A scuola di buone maniere

Sia chiaro: di certi riti medievali non si sente affatto la mancanza. Come quello, in uso qualche generazione fa, di obbligare i bambini a sedersi a tavola con due libri sotto le ascelle. Un’ideona partorita da qualche mente criminale allo scopo di abituare i piccoli a tenere i gomiti lungo il corpo e non sul tavolo. Insomma a stare composti. E non parliamo poi della famigerata bacchetta impugnata dalle maestre delle nostre nonne, roba da sadiche represse, incapaci di mantenere l’ordine e l’attenzione in altro modo. Anche lo schiaffo “educativo” – così lo chiamavano fino agli anni Settanta – per fortuna è andato in soffitta. E c’è addirittura una sentenza della Cassazione che lo considera un reato.
Epperò, c’è un limite anche all’inurbanità delle nuove generazioni. Dalla scuola materna al liceo, ovunque ci si volti, è un disastro.

Si prendano i più piccoli, quelli che dovrebbero essere, come si dice, degli angioletti. Ecco, basta mettere i bambini a tavola, se ci si riesce, e si trasformano in piccoli mostri. Masticano a bocca aperta, si sdraiano sul tavolo, rovesciano il bicchiere, leccano il piatto, fanno cadere le posate, prendono il cibo con le mani. Ci hanno fatto addirittura una trasmissione televisiva, con genitori esasperati che chiedono l’aiuto di una tata professionista per riuscire a salvarsi la pelle.
Salendo di età, non è che le cose migliorino. Basta passare una mattina qualsiasi, in una città qualsiasi, davanti a una scuola superiore qualsiasi, per assistere allo spettacolo desolante di orde di ragazze adolescenti addobbate come veline. Solo un po’ più trash e volgari. Tutte impegnate a scrivere messaggi sul telefonino a coetanei addobbati come fabrizicorona in erba. Con le mutande fuori dai jeans.
Non resta che osservare sconsolati e tirare avanti. Oppure si può fare qualcosa?
Il compito spetterebbe agli educatori. Per professione (gli insegnanti) o per destino (i genitori). Non certo alla scrivente, che non ne ha nemmeno le competenze. Però qualche consiglio educativo lo si può dare. Senza pretese, solo per fornire qualche strumento in più a chi poi deve, dovrebbe, insegnare ai propri figli le regole del vivere civile. Eccole.

A tavola
Inutile arrabbiarsi una volta ogni tanto: le regole vanno impartite con costanza e pazienza. Per ottenere qualche risultato bisogna però recuperare la ritualità dello stare insieme a tavola. E al bambino, non basta dire che sbaglia, bisogna spiegargli come fare le cose, per esempio come tenere in mano la forchetta, aiutarlo a esercitarsi. Spesso, banalmente, manca la manualità. Un altro buon sistema è chiedere a vostro figlio di aiutarvi nella preparazione dei cibi (imparerà a non sprecarli) e ad apparecchiare: se ha partecipato all’operazione, per lui sarà più facile essere più ordinato mangiando. Bisogna infine ricordarsi che i bambini sono grandi imitatori e imparano soprattutto osservandoci. Siate dunque composti ed educati prima di tutto voi. Quando andrete a recuperare i vostri piccoli alla materna, statene certi, le maestre vi accoglieranno con infinita gratitudine.

Per chi suona la campanella
Arrivare puntuali è una questione di rispetto. Verso i compagni e verso i professori. Se siete voi ad accompagnare i vostri figli a scuola, non appellatevi al logorio del vivere moderno. E non fermatevi lungo la strada per qualche acquisto “al volo”, magari lasciando l’auto in doppia fila. Dovete arrivare prima che suoni la campanella. Punto. E se, invece, i vostri figli sono già grandi e a scuola ci vanno da soli, tirateli su dal letto a tempo debito. Calcolando preventivamente le reiterate implorazioni del vostro tesorino: “Dai mamma, ancora cinque minuti, solo cinque minuti”.
Una volta in classe poi, beh, non si può far altro che sperare. Prima però si sarebbe dovuto spiegare al proprio figlio che “seguire” le lezioni, perdendosi in chiacchiere e scherzi, sms e collegamenti a internet, è prima ancora che irrispettoso, dannoso per sé. Le lezioni a cui non presta attenzione, infatti, poi le dovrà recuperare a casa. Non c’è scampo. E addio al tempo libero che, invece, voi sareste state ben felici di concedergli.

Il dress code
A scuola non c’è più, tranne rarissimi casi, l’obbligo della divisa. Se la cosa sia buona e giusta, per il momento sospendiamo il giudizio. Certo è che quell’altro tipo di divisa che va di moda tra i giovani di oggi – con perizomi che fanno capolino dalle minigonne o dai jeans a vita bassissima, pantaloni calati al ginocchio (saranno almeno comodi?), scarpe con zeppe improponibili o, d’estate infradito da spiaggia – non si può proprio vedere. Per non parlare di trucchi e make up. Come riuscire a convincere i propri pargoli ad adottare un look più sobrio non è dato sapere. Forse è un’impresa impossibile. Qualche preside ha provato a diramare nelle proprie scuole codici di abbigliamento, vietando pantaloni corti, minigonne e ascelle in vista. Ma con scarsi risultati. Voi provate a spiegare che quei look sono semplicemente brutti. E per niente sexy. Poi non resta che sperare che sia solo una fase, e che passi presto.

 Netiquette
Come avviene ormai in quasi tutti i paesi europei, anche in Italia l’uso del cellulare a scuola è vietato. Lo ha disposto il Ministro dell’istruzione nel 2007. Dopodiché, un conto è la norma, un altro la prassi. E la situazione ormai è insostenibile. Non solo le lezioni vengono interrotte di continuo, ma soprattutto si moltiplicano i casi di cyberbullismo. Avete presente le foto di ragazzi molestati o vittime di scherzi che poi finiscono su Facebook? Una soluzione ci sarebbe, tecnologica: si chiama jammer ed è uno strumento che scherma il segnale in un raggio di alcune centinai di metri. Ma pare che in Italia sia illegale. Oppure potreste sequestrare il cellulare a vostro figlio, dal mattino fino al ritorno da scuola. Sarebbe anche un modo per farlo filare diritto a casa. Come un fulmine. 

Tags:
eD Promotion: i Prodotti di Mylan Spa

Entra con le tue credenziali

Ha dimenticato i dettagli?