Autismo infantile: una sindrome misteriosa

Con la consulenza della la dottor Antonio Vita, psicologa e psicoterapeuta 

Uno sguardo sull’autismo
Negli ultimi decenni le ricerche hanno provato a guardare l’autismo da punti di vista plurimi, cercando di fare convergere gli elementi che arrivavano dagli studi in ambito genetico e neurologico, ma anche immunologico e cognitivo. Questo perché i sintomi dell’autismo sono sostanzialmente eterogenei. n modo diverso tra loro, gli individui affetti da autismo affiancano talvolta uno sviluppo accentuato di determinate capacità cognitive, a un evidente ritardo in altri ambiti, tra cui quello comportamentale e relazionale. Il cinema ha reso celebre la figura di Kim Peek, un uomo affetto da autismo morto nel 2009 a 58 anni, perché alle sue straordinarie capacità mnemoniche si ispirò lo sceneggiatore del film pluri-premio-Oscar Rain Man per il personaggio di Dustin Hoffman. Come il protagonista della pellicola di Barry Levinson, Peek riusciva a memorizzare un libro semplicemente leggendolo una volta.

Le forme del disagio
Per avvicinarsi a questo “universo a parte” bisogna partire dalle manifestazioni concrete di quello che è considerato oggi un disordine dello sviluppo biologico. Spiega il dottor Vita: «Negli autistici sono assenti il più delle volte la parola, il sorriso, i linguaggi del corpo, la manifestazione del dolore fisico. Manca ogni interesse per il mondo esterno e compaiono all’improvviso ira, rabbia incontenibile, paura di fronte ai minimi cambiamenti. Possono trascorrere ore tra dondolamenti e nenie, con lo sguardo fisso nel vuoto e le stereotipie delle dita, o tapparsi improvvisamente le orecchie come se una voce o un rumore normali risultassero per loro assordanti. Altri tratti caratteristici sono i comportamenti ossessivo-compulsivi e il discorso in terza persona». In pratica, prosegue il medico, il soggetto non riesce a stabilire contatti né con l’ambiente fisico né con quello umano: «Non si riesce a tenere tra le braccia un bambino autistico perché si divincola. Per lo più dai 2 ai 5 anni, inizia a isolarsi in modo progressivo fino a non mostrare segni di risposta quando viene chiamato. Diciamo che è compromessa totalmente ogni comunicazione sociale, perché un autistico non condivide con l’altro nessun tipo di esperienza o espressione emotiva».

Comparsa dei sintomi dell’autismo infantile
Anche quando un bambino non ha ancora sviluppato capacità superiori come il linguaggio, il pensiero o l’affettività, e non percepisce il mondo come realtà diversa da sé, sono presenti in lui la percezione e l’accoglienza degli stimoli esterni. Prosegue il dottor Vita: «A poco a poco inizia la fase di separazione tra io e non io, ma per alcuni bambini ciò non accade. Sono in possesso di capacità sensoriali sviluppate, ma non vivono questo processo di trasformazione. Oppure, esso subisce un arresto e il soggetto regredisce, ritirandosi verso un egocentrismo assoluto e senza aperture. Alcuni di loro cadono nel mutismo e altri no, ma tutti rifuggono dal contatto con l’ambiente». Inoltre manca a questi individui il nesso di causalità, che permette di organizzare gli eventi delle categorie spazio-temporali mettendoli in relazione tra loro. Naturalmente, prima si arriva a una diagnosi e più grande sarà il recupero.

Diagnosi e intervento
L’ideale sarebbe identificare il disturbo autistico entro i 2-3 anni (mentre troppo spesso questo avviene dopo i 6) e gli esperti sono concordi nel ritenere che già tra i 10 e i 18 mesi sia possibile individuare dei segnali aspecifici, come uno sguardo che tende a perdersi nel vuoto e una scarsa capacità comunicativa. Sono campanelli d’allarme, che devono imporre una prima visita specialistica, in attesa dell’eventuale conferma a distanza di un anno. Una volta che sia stata invece effettuata la diagnosi, qualsiasi intervento deve essere condotto in sinergia dalla famiglia, dagli insegnanti, da un pool di specialisti tra cui psicologo e logopedista: «Tutto deve essere adeguato ai bisogni del singolo bambino. Con affetto e sensibilità, andandogli incontro sul suo terreno. È senz’altro utile mettersi in contatto con associazioni di genitori che hanno vissuto la stessa esperienza, e conoscono già una parte del cammino». Perché il recupero sia un atto di amore, non di violenza.

 

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Antonio Vita

Psicologo e  psicoterapeuta a Recanati, collabora con PsicOnline
www.psicovita.com

 

 

 

 

A cura di: Laura Taccani

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