La salute vien giocando
In cortile, per strada, all’oratorio o in un giardino per i più fortunati: comunque all’aperto,
meteorologia permettendo. Fino a un paio di lustri fa, era questo il contesto più tradizionale del
gioco infantile. Ed era anche quello che permetteva al bambino di esprimersi e crescere al meglio:
che il contatto fosse con la natura o con un habitat più cittadino, si trattava sempre di uno
spazio libero e sperimentabile, fatti salvi i requisiti di sicurezza. Oggi invece le proporzioni
tra il gioco in movimento e quello domestico sono capovolte, e l'attività ludica tridimensionale –
quella cioè che coinvolge corpo e mente con uguale intensità - sopravvive come prerogativa per una
minoranza fortunata, nonostante medici ed educatori continuino a considerarla un elemento decisivo
per lo sviluppo psicofisico. Giocare in gruppo su un prato o un campetto è ormai un privilegio
riservato ai piccoli che non vivono in quartieri strangolati dall’asfalto e che hanno genitori o
nonni o baby sitter con tempo e motivazione sufficienti. Perché lasciare un bambino davanti alla
tivù o a un videogioco è senz’altro più semplice, sbrigativo e apparentemente più sicuro che non
portarlo ai giardinetti. In salotto non si fanno brutti incontri, non ci si sbucciano le ginocchia,
non si prende il raffreddore e tutto sembra sotto controllo. Sembra, appunto. Perché gli stessi
medici e educatori avvertono che togliendo alle nuove generazioni gli ultimi scampoli di contatto
con la natura, non soltanto li si priva del diritto presente di correre, gridare e misurarsi con i
coetanei in attività non strutturate dagli adulti, ma si accende un’ipoteca sul futuro. Si
stravolge il loro approccio al mondo, si sottrae loro una parte di infanzia e di serenità, si
indebolisce il sistema immunitario e si favoriscono abitudini – anche alimentari – sbagliate. Con
il risultato di incidere sui ritmi naturali della crescita, sia fisica che emotiva.
A cura di: Laura Taccani
Quelli che... non hanno più un minuto libero
Periodicamente Ministero della Salute e istituti di ricerca assortiti indagano la questione e
lanciano l'allarme, perché i dati dicono che per i bambini in età scolare il gioco all'aperto è
diventata l'eccezione che conferma una regola di sedentarietà. In Italia solo il 10% di loro passa
regolarmente del tempo senza un soffitto sulla testa, contro il 45% dei coetanei svedesi e il 60%
di quelli olandesi. Nella maggior parte dei casi, per andare al parco con un pallone o con la
bicicletta si aspettano gli avanzi di weekend ritagliati ad altri impegni (dei bambini o dei
genitori). Nel resto della settimana le giornate sono scandite militarmente: compiti, eventuali
attività sportive, corsi di lingue o di musica. Un carnet di appuntamenti in cui tutto è
finalizzato all’apprendimento di nuove capacità, magari lodevoli ma di fatto sempre a scapito delle
iniziative spontanee.
Quelli che... non sanno più correre dietro a una palla
Il fatto è che rispetto a solo una generazione fa, di diverso c’è prima di tutto l'approccio al
gioco e al rapporto con la natura, cosicché per il bambino contemporaneo medio arrampicarsi su uno
scivolo ha scarsissime attrattive rispetto alla sfida virtuale di un gioco elettronico. E non è
solo questione di gusti: può diventare il presupposto per quello che Richard Louv ha battezzato
Natural Deficit Disorder, disordine da mancanza di contatto con la natura. Un po' come se fossero
carenti le vitamine o i minerali necessari all'organismo per crescere in modo armonico. Louv non è
certo l’ultimo arrivato: consigliere del National Scientific Council e fondatore del Children and
Nature Network, ha scritto una lunga serie di saggi pedagogici. E se alcuni suoi passaggi suonano
provocatori – afferma per esempio che in certi casi perfino la Sindrome da Deficit di Attenzione e
Iperattività va messa in relazione con l'assenza di habitat naturale – per altri aspetti i
risultati di molte ricerche gli danno ragione.
A cura di: Laura Taccani
Quelli che... riscoprono il contatto con la natura
Sono tanti gli studiosi che attribuiscono ai piccoli che giocano in spazi aperti più creatività,
competenze e atteggiamento collaborativo verso i coetanei. U
n’esperta di sviluppo neuro-fisiologico come l'inglese Sally Goddard Blythe, autrice del
volume Il bambino equilibrato, sostiene che alla crescente sedentarietà va imputata non solo l’e
mergenza sociale dell’obesità infantile (scarso movimento + televisione = consumo più alto di junk food) ma anche un minore
sviluppo delle capacità intellettive e sensoriali.
Al chiuso, infatti, i bambini hanno meno opportunità per mettersi alla prova, sperimentare
limiti e capacità, scaricare lo stress e acquisire il giusto livello di autocontrollo e autonomia,
necessari per diventare domani adulti responsabili.
Certo, non sempre è possibile disporre del tempo necessario per garantire ai bambini la
sufficiente dose di naturalità. Però, soprattutto con l'arrivo dell'estate, aumenta anche l'offerta
di spazi e occasioni creative per i piccoli che restano in città. Scuole, centri sportivi,
associazioni e ludoteche offrono quasi sempre dei programmi in cui si alternano il gioco libero e
all’aperto con attività più strutturate.
Basta una breve ricerca su internet per trovare davvero di tutto: dai week end di inglese
full immersion con escursioni all'aria aperta, fino ai laboratori artistici nei parchi cittadini,
ai corsi di vela e ai campi estivi in cui si impara magari a suonare uno strumento, ma non in
un'aula bensì in un agriturismo. E quando si finisce con il violino, si corre a giocare a
nascondino nel frutteto.
A cura di: Laura Taccani
