Anche i papà possono essere brave mamme

Anche i papà possono essere brave mamme
In famiglia, sul fronte della parità dei sessi, le cose sembrano aver preso un trend positivo, negli ultimi anni: oggi sempre più maschi hanno imparato a fare le “mamme”. E spesso dimostrano di saperlo fare altrettanto bene: cambiano pannolini e fanno il bagnetto ai figli, li portano a giocare al parco, li accompagnano a scuola. Anche se poi magari si imbarcano all’improvviso per un viaggio di lavoro dall’altra parte del mondo e lasciano ogni incombenza alle madri. In fondo – è il sentimento comune- è il loro mestiere, le donne sono nate per questo!
Sbagliato. Uno studio condotto dai ricercatori dell’Università Bar-Ilan a Ramat-Gan, in Israele, e pubblicato sulla rivista scientifica statunitense Pnas, col titolo Father’s brain is sensitive to childcare experiences (ripreso in Italia da Le Scienze), dimostra come, salvo alcune differenze minori, la cura dei figli da parte del padre si basa sullo stesso substrato di circuiti neurali che vengono mobilitati nella donna, circuiti che sono plasmati e rimodellati dall’esperienza stessa della cura per il piccolo. Insomma, anche la neuro scienza dice che non ci sono scuse. Che non esistono motivi fisiologici o ancestrali per cui solo (o soprattutto) la madre possa prendersi cura dei figli.
Lo studio ha monitorato la risposta cerebrale agli stimoli infantili di 89 genitori, suddivisi in tre gruppi: 20 mamme eterosessuali che avevano la responsabilità primaria dell’accudimento del bambino, 21 padri eterosessuali con una responsabilità secondaria, e 48 padri omosessuali responsabili primari. I ricercatori israeliani hanno utilizzando la risonanza magnetica funzionale, misurato i livelli di ossitocina – il cosiddetto “ormone dell’amore” – e osservato il comportamento dei genitori mentre si prendevano cura dei lori primogeniti. E i risultati hanno rivelato che tutti i genitori, mentre si dedicano a crescere i propri figli, sviluppano un “network neurale dell’accudimento”, mobilitando due sistemi cerebrali e integrandoli tra loro: la rete dei circuiti dell’elaborazione emotiva, che comprende le strutture sottocorticali e paralimbiche, fra cui l’amigdala, associate alla vigilanza, alla rilevanza dello stimolo, alla ricompensa e alla motivazione; e la rete di mentalizzazione, che coinvolge la corteccia frontopolare-mediale-prefrontale e il solco temporale superiore, implicati nella comprensione sociale e nell’empatia cognitiva.
Le madri hanno mostrato una maggiore attivazione nella rete di elaborazione emotiva e i padri in quella dei circuiti socio-cognitivi; entrambe le reti mediano, in modo leggermente diverso, la relazione fra livelli di ossitocina e comportamento. Inoltre, nei padri accuditori primari si ha un livello di attivazione dell’amigdala uguale a quello delle madri e superiore a quello dei padri accuditori secondari, ma anche una forte attivazione del solco temporale superiore, paragonabile a quella dei padri accuditori secondari. Per di più, nei padri accuditori primari la connettività funzionale tra amigdala e olco temporale superiore, che consente il colloquio fra le reti dell’emotività e della mentalizzazione, era superiore a quella dei due altri gruppi. In ogni caso, in tutti i padri il livello di questa connettività era direttamente proporzionale al tempo dedicato alla cura del piccolo.
Insomma, la scienza dimostra che anche i padri, se vogliono, possono essere brave mamme. A patto che si mettano d’accordo con le mamme “vere”, però. Perché se ciascun genitore nell’educazione dei propri figli tradisce una visone differente od opposta, se mamma e papà non trovano una sintesi alle loro differenze caratteriali, se non vanno d’accordo e anche nell’educazione proiettano le loro tensioni, il bambino resta confuso e non comprende più cosa è giusto e cosa è sbagliato. E potrebbe arrivare ad approfittarne, e a sfruttare la situazione a proprio vantaggio.
Ecco allora le regole d’oro da tenere sempre a mente: primo, la chiarezza della linea educativa permette al bambino di essere sereno. Secondo, la chiarezza si ottiene decidendo prima e assieme le regole. Terzo, una volta stabilite, le regole vanno applicate, alternando autorità e indulgenza in base al comportamento del bambino e alla situazione specifica. Ultimo: se si è in disaccordo, mai discutere davanti al bambino.

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