Anoressia, se comincia a 8 anni

Anoressia, se comincia a 8 anniL’anoressia non colpisce più solo le adolescenti. Anche le bambine di 12, 10 o addirittura 8 anni possono caderne vittime e ingaggiare una lotta senza quartiere con il peso, lo specchio e la bilancia. Perché succede, come accorgersene, come aiutarle? Ne abbiamo parlato con il dottor Stefano Erzegovesi, responsabile del Centro Disturbi del Comportamento alimentare dell’Ospedale San Raffaele Turro di Milano.

Dottore quali sono le dimensioni del fenomeno?
La frequenza è dello 0,3-0,5%, cioè un caso ogni 200-300 persone, quasi sempre di sesso femminile. Per ora non si può parlare realmente di epidemia e di allarme sociale. Ma bisogna tener conto che queste cifre si riferiscono ai casi più gravi, quelli che finiscono nei centri specializzati e vengono quindi registrati. Al di là di questi, però, c’è un ampio sommerso: tante persone che soffrono di anoressia in una forma più lieve, e quindi non arrivano neanche all’attenzione del medico, ma continuano per anni ad avere una qualità di vita decisamente scadente. Inoltre, il problema è sicuramente in aumento, soprattutto fra le bambine. Fino a un po’ di tempo fa, la fascia di età classica di esordio dell’anoressia era considerata quella tra i 15 e i 25 anni, poi si è abbassato il limite inferiore a 12 e ormai si vedono anche casi anche più precoci. Nel nostro centro abbiamo attivato una persona dedicata al trattamento dei disturbi alimentari nelle minorenni, proprio perché le necessità di cura delle bimbe e delle adolescenti non sono necessariamente uguali a quelle delle ragazze più grandi. La presenza di questa figura si è resa necessaria anche perché i numeri sono saliti. La piccolina anoressica in reparto, un tempo, era una rarità. Oggi, in media, abbiamo sempre almeno 2-3 minorenni ricoverate su un totale di 19 posti letto e, su 20 anoressiche che possono arrivare alla nostra osservazione, una ha meno di 15 anni.
Quali sono le cause del problema e le bambine più a rischio?
Chiariamo innanzitutto un punto essenziale: per le minorenni, esattamente come per le più grandi, la causa dell’anoressia non è mai una sola, ma sono tante. Dare la caccia a un unico colpevole – di volta in volta famiglia, la televisione, internet, le riviste che esaltano la magrezza eccessiva – non ha senso. Perché quasi sempre i fattori in gioco sono più d’uno, variamente combinati da caso a caso: fattori individuali (il temperamento, il carattere, un certo tipo di predisposizione genetica), famigliari (le dinamiche relazionali che si instaurano nel nucleo famigliare), ambientali (i rapporti con i coetanei) e macrosociali (tutti i messaggi che arrivano dai mass media). Dal punto di vista temperamentale, le più a rischio sono senza dubbio le perfezioniste, ragazzine che magari hanno solo 12 anni o anche meno ma sono già estremamente responsabili, molto giudiziose, con uno spiccato senso del dovere, che non fanno mai i capricci, vanno benissimo a scuola, appaiono più mature rispetto alle coetanee e seguono sempre alla lettera le indicazioni dei genitori, salvo poi opporre un ostinato rifiuto alla richiesta di mangiare quando diventano anoressiche. Chi ha una personalità di questo tipo è a rischio perché ha in realtà un bisogno estremo di ricevere sempre un giudizio positivo dall’esterno, che siano la famiglia, la scuola o i coetanei. Ecco allora che una presa in giro dei compagni o aver preso un brutto voto dopo aver studiato tanto o, ancora, una delusione in famiglia possono agire come innesco, ma attenti a non pensare che l’evento esterno sia l’unica causa del problema: piuttosto, va solo a sommarsi alla predisposizione individuale nel determinarlo. Quando compare alle soglie della pubertà, l’anoressia può anche essere il riflesso di una non accettazione dei cambiamenti radicali che il corpo inizia a subire, della volontà di non crescere e di rimanere tenacemente attaccate all’infanzia. A complicare il quadro vi è poi il fatto che la pubertà si sta anticipando sempre di più per una serie di motivi, non tutte le bambine ci arrivano pronte psicologicamente e in quella fase possono avvertire uno smarrimento che può fare da fattore scatenante, ma, di nuovo, non è mai di per sé l’unica origine della malattia.
Come distinguere, in una bambina, una possibile anoressia da un semplice periodo di inappetenza o di capricci? E quali sono le spie a cui stare attenti?
Innanzitutto, fare attenzione a come si comporta al momento dei pasti. Tipicamente, l’anoressica cambia il suo modo di stare a tavola: diventa molto più concentrata, molto più pensierosa, molto più silenziosa, mentre prima, mentre mangiava, chiacchierava; inoltre, spesso mette in atto una serie di rituali: spezzetta il cibo in bocconi molto piccoli, mastica molto lentamente, inizia a togliere l’olio col tovagliolo con la scusa di pulirsi la bocca. Ma non solo. Comincia a passare più tempo in bagno, si preoccupa troppo dello specchio, chiede di frequente rassicurazioni sul suo aspetto. Tutti questi comportamenti sono segnali d’allarme, che, se presenti per più di una o al massimo due settimane, devono insospettire i genitori e indurli a portare la bambina dal pediatra, il quale ha un ruolo fondamentale di sentinella. Infatti, ad ogni visita periodica, il medico misura peso e altezza, valutando l’andamento della curva di crescita. Di fronte a un comportamento sospetto, ma a una curva di crescita nella norma, non è il caso di preoccuparsi troppo; se, al contrario, la curva mostra oggettivamente un rallentamento della crescita in rapporto all’età e la bimba ha un peso che inizia a essere troppo basso per la sua altezza, allora l’allarme è fondato e bisogna attivare subito un percorso di cura.
Se non individuata e affrontata per tempo, che conseguenze può avere l’anoressia per una bimba?
A livello fisico, se insorge prima della pubertà può influire negativamente sulla crescita e lo sviluppo. Il rischio è che la bimba resti piccola di statura: se si blocca la crescita di peso, si blocca anche la crescita in altezza. Inoltre, si può avere un ritardo nello sviluppo ormonale e quindi una comparsa più tardiva della pubertà. A questo si sommano poi le altre complicanze dell’anoressia, valide per tutte le età: pelle e capelli diventano più fragili, il sistema immunitario si indebolisce, ossa, cuore e reni possono subire un danno; i reni risentono in particolare di quelle forme di anoressia in cui la bambina o la ragazzina si procura il vomito e fa un abuso di lassativi, perché, così facendo, si disidrata e perde sali minerali. Altrettanto importanti, se non di più, sono poi le conseguenze psicologiche. Quando una bambina inizia a dimagrire e ad essere ossessionata da ciò che mangia, quasi sempre comincia un po’ a ‘ritirarsi dal mondo’: vede meno le amichette, tende a mantenere giusto le relazioni che hanno strettamente a che fare coi doveri, come quelle scolastiche, ma nel complesso tende progressivamente a isolarsi e chiudersi in sé stessa, senza esserne pienamente cosciente. Una baby-anoressica in genere fa fatica a riconoscere di avere una difficoltà. Quasi sempre queste bambine, proprio per la loro età, hanno una consapevolezza del problema molto bassa, e ciò fa sì che sia più difficile aiutarle rispetto alle adolescenti o alla ragazze più grandi. All’inizio, soprattutto, è difficilissimo, ed è per questo che la prima terapia per una bambina con un disturbo del comportamento alimentare deve necessariamente coinvolgere i genitori. Dare indicazioni direttamente alla piccola è inutile, perché da sola non è in grado di seguirle. Diverso è dire ai genitori cosa e come devono darle da mangiare, oltre che raccomandare loro di non lasciare mai sola la figlia durante i pasti.
Una volta portato allo scoperto il problema, quindi, cosa fare?
Non fare l’errore di iniziare un percorso ‘ step by step’ per tentativi successivi, andando prima da uno specialista, poi da un altro e così via. Occorre, invece, rivolgersi immediatamente a un centro specializzato per il trattamento dei disturbi alimentari, dove opera un team integrato di specialisti in grado di offrire un percorso di cura multidisciplinare, essenziale per un problema come l’anoressia. Per individuare la struttura, si può chiedere al proprio pediatra oppure consultare il sito: www.disturbialimentarionline.it, attivato nel 2008 dal Ministero della Salute, dove sono elencati tutti i centri presenti in Italia, suddivisi per Regioni e Province. La prima visita è sempre ambulatoriale, con un medico esperto in disturbi alimentari, solitamente uno psichiatra o un nutrizionista, che fa una prima valutazione, prescrive una serie di analisi (del sangue, delle urine, elettrocardiogramma ecc.) e in genere consegna alla famiglia un diario alimentare da compilare per una settimana, scrivendo tutto ciò che la bambina mangia o beve. Una volta compilato il diario e fatti gli esami, si pesa la bambina, si valuta l’andamento del peso dopo un paio di settimane, dopodiché si fa una proposta di cura che, a seconda della gravità del problema, può essere ambulatoriale, in day hospital oppure in reparto. In tutti e tre i casi, nell’equipe ci vuole sempre una figura che si occupi della parte medico-psichiatrica, uno psicologo che segua la parte più strettamente psicologica, con una terapia individuale oppure individuale e famigliare, e poi un nutrizionista, che traduca le indicazioni del medico in un regime alimentare sano per quella data bambina in quel momento della sua vita.
Quanto deve durare la cura e quanto è efficace?
Purtroppo i tempi non sono brevi. Bisogna armarsi di pazienza e non scoraggiarsi; i genitori devono saperlo. Se nel caso della depressione e del disturbo da attacchi di panico già nel giro di un mese dall’inizio della terapia la persona inizia a stare meglio, quando c’è di mezzo un disturbo del comportamento alimentare l’orizzonte temporale è dell’ordine degli anni: in media da 3 a 5 per l’anoressia, un po’ meno, da 1 a 3, per la bulimia. Tuttavia, con un trattamento adeguato e multidisciplinare, i risultati ci sono. Il 50% dei disturbi alimentari guarisce: passa tutto e non lascia strascichi. Nel 25% dei casi la persona sta molto meglio, per cui riprende ad andare a scuola regolarmente, a uscire con gli amici, ad avere un funzionamento tutto sommato normale, ma continua ad avere sintomi residui: qualche fissazione sul mangiare, l’evitare alcuni cibi, avere un po’ di difficoltà quando deve andare al ristorante. In questo gruppo ci sono anche bambine o ragazzine apparentemente guarite, che restano però a rischio di ricaduta nell’età adulta e più avanti, magari intorno ai 30-40 o addirittura 50 anni, possono sviluppare di nuovo una forma anoressica più conclamata e più grave. Sono le cosiddette anoressiche di ritorno. In queste donne, i sintomi residui non impediscono loro di lavorare, di farsi una famiglia, magari avere anche dei figli, ma fanno sì che restino in un certo senso più vulnerabili. Ecco allora che un trauma, un lutto, una separazione, un problema grave di lavoro o un qualche altro momento di difficoltà nella vita possono agire da fattori scatenanti e farle ripiombare nella spirale dell’anoressia. Purtroppo, c’è anche un 25% di casi in cui la malattia cronicizza e, tra questi, il 10% non la supera e muore. Bisogna quindi tenere sempre la guardia alta e attivarsi ai primi segnali di allarme. Prima si interviene, infatti, minori sono i possibili danni e maggiori le percentuali di successo.

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