Gravidanza gemellare: che fatica!
Gemelli: doppia sopresa
Lo choc arriva con l’ecografia: quella che ti dice che ci sono due inquilini (se non di più) là
dove pensavi di ospitarne uno solo. Al di là degli stereotipi romantici sull’istinto materno, la
notizia di una
gravidanza gemellare è di quelle che lasciano in apnea. Per lo meno all’inizio, e
soprattutto se il concepimento è stato naturale, perché chi ricorre a tecniche di riproduzione
assistita è consapevole delle probabilità di avere gemelli e plurigemini. Detto ciò, a gestanti che
all’anagrafe facevano Julia Roberts, Jennifer Lopez o Angelina Jolie probabilmente non è venuto
nessun accenno di panico quando è arrivato l’annuncio. Ma l’idea di una maternità raddoppiata
scatena sentimenti ambivalenti nelle donne “normodotate”: ovvero con un’autostima non a livelli
extraterrestri, una vita quotidiana e professionale già mediamente incasinata, e un 730 che non può
farsi carico di una schiera di tate che renderebbero indubbiamente più agevole la gestione
quotidiana.
Questo non significa che la prospettiva della “bi-genitorialità” non susciti entusiasmo nella
futura mamma e nel futuro papà, precisa la
dottoressa Piera Brustia, docente di Psicodinamica dello Sviluppo e delle Relazioni
Familiari presso l’Università degli Studi di Torino e autrice del saggio “Vivere con i
gemelli”, in libreria da ottobre (Espress edizioni). Significa semplicemente, riassume la psicologa
e psicoterapeuta, che una coppia che si prepara ad accogliere dei gemelli è consapevole subito di
avere davanti un percorso più difficile. Sia dal punto di vista della
gravidanza (considerata maggiormente a rischio, più medicalizzata e destinata a concludersi
quasi sempre con un parto gemellare cesareo) sia da quello di un “ménage allargato” in cui
diventa ancora più urgente la necessità di riorganizzare radicalmente spazi, modi e tempi della
vita familiare.
A cura di: Laura Taccani
Il linguaggio dipende dall’età
Con la dottoressa Brustia - che è responsabile del Progetto Gemelli finanziato dalla Regione
Piemonte a partire dal 2001 () - abbiamo parlato della complessità delle relazioni che si
instaurano durante e dopo questo tipo di gravidanza. A cominciare dal cosiddetto “effetto coppia”:
quell’insieme di dinamiche che caratterizzano lo sviluppo e la formazione dell’identità, e che sono
dovute non solo al patrimonio genetico e all’ambiente in cui i bambini crescono, ma al fatto stesso
di essere sempre insieme, come coppia appunto.
Chi affronta la genitorialità gemellare, insomma, deve sapere di trovarsi di fronte a meccanismi
specifici, che richiedono un’attenzione e una sensibilità particolari. A maggior ragione, è
fondamentale quindi che la neo-mamma e il neo-papà sappiano, quando è necessario, chiedere aiuto e
ricorrere a un sostegno esterno. Detto ciò, chiarisce Brustia, dopo l’iniziale preoccupazione nei
futuri genitori compaiono naturalmente la gioia e l’entusiasmo per essere protagonisti di un evento
fuori dalla normalità: «La gemellarità è una risorsa e come tale deve essere vissuta, anche se con
la consapevolezza che è necessario un impegno consistente sotto tutti i punti di vista.
Per esempio, il coinvolgimento paterno è decisamente maggiore fin dalle prime fasi della
gravidanza e soprattutto dopo il parto, quando l’aiuto maschile diventa indispensabile.
I padri dei gemelli sono molto più partecipi nell’allattamento e nelle varie mansioni
quotidiane, e non si assiste a quella tendenza di molte neo-madri a escludere il partner
dal legame fusionale con il figlio appena nato». Proprio la capacità materna di saper chiedere
aiuto è una delle caratteristiche che fanno la differenza. Rispondere contemporaneamente alle
esigenze di più bambini – doppie poppate, doppi risvegli, doppie apprensioni e così via – è un
compito che può apparire al di sopra delle proprie possibilità, e
senza un’attenta divisione dei compiti non è possibile far fronte a tutto.
A cura di: Laura Taccani
Prosegue la dottoressa: «Il senso di inadeguatezza che nelle madri è sempre in agguato, nel caso
delle madri di gemelli cresce esponenzialmente, perché il tempo dedicato all’interazione con
ciascun bambino è per ovvi motivi minore. Questo porta con sé un
aumento del rischio di depressione post-partum, soprattutto in chi è predisposto o
vive situazioni di isolamento sociale ed emotivo.
Chiedere aiuto, al partner ma anche ai parenti e ad eventuali figure esterne, è un passo
indispensabile: sia per affrontare serenamente i propri compiti, sia per soddisfare in modo
adeguato i bisogni dei gemelli. Bisogna cioè cercare di dare a ciascun bambino il tempo e il tipo
di attenzioni di cui ha bisogno in quel momento. Questo significa ricavarsi degli spazi di intimità
con ciascuno di loro, in modo che la relazione diadica sia, come direbbe Winnicott,
sufficientemente buona».
Un esempio? Ci si può organizzare, suggerisce la dottoressa, per far trascorrere ai gemelli - a
giorni alterni – più tempo con una nonna o con il papà, in modo che la mamma riesca a stabilire un
rapporto privilegiato con tutti i figli. «Attenzione però a evitare che si instauri il meccanismo
per cui c’è “il gemello della mamma” e il “gemello del papà”, sarebbe un errore gravissimo. L’o
biettivo è riuscire a
differenziare la risposta ai bisogni di ciascuno, senza sentirsi in colpa se hanno
esigenze diverse».
Se queste dinamiche vengono gestite in modo equilibrato, è più facile aiutare i bambini anche
nel necessario processo di individuazione, che corrisponde a una separazione e porta quindi con sé
un’angoscia profonda. «Il punto è
considerare sempre i gemelli come individui diversi,
favorendo la loro individualità senza però trascurare, e anzi
valorizzando, quel legame fondamentale che si è formato già nei mesi della
gestazione». È importante allora non riferirsi a loro dicendo “i gemelli” ma usando sempre
i nomi propri, e fare in modo che vengano confusi il meno possibile (nel caso di una forte
somiglianza, meglio scegliere pettinature diverse). Conclude Brustia: «A parte questi accorgimenti,
non esistono regole sui tempi della separazione. Nemmeno per l’ingresso nella scuola: alcuni
bambini hanno bisogno di restare uniti all’asilo e di essere separati in seguito, altri hanno
esigenze differenti. Ogni coppia gemellare è unica e va trattata come tale».
A cura di: Laura Taccani
