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L’adolescenza è, come abbiamo ripetuto, essenzialmente un percorso di autonomia. Un
affrancamento dal controllo parentale che può essere a volte difficile ma comunque entusiasmante e
soprattutto vitale, necessario. Questo non vuol dire che gli adulti non abbiano un compito decisivo
nell’assecondare il processo di crescita, cercando di correggere il tiro quando il ragazzo rischia
di scivolare su un terreno troppo pericoloso. Proprio partendo da questo presupposto, il discorso
sul ruolo dei genitori e su quello degli insegnanti (o della Scuola intesa come istituzione, nel
suo senso più nobile) deve muovere dalla premessa di un obiettivo comune. Di un’educazione alla
vita che non può essere impostata a compartimenti stagni, e al contrario va costruita sulla
collaborazione e sull’identità di ideali. Il progetto deve insomma essere comune, e portato avanti
come tale.
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Innanzitutto va considerato un dato oggettivo:
la permanenza sempre più lunga dei giovani (soprattutto quelli dell’Europa
meridionale: Italia, Spagna, Portogallo)
all’interno della famiglia.
Attualmente in Italia oltre il 60% della fascia 25-29 anni – quindi ben oltre la fine dell’a
dolescenza – vive ancora con i genitori. Questo per un intreccio di fattori culturali (nei paesi
scandinavi i dati sono diversi e i figli sono abituati precocemente a modelli di socializzazione
più autonoma e acquisitiva) ma anche economici, sociologici, religiosi. A maggior ragione dunque è
importante che l’ambiente familiare sia ospitale e vissuto positivamente anche nei suoi rapporti
interni: che sia cioè un contesto in cui è possibile sviluppare la propria autonomia.
E infatti dal già citato rapporto Eurispes-Telefono Azzurro emerge che i genitori italiani
del terzo millennio risultano essere abbastanza permissivi e capaci di lasciare che i figli vivano
le loro esperienze. I ragazzi tra i 12 e i 19 anni dichiarano però, per esempio, di avere poca voce
in capitolo quando si tratta delle scelte scolastiche. E una forte ambivalenza è caratteristica,
sottolineano i sociologi, della cultura puerocentrica tipica dell’Italia, per cui il bambino e poi
l’adolescente devono dibattersi tra gli
atteggiamenti di genitori ultraprotettivi e nello stesso permissivi, che
concentrano sui figli (spesso unici) i loro investimenti emotivi ed economici – da un sondaggio
europeo di Tns, pubblicato dall'Espresso, i teenager italiani sono risultati essere i più viziati
del continente - ma anche le loro ansie e le loro pressanti aspettative. Viceversa è importante che
gli adulti siano attenti a non alzare, magari inconsapevolmente, delle barriere per trattenere i
figli in una sfera ristretta di protezione che alla lunga risulterebbe deleteria. Perché i
comportamenti repressivi servono solo ad aumentare le eventuali difficoltà. Vivere invece i
conflitti come una fase necessaria e dialettica - bilanciando la prospettiva della protezione e del
rigore con quella del diritto alla libertà - è l’unico modo per concedere poco alla volta ai
ragazzi il controllo della loro vita, in funzione del grado di autonomia che hanno via via
conquistato.
A cura di: Laura Taccani