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Ipocondria: la sindrome del malato immaginario

In un articolo di qualche tempo fa, il New York Magazine li ha definiti " virtuosi dell'interpretazione dei sintomi". Ovvero individui sempre impegnati a dare ascolto ai segnali che arrivano dal loro corpo e a interpretarli in modo drammatico: un’e micrania diventa la prova di un male inguaribile al cervello, una fitta si trasforma in evidente segnale di infarto, una macchia cutanea in una probabile neoplasia.
E così via, di malanno in malanno. Sono gli ipocondriaci, persone con una paura talmente incontrollabile delle malattie da pensare continuamente di esserne affetti.

E infatti non possono leggere un supplemento dedicato alla salute, o guardare una trasmissione televisiva a tema, senza convincersi di avere il disturbo in questione. Il web poi è la loro dannazione: inseriscono i (supposti) sintomi nel motore di ricerca e da lì si avventurano in un viaggio sempre più angosciante tra siti e blog, procedendo in tempo reale a un’autodiagnosi con esito invariabilmente funesto. Anche perché, spiega la psichiatria, focalizzarsi proprio sulle patologie più serie fa parte del meccanismo distorto che regola l’approccio di un ipocondriaco al corpo e alla salute: i mali incurabili sono spesso quelli dai sintomi più vari e dunque meno facilmente identificabili. Per i quali, insomma, una smentita medica definitiva è più difficile.

Eppure, anche se per anni sono stati oggetto di scherno e di battute in stile Woody Allen (uno dei più celebri e dichiarati esponenti contemporanei della categoria), oggi le ricerche stanno dimostrando che i cosiddetti "malati immaginari" sono tali solo fino a un certo punto. L'ipocondria, cioè, va considerata e curata come una malattia a tutti gli effetti. In particolare, come un complesso fenomeno con aspetti neurochimici, biologici e psicologici.


Negli Stati Uniti è stato calcolato che il 5% dei pazienti che si rivolgono a un medico di base sia costituito da persone cronicamente preoccupate del proprio stato di salute. Tradotto in dollari, significa per il servizio sanitario una spesa annuale di circa 20 miliardi in visite e accertamenti clinici inutili. Abbastanza perché l'ipocondria non sia più considerata una "paturnia" o una questione da liquidare sbrigativamente, come pensavano già i Greci collegandola alla melanconia e ritenendo che la ragione fosse da cercare in una disfunzione degli "ipocondri" (da qui il nome), ossia la zona "sotto le coste" dove avrebbero avuto sede le passioni viscerali.

Oggi gli studiosi ritengono invece l'ipocondria un disturbo del sistema neurovegetativo che ha molti punti di contatto con altre malattie come l'ansia, la sindrome ossessivo-compulsiva e la depressione (si stima che il 70% degli ipocondriaci sia anche depresso). In comune con quelle patologie ha tanto alcuni meccanismi psicologici "di innesco", quanto il fatto di incidere pesantemente sullo stile di vita e sulle relazioni sociali di chi ne soffre.

 

A cura di: Natalia Mongardi

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