Attacco di panico non mi fai più paura!
Attacco di panico: l’espressione è entrata a tal punto nell’uso comune, che spesso
si rischia di perderne i contorni reali. Di non saper più distinguere, cioè, tra la patologia e il
modo di dire. Tra il
panic attack inteso in senso medico – che rientra tra quelli generalmente chiamati
disturbi d’ansia, ossia i disturbi più comuni tra la popolazione - e la miriade di
reazioni emotive che ogni giorno descriviamo usando impropriamente questa definizione, per enfasi o
per ironia. Nel linguaggio informale, per esempio, capita che dicano di aver avuto un
attacco di panico la studentessa impreparata e chiamata per un’interrogazione, il
pendolare che rischia di perdere l’u ltimo treno, il manager che si accorge di aver dimenticato il
BlackBerry sul taxi appena partito. Perché la formula è stata ormai sdoganata.
Il vero attacco di panico però è ovviamente un’altra cosa come spiega la
dottoressa Anna Maria Casale, psicologa e psicoterapeuta a Roma , con cui abbiamo
parlato di un problema che riguarda
dall’1,5% al 4% della popolazione europea.
«L’attacco di panico», esordisce la dottoressa, «è la
manifestazione del disturbo di panico, è caratterizzato da
episodi di improvvisa e intensa paura, e si manifesta con sintomi inaspettati. La
variazione tra le percentuali europee indicate dalle statistiche (quell’1,5-4% di cui si diceva,
ndr) è data dal sesso e dall’età delle persone, nel senso che a soffrirne sono maggiormente le
donne e la popolazione
tra i 25 e i 35 anni. Generalmente il disturbo di panico insorge nell’
adolescenza o nella
prima età adulta, e comunque di solito in
fasi di importante transizione della vita, quando si verifica un
forte accumulo di ansia e di stress. Infine, per completare un primo quadro,
possiamo dire che chi vive in città grandi e caotiche ha molte più probabilità che insorga questa
patologia». Ma cosa succede esattamente quando si verifica un
attacco di panico? I
sintomi, precisa la dottoressa Casale, hanno un inizio improvviso, raggiungono l’a
pice molto velocemente e possono durare, in tutto, all’incirca 20 minuti. «Le manifestazioni
principali sono tachicardia, sudorazione, tremori. E ancora, sensazione di soffocamento,
sbandamento, nausea, intorpidimento alle dita delle mani e dei piedi, dolore al petto e, molto
spesso, paura di morire o di impazzire. Durante l’attacco sono infatti presenti pensieri
catastrofici».
A cura di: Laura Taccani
Paura della paura: se il disturbo è l’ansia
Proprio questi pensieri hanno un ruolo decisivo nell’
amplificazione dei sintomi dell’attacco di panico e soprattutto nella loro
ricomparsa. Perché il meccanismo mentale che si instaura (e che è molto difficile da disinnescare)
è la cosiddetta
paura della paura. Una volta sperimentato il primo attacco, cioè, il soggetto vive
la propria quotidianità nel timore che all’improvviso se ne presenti un altro (spesso finendo per
limitare in modo consistente la propria libertà).
Naturalmente,
l’ansia prodotta dalla paura rende molto più probabile che questo succeda. «La
paura diventa un fattore predisponente. In altri termini, temere che quanto è capitato possa
verificarsi di nuovo produce una forte tensione emotiva e crea un circuito in grado di
autoalimentarsi. Del resto, per poter fare una
diagnosi di disturbo di panico (almeno due attacchi, seguiti da almeno un mese di
preoccupazione persistente) è decisivo proprio il fattore psicologico: le
fobie che si sviluppano dopo la prima esperienza sono date dalla
sensazione di impotenza,
dall’idea che sia in agguato un nuovo attacco e che non ci sia modo di
controllarlo».
Sul fronte pratico, poi, spesso chi soffre di disturbo di panico si trova all’inizio in balìa
di se stesso. Di solito, la prima volta si rivolge preoccupato a un pronto soccorso, dove non viene
però evidenziata alcuna patologia. A questo punto, se si insinua il timore di avere una malattia
difficile da diagnosticare, si inaugura spesso una trafila di controlli medici e analisi del
sangue. «In effetti», ammette la dottoressa, «in assenza di una problematica fisica specifica è
difficile per i non esperti diagnosticare il disturbo di panico, che finisce per
essere confuso con l’
ipocondria o
con un’esagerazione di cure da parte del soggetto, che al contrario è affetto da una
patologia in tutto e per tutto».
Curare gli attacchi di panico? Con la psicoterapia!
E infatti, pur non avendo complicazioni dirette, l’attacco di panico può causare
depressione, eccessiva
assunzione di farmaci, ed è in generale fortemente destabilizzante. Una
distinzione viene poi fatta, in base al Manuale Diagnostico per i Disturbi Psichiatrici, se il
disturbo di panico è o meno
associato ad agorafobia: ovvero il terrore di frequentare luoghi pubblici e
affollati, in cui sarebbe difficile ricevere soccorso o gestire un eventuale attacco. In caso sia
presente anche questo disturbo, il soggetto finisce ancora di più per isolarsi in casa,
interrompendo attività che prima svolgeva tranquillamente, come prendere l’autobus, guidare la
macchina, uscire da solo. Quanto alla cura,
la psicoterapia è riconosciuta come approccio d’elezione per questo genere di
problemi. «Il percorso terapeutico ha come obiettivo comprendere cosa ha prodotto il malessere e
intervenire su quello, non soltanto sul sintomo. Le cure farmacologiche, viceversa, sono
consigliate nei casi in cui il paziente debba essere tranquillizzato e messo nelle condizioni di
svolgere un buon lavoro psicologico. Un percorso ben strutturato può eliminare completamente il
problema, e il paziente può tornare gradualmente, ma definitivamente, a riappropriarsi della
propria vita».
In collaborazione con
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Anna Maria Casale
psicologa, psicoterapeuta, sessuologa, collabora con
PsicOnline
Collabora con l'Università "la Sapienza" di Roma con la Cattedra di Psicopatologia Forense e
Criminologia
www.annamariacasale.com »
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A cura di: Laura Taccani
