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C'è quello che arriccia il naso, quello che strizza gli occhi, quello che a intervalli regolari
dà 2 o 3 colpetti di tosse.
I tic nei bambini di età scolare sono una cosa abbastanza frequente. È stato calcolato che
riguardino più del 10% della fascia tra i 6 e i 12 anni (i maschi sono colpiti tre volte più delle
femmine), ma possono fare la loro comparsa anche prima, verso i 3 anni, e in alcuni casi protrarsi
nel tempo. In genere queste contrazioni muscolari – o emissioni sonore – ripetute e involontarie
compaiono in determinate fasi della crescita (momenti di stress, di cambiamento come la nascita di
un fratello o di una sorella, di tensioni familiari) e poi se ne vanno da soli, di solito dopo un
periodo di qualche mese o al massimo di un anno. Solo il 3% dei bambini sviluppa, se non aiutato,
dei tic persistenti che tendono a trasformarsi in comportamenti radicati. Esiste una precisa
classificazione che distingue i tic in motori e vocali. Entrambi possono essere semplici o
complessi: i tic motori semplici sono ammiccamenti degli occhi, torsioni del collo, smorfie del
volto; quelli complessi vanno dal battere i piedi al toccare ripetutamente un oggetto, fino a
colpirsi il corpo o strapparsi i capelli (tricotillomania). I tic vocali semplici sono invece
schiarirsi a ripetizione la gola, tossire,emettere brevi suoni e così via; mentre quelli complessi
si manifestano con la ripetizione di parole, in qualche caso di termini osceni o socialmente
riprovevoli (coprolalia). Esiste infine il cosiddetto Disturbo di Tourette, che comprende tic
motori multipli associati a uno o più tic vocali.
Per restare però ai casi più comuni, gli psicologi spiegano che il tic è una specie di rituale,
un modo che il piccolo trova per dar sfogo alla propria tensione emotiva, per comunicare qualche
disagio e “agirlo” in varie forme.
Non a caso si tratta molto spesso di bambini estremamente ubbidienti, sensibili,
controllati, qualche volta timidi e introversi, di quelli che reagiscono ai torti più facilmente
con il broncio e con il silenzio che non con lo scatto di collera. In altri casi sono piccoli che
attraversano la fase edipica (tra i 3 e i 5 anni), o che non si sentono all'altezza delle
aspettative che li circondano, o ancora bimbi che durante la prima infanzia hanno risentito di
eccessive costrizioni motorie, di precoci forzature alimentari o igieniche, come unanticipato
svezzamento o controllo degli sfinteri. In tutti questi casi, attraverso quell’improvvisa alzata di
spalle – quel rapido battito di palpebre, quel ricorrente schiarirsi la gola – è come se il bambino
togliesse il tappo alla propria vita interiore e mettesse in atto una “rappresentazione scenica”
dei suoi conflitti interni. Dei suoi più o meno accentuati vissuti di insicurezza o di
aggressività, che per qualche motivo non riesce a esprimere diversamente.
A volte poi il tic si trasforma da sintomo in causa di nuova tensione, perché percependo
l'attenzione (per non parlare dello scherno) da parte dei coetanei e dei familiari, e soprattutto
accorgendosi di non avere il pieno controllo del proprio corpo, il bimbo deve affrontare un nuovo e
più forte stato d'ansia. E si ritrova così al centro di un circuito negativo che si autoalimenta.
Anche perché proprio la necessità di esercitare un forte controllo su se stesso e sulla situazione
familiare è uno dei tratti ossessivi che si associano spesso alla presenza dei tic. L'esperienza di
psicoterapia dimostra che capita facilmente nei casi di separazione dei genitori, di
conflittualità, di grave malattia di un componente della famiglia.
A cura di: Laura Taccani