo non pratica alcuna disciplina in modo continuativo (privilegio raro in
una società dai ritmi sempre più frenetici), ma non dedica neppure un po' del proprio tempo libero
a una qualunque attività fisica. Come dire che preferisce la poltrona e il telecomando al campo da
tennis o alla palestra, e il tram o l’automobile alla bicicletta.
Questo significa che una larghissima fetta di popolazione va inserita nella casella dei
cosiddetti sedentari, che si candidano automaticamente a una serie di disturbi psico-fisici su cui
i medici non smettono di dare l'allarme: muoversi resta la parola d'ordine fondamentale per chi
vuole vivere a lungo e nel modo migliore.
Ne parliamo con il
dottor Stefano Respizzi
Direttore del
Centro di Riabilitazione per lo
Sport Isokinetic di Milano.
Quali sono i principali benefici di una vita attiva?
Partirei da un presupposto prestigioso: l’OMS ha dimostrato in maniera scientifica che
l'attività fisica è determinante nella prevenzione delle malattie croniche. Basta un movimento
moderato ma costante per avere effetti benefici sul cuore e sui polmoni, e far sì che l’a pparato
cardiovascolare e l’apparato locomotore invecchino più lentamente, anche perché i muscoli umani
(dal cuore al bicipite) continuano ad allenarsi in tutte le fasi della vita, anche se ovviamente
con risultati diversi. Viceversa, la sedentarietà non ha solo effetti evidenti e a breve termine
(dalla mancanza di forma fisica al calo di vitalità, a uno stato di salute generale più carente) ma
è anche tra le cause dell'osteoporosi, un problema che riguarda sempre più persone: l'osso non
sottoposto a un esercizio quotidiano perde il calcio più facilmente.
A cura di: Natalia Mongardi
Come si può calibrare l'attività fisica in modo che sia giusta per le diverse età e le diverse esigenze?
Il discorso più semplice è quello per gli “over 60”, perché nel loro caso è per lo più
sufficiente mezzora di esercizio al giorno. L'ideale sarebbe prima di tutto una camminata a passo
deciso. Per intendersi, non la passeggiatina di shopping in cui ci si ferma davanti alle vetrine.
Un modo semplice per regolarsi è capire quando si sente la necessità di un respiro più ampio: se si
avverte quel bisogno significa che si cammina nel modo giusto.
A seguire, bastano circa 10 minuti di movimenti a corpo libero che riguardino sia gli arti
superiori che quelli inferiori. Non è necessario niente di impegnativo o elaborato, bastano delle
sforbiciate con le braccia, delle torsioni, dei piegamenti sulle gambe.
L’adulto tra i 30 e 60 anni come si deve regolare?
Intanto premetto che quando parlo di movimento e sport non mi riferisco agli esercizi fatti con
le macchine in palestra - anche se oggi è proprio in palestra che si concentra la maggior parte
dell’attività fisica di chi vive in città - ma a un allenamento costante che riguarda l'intero
stile di vita, e che si traduce nello stare il più possibile all’aria aperta, compiere gesti
diversi e avere familiarità con un vasto numero di movimenti.
Dal nuoto alla bicicletta, dalla passeggiata alla partita di pallavolo, fino alle scale fatte a
piedi. Certamente la palestra è meglio che niente, ma l'apparato cardiovascolare va allenato ogni
giorno a partire dalle abitudini più banali. Va poi precisato che se si praticano attività
aerobiche non ci sono differenze sostanziali tra uomo e donna. Quindi che si tratti di maratona, di
corsa o di bicicletta entrambi i sessi possono fare esattamente le stesse cose. Le uniche
differenze riguardano il carico di lavoro, per cui nel caso in cui si debbano spostare dei pesi il
discorso cambia. L'uomo, che ha mediamente dei muscoli più grandi, può raggiungere prestazioni
differenti.
A cura di: Natalia Mongardi
E nei frequenti casi di necessaria remise en forme qual è il consiglio?
Questo è il punto dolente di una società malata di ipomobilità, in cui si vive per lo più seduti
davanti a un computer e in cui si è arrivati al paradosso per cui la metà della popolazione
civilizzata spende soldi allo scopo di dimagrire, mentre 2/3 del mondo non ha niente da mangiare.
Considerazioni etiche a parte, diciamo che la regola principale per chi ha l'obiettivo di
rimettersi in forma è dedicare tempo all'attività aerobica, che è quella che fa bruciare le
calorie: per cui sì alla corsa, alla camminata veloce, alle scale fatte a piedi e così via.
Per intervenire sui lipidi bisogna fare sforzi più consistenti e prolungati, ma in generale
tutte le attività di questo tipo fanno consumare le riserve accumulate. In questo modo poi si
interviene sul metabolismo, che viene risvegliato, e per farlo è sufficiente un'ora di attività 2 o
3 volte alla settimana. Uno spazio che ci si può ritagliare senza eccessive difficoltà.
Si parla sempre più spesso di obesità infantile, di bambini seduti davanti alla tv invece che
in cortile a giocare...
Il discorso dell'attività fisica dei bambini e dei ragazzi è fondamentale. Per loro la regola
deve essere poter fare tutto quello che vogliono. Io ripeto sempre che più fanno meglio è, senza
controindicazioni di alcun tipo. Oggi molte mamme temono la sudata, la caduta, lo sforzo eccessivo,
ma non tengono conto delle altissime capacità di recupero dei giovani. Il mio consiglio è quello di
dire ai figli “Fa’ quello che vuoi ma non giocare alla playstation”. E questo non per demonizzare
il progresso, ma perché negli ultimi 20 anni ci siamo tutti progressivamente seduti, compresi i
ragazzi, con conseguenze sull’obesità infantile di cui si discute ormai costantemente. Certo per un
genitore è più facile gestire un bambino che sta in casa davanti al televisore, magari
rimpinzandosi di cibi comodi e confezionati, piuttosto che destreggiarsi tra il traffico cittadino
e i propri impegni per portarlo a fare sport. Senza contare, poi, che anche le canoniche “due ore a
settimana” che toccano ai bambini che praticano un'attività fisica in città non sono niente
rispetto al movimento che si faceva negli oratori o nei campetti. E invece la differenza starebbe
nella vita all’aria aperta, nella corsa, nello stare in strada, condizioni che in città come Milano
o Roma sono quasi impraticabili. Gli effetti della sedentarietà peraltro non sono solo sul
sovrappeso ma anche sulla fragilità ossea: il bambino che si muove poco è più impacciato e ha meno
capacità motoria, per cui oltre ad avere un apparato locomotorio poco allenato si fa anche male più
facilmente.
A cura di: Natalia Mongardi
Ma come si sceglie lo sport giusto per un bambino?
La cosa migliore è far scegliere lui, in modo che lo sport sia un piacere e non una costrizione.
Per cui va benissimo se all’inizio imparano a conoscere diverse attività, in seguito si
specializzeranno in base alle abilità personali, come accade del resto nei college americani. In un
secondo momento il discorso si differenzia, nel senso che tra i 6 e i 10 anni sono perfetti gli
sport di destrezza, come il pattinaggio (sia su rotelle che su ghiaccio) o la danza.
Il punto cruciale è la motricità, perché il bimbo acquisisce confidenza col proprio corpo e
nello stesso tempo abilità specifiche. Tra i 10 e i 15 anni si inizia un’attività propedeutica a
quella agonistica, e anche in questo caso è giusto che un ragazzo dopo aver provato uno sport che
non lo soddisfa possa passare a un altro. Con l'entusiasmo si ottengono i risultati migliori.
Ridimensionerei poi il mito pediatrico del nuoto, che è molto più noioso e ripetitivo di altre
attività: è adatto a tutti, è vero, ma proprio per questo è poco stimolante. Io consiglio più
volentieri il basket e il volley, che sono di destrezza e soprattutto di gruppo, un requisito che a
questa età è essenziale.
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Per il corpo, ma non solo
Fiducia in se stessi, ma anche generosità e senso di appartenenza. In una società malata di
individualismo, in cui le aspettative sono così pressanti da generare complessi di inadeguatezza
anche nei più piccoli, lo sport è l'occasione migliore per acquisire un modello di comportamento,
che va dal contare sull'abilità personale al sapersi impegnare insieme ai coetanei in vista di un
obiettivo comune.
Proprio per questo, per il
dottor Stefano Respizzi sono consigliabili gli sport di squadra, in cui ci si
sente parte del gruppo. Poco importa se non si è dei fenomeni e si sta in panchina: "Si fa comunque
parte della squadra e l'aspetto spogliatoio è decisivo, soprattutto in un'età critica come
l'adolescenza, senza contare che di solito i più bravi funzionano da stimolo e non da deterrente.
Anche l’atletica, praticata presso una società sportiva, ha questo aspetto di socialità molto
importante". In soccorso dei genitori più indecisi, poi, il
pediatra Gianfranco Trapani ha appena scritto il volume
Quale sport per mio figlio? A ogni bambino il proprio sport per crescere sano e
socializzare (Red Edizioni), in cui si considerano tanto gli aspetti medici che quelli
attitudinali.
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A cura di: Natalia Mongardi
