Vitiligine: cosa fare?

È finalmente arrivata l’estate, che mai come quest’anno ci ha fatto aspettare tanto. E sempre, in questa stagione, sono molte le donne con vitiligine che chiedono al medico che cosa fare: esporsi o no al sole? Approfondiamo l’argomento con la Dottoressa Anna Trink, Specialista in Dermatologia del Poliambulatorio San Luca di Udine.
Vitiligine - EsseredonnaonlineDottoressa Trink, iniziamo dalla definizione di vitiligine e dalla sua diffusione.
Parliamo di una patologia dermatologica relativamente comune, che si riconosce molto facilmente e interessa lo 0,5-1 % della popolazione mondiale. Premesso che non è assolutamente contagiosa, in termini tecnici possiamo dire che la vitiligine è un disturbo acquisito della pigmentazione che si manifesta con chiazze ipopigmentate della cute, localizzate oppure diffuse. Più di frequente si osserva nelle zone esposte alla luce come il viso e il dorso delle mani; ma anche le sedi periorifiziali, i genitali e le aree sottoposte a traumatismo cronico, come i gomiti e le ginocchia.
In pratica, la vitiligine appare come un disordine della pelle, caratterizzato dalla presenza di chiazze bianche (dovute alla distruzione o alla mancata attivazione delle cellule pigmentanti).
Che cosa sappiamo delle cause?
L’eziologia della vitiligine non è completamente conosciuta, ma sicuramente è il risultato dell’interazione tra fattori genetici, ambientali, biochimici e immunitari, che, combinati e sommati, portano alla perdita di melanociti cutanei.
La teoria più recente e accreditata individua la causa in un’interazione tra stress ossidativo e risposta autoimmune: lo stress ossidativo sistemico (dimostrato nei pazienti con vitiligine), dovuto allo sbilanciamento tra meccanismi ossidanti e anti-ossidanti, porterebbe alla formazione di un eccesso di radicali liberi dell’ossigeno (in particolare il perossido di idrogeno), che sarebbero in grado di modificare alcune proteine dei melanociti, che diventerebbero quindi bersaglio del sistema immunitario perché non più riconosciuti come propri.
La risposta auto-immunitaria interviene per via umorale (attraverso la formazione di anticorpi diretti contro i melanociti) e per via citotossica (attraverso l’attivazione di linfociti diretti contro i melanociti).
La patogenesi autoimmune è sostenuta dalla frequente associazione della vitiligine con altre forme autoimmuni come tiroidite, diabete mellito , anemia perniciosa. Per questo la diagnosi di vitiligine merita sempre un successivo approfondimento attraverso esami ematochimici, che escludano questi tipi di patologie.
Altre teorie sostengono che un funzionamento anomalo del sistema nervoso porterebbe alla liberazione da parte delle terminazioni nervose periferiche di alcuni mediatori neurochimici tossici (come il neuropeptide Y) in grado di distruggere i melanociti. Anche questa ipotesi potrebbe essere complementare, e non alternativa, alla teoria autoimmune poiché potrebbe essere la presenza di neuropeptidi tossici ad alterare la struttura dei melanociti e renderli auto-antigeni.
Pertanto, come si diagnostica la vitiligine?
La diagnosi della vitiligine è clinica. Un utile esame strumentale è rappresentato dall’utilizzo della “luce di Wood”: una speciale lampada che, mediante una particolare luce nera, illumina le aree di vitiligine ed evidenzia una fluorescenza bianca caratteristica delle chiazze. Questo esame, inoltre, si rivela prezioso allo scopo di differenziare la vitiligine dalle altre forme di lesioni ipopigmentate quali la pitiriasi alba, il fenomeno di Sutton, le varie dermatosi infettive (Ptiriasi versicolor), la leucodermia senile.
Veniamo adesso alle cure della vitiligine.
La terapia tradizionale prevede steroidi topici, vitamina D3 topica, immunomodulatori topici (tacrolimus), fototerapia, laser ad eccimeri, trattamenti chirurgici (come il trapianto di melanociti coltivati), camouflage. Per quanto riguarda le nuove terapie oggi a nostra disposizione, dobbiamo citare senz’altro i fattori di crescita piastrinici (PRP) o sintetici, che inducono le cellule staminali melanocitarie a differenziarsi e regolano la risposta immune: “pseudocatalsi” e antiossidanti sistemici. Da tenere sempre a mente, per non scoraggiarsi: qualsiasi trattamento non dà risultati visibili prima di tre mesi.Infine, un recentissimo studio italo- israeliano (pubblicato sul British Journal of Dermatology), condotto per combattere l’incubo della calvizie, potrebbe rivelarsi utile anche contro la vitiligine. Avremmo così un nuovo trattamento che si promette risolutivo: già battezzato come la “cura del vampiro”, consiste nella somministrazione di iniezioni di plasma arricchito di piastrine e derivato dal sangue prelevato agli stessi pazienti.

Vitiligine e sole

La funzione della melanina è quella di proteggere la pelle dagli effetti dannosi del sole sulle cellule. Le chiazze di vitiligine sono deficitarie in questo meccanismo protettivo: ecco perché vanno protette con schermi molto alti in caso delle prime fotesposizioni, i quali possono poi essere ridotti nelle esposizioni successive (da SPF 50+ a 30), e che fanno in modo, anche, che la pelle sana si abbronzi meno, riducendo il contrasto cromatico. Si possono poi aggiungere creme con attivatori della melanina, in grado di stimolare i melanociti ad attivarsi. Importante, comunque, è evitare le ore di massima esposizione.

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