Adolescenza: l’età del cambiamento

La prima cosa da mettere in chiaro è che non esistono infallibili istruzioni per l’uso.
Non esiste (al di là degli slogan che ogni tanto fanno la loro comparsa, magari come titoli di trasmissioni tv di successo) un manuale di comportamento da applicare alla lettera, per essere certi di fare la cosa giusta in ogni situazione.
Mai come quando si parla di adolescenza – ossia di un’età che per definizione ha come cifra il cambiamento, l’incertezza, il passaggio – bisogna stare attenti alle semplificazioni, agli schematismi, al rischio di interpretare la realtà semplicemente come somma di fattori il cui risultato, se si fanno bene i conti, è matematicamente prevedibile. Per restare a una metafora scolastica, sarebbe un errore da matita blu.

Perché se l’adolescenza è la fase dello svincolo dai legami famigliari, del rodaggio (necessariamente difficile) di un’autonomia individuale che riguarda tutte le sfere dell’esistenza, a maggior ragione bisogna recuperare nei suoi confronti la sensibilità verso le sfumature, le zone d’ombra, le caratteristiche e i bisogni che fanno sì che il ragazzo “non sia più” (sottinteso: un bambino) e nello stesso tempo “non sia ancora” (un adulto). In questo senso essere adolescenti, e più che mai esserlo in una società complessa come quella in cui viviamo, significa prima di tutto cercare di costruire ogni giorno un equilibrio precario tra sentimenti e vissuti diversissimi tra loro. Senza aver paura di rimettersi in discussione – tanto i teenager quanto gli adulti che vivono accanto a loro – per aggiustare a piccoli passi un’armonia che è determinante per lo sviluppo dell’individuo, e della sua personalità futura.

Dall’infanzia all’età adulta
A riprova del fatto che l’adolescenza è l’età dell’incertezza, c’è il carattere estremamente sfumato dei suoi limiti temporali, che anche in questo caso non sono tracciabili in modo univoco.
In linea generale si può dire che l’adolescenza è il periodo che va dalla pubertà (la fase, diciamo intorno agli 11-13 anni, in cui lo sviluppo dell’organismo porta nelle ragazze all’inizio delle mestruazioni e nei ragazzi alla comparsa degli spermatozoi) al completamento dello sviluppo psicofisico, mediamente verso i 18 o 19 anni. Un periodo di “laboratorio”, dunque, durante il quale i ragazzi devono affrontare la crescita, i cambiamenti emotivi e sessuali, l’abbandono metaforico del nido domestico, la gestione di nuovi e allargati legami sociali.
Si tratta cioè di un banco di prova per fondamentali “tentativi di volo”, perché da un lato viene chiesto ai giovani di superare alcuni limiti (interni ed esterni) tipici dell’infanzia: di sperimentare delle abilità, di consolidare le conoscenze che hanno acquisito, di mettere a fuoco una progettualità con basi realistiche riguardo al loro futuro.

Dall’altro lato, e nello stesso tempo, la famiglia, la scuola, le istituzioni e le aspettative che gli stessi adolescenti hanno nei propri confronti sottolineano più o meno esplicitamente la necessità di rispettare determinati vincoli, di attenersi a “desideri condivisi” e comportamenti socialmente approvati. Per esempio facendo proprio uno stile di vita sano dal punto di vista fisico, sociale, emotivo: non una cosa da niente, insomma. Non a caso, nelle società tribali ma anche nel mondo occidentale fino a qualche decennio fa, la transizione all’età adulta era scandita da veri e propri riti di passaggio, di iniziazione: cerimonie o riconoscimenti che rendevano esplicito il cambiamento, il maggior peso delle responsabilità, la presa in carico della propria vita.

Gestire il cambiamento in modo positivo
Le cose sono mutate di pari passo con le trasformazioni socio-economiche, per esempio con la maggiore importanza data (nel mondo borghese europeo verso la fine del XIX secolo) a un’istruzione diventata via via più lunga, che ha dilatato quindi i tempi del passaggio dall’infanzia all’età adulta e ha creato il bisogno di una nuova etichetta sociale di cui prima non si sentiva il bisogno, l’adolescenza appunto.
Il fatto di dipendere economicamente dalla famiglia d’origine per più tempo, ha influito (e influisce più che mai in questo momento storico particolare) anche sui processi di crescita. Soprattutto va considerato che le variabili in gioco sono tante, a cominciare dal fatto che lo sviluppo psicologico e quello emotivo non procedono per forza alla stessa velocità, che le differenze sono ancora più marcate tra persone di diverso sesso e che, dunque, tappe fondamentali come il superamento dell’egocentrismo infantile, la maturazione del pensiero logico e lo sviluppo di una sessualità matura non possono rispettare una “griglia” di riferimento troppo rigida.

Ciò che invece vale per tutti è la componente di insicurezza che accompagna necessariamente questa fase, in cui emancipazione e conflitti vengono a volte esasperati e in cui uno dei lavori più ardui è proprio gestire il cambiamento in maniera positiva e metabolizzare i sentimenti legati alla liberazione dal controllo parentale. Perché la fine della dipendenza emotiva, l’acquisizione di autonomia e la consapevolezza della maturazione sessuale generano emozioni spesso ambivalenti che bisogna imparare a maneggiare con cura.
Per l’adolescente ciò significa, per esempio, riuscire a riconoscere i propri sentimenti e quelli degli altri, rendendosi conto del peso che hanno nell’influenzare i comportamenti. Ancora: fondamentale è per lui capire come gestire emozioni intense quali la rabbia e il dolore, che potrebbero altrimenti imboccare strade di sfogo sbagliate. In questo senso, se la famiglia ha abituato il bambino di ieri a una certa autonomia, a prendersi le proprie responsabilità e ad agire non sotto minaccia ma per convincimento di quale sia la scelta migliore, questo passaggio sarà probabilmente meno doloroso, e l’adolescente svilupperà con più facilità la fiducia verso se stesso. Viceversa, un atteggiamento autoritario e poco comunicativo nelle fasi precedenti della crescita può esporre il giovane a maggiori rischi di mancanza di equilibrio, di esasperazione dei conflitti, di rifiuto dell’autorità parentale.

A cura di: Laura Taccani

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