Bullismo al femminile

Il tema è più che mai attuale, e la cronaca recente se ne è occupata in diverse occasioni.
Ci ha raccontato per esempio la storia di tre adolescenti che avevano scelto Facebook come teatro delle loro intimidazioni ai danni di una coetanea: insultandola, screditandola e arrivando a minacciarla fisicamente proprio nel luogo privilegiato (per quanto virtuale) in cui oggi i giovanissimi creano e spesso distruggono i rapporti d’amicizia. I fatti sono cessati dopo la denuncia della ragazzina, ma le cause di quell’odio non sono state appurate con certezza. Si è accennato a generiche invidie, al possibile “furto” di un fidanzatino, sicuramente niente che potesse lasciar temere una violenza di quel tipo.
E ha fatto scalpore anche la vicenda, qualche settimana fa, delle due coppie di genitori che al termine di una causa civile si sono visti pignorare le abitazioni in attesa che venga pagato il risarcimento alla ragazza che, quando era poco più che bambina, fu aggredita fisicamente dalle loro figlie. Violenze di ogni tipo, dunque, e comportamenti di crudeltà fine a se stessa.
Tanto più che spesso all’esterno queste forme di bullismo vere e proprie passano inosservate, e quando capita che vengano portate alla luce provocano prima di tutto sgomento e incredulità. Di tipi femminili dalla psicologia inquietante e pericolosa, del resto, è piena anche la letteratura. Basti pensare, tra gli esempi più recenti, ai personaggi di due tra i più celebri “casi editoriali” delle ultime stagioni: dalla bella e crudele Viola Bai de La solitudine dei numeri primi (Mondadori) all’altrettanto affascinante e squilibrata Alice di Beautiful malice (Einaudi).

Dei meccanismi all’origine del bullismo femminile, delle sue manifestazioni e delle dinamiche che innesca abbiamo parlato col dottor Paolo Quinzi, psichiatra e psicoterapeuta con studio a Roma. «Si tratta di un fenomeno tipico dell’adolescenza, che utilizza armi subdole per esercitare la propria violenza. Di questo arsenale possono far parte volta per volta la calunnia, la disconferma (con le sue azioni è come se la bulla dicesse “tu non esisti”) e il pettegolezzo. In alcuni casi vengono individuate delle caratteristiche di fragilità relazionale, che si esprimono in comportamenti e atteggiamenti che scelti come bersaglio di aperta derisione, per esempio una balbuzie, un difetto fisico, una rigidità caratteriale e così via. In altri casi può trattarsi addirittura di una qualità della vittima che viene apparentemente disprezzata, ma proprio perché in realtà è oggetto di invidia non confessata. È il caso di quando viene presa di mira la “secchiona” della classe».
Naturalmente per esercitare questo tipo di violenza psicologica, la vittima viene attentamente studiata. Per capire meglio come isolarla, minarne l’autostima e condurla all’autoesclusione. In pratica, per capire come distruggerla dal punto di vista psicologico e relazionale. Una delle strategie adottate più spesso, prosegue il dottor Quinzi, consiste nel provocare con le proprie torture dei comportamenti di “ rottura psicologica” come pianti improvvisi o atti incongrui, che vengono poi utilizzati per alimentare nuove spirali di derisione.
Ma quali sono i tratti caratteriali della vittima predestinata? E quali, viceversa, quelli tipici della bulla? Sintetizza lo psichiatra:«A essere prese di mira dalle bulle sono tipicamente le adolescenti “fragili” a qualsiasi titolo, ma anche le classiche brave ragazze spesso troppo legate alla famiglia, iper-protette e poco esperte del mondo fuori dal contesto familiare.
Il profilo di chi agisce la violenza psicologica, invece, è in parte sovrapponibile a quello di chiunque abbia una psicopatia caratteriale. In altre parole, di quelle personalità dominate da una notevole dose di sadismo, non equilibrato da vissuti di colpa. Anzi, il senso di colpa non viene per nulla esperito ed è sostituito per intero dal godimento sadico. In questo tipo di gruppi perversi, peraltro, diventa leader proprio la persona più disturbata, che viene idolatrata dai gregari perché l’assenza di vissuti di colpa è letta come forza e determinazione. Così facendo, le bulle (e soprattutto la leader) raggiungono diversi obiettivi. Per prima cosa esercitano un potere sul gruppo delle coetanee nel contesto di appartenenza, si tratti della scuola, di un gruppo sportivo o di situazioni assimilabili. Inoltre, mettendo in atto violenze sistematiche, si liberano delle persone non gradite e soprattutto rafforzano ulteriormente la propria rappresentazione di sé». Per tutti questi motivi, conclude il dottor Quinzi, la strada principale per combattere il bullismo, femminile e non, è in mano alle famiglie e alle istituzioni. È necessario cioè che gli adulti – genitori, insegnanti, allenatori – sappiano monitorare le realtà di cui sono responsabili e riescano a stabilire un rapporto di fiducia con le adolescenti. Per prevenire qualsiasi tipo di aggressione psicologica, e per spezzare l’eventuale dinamica di bullismo il prima possibile.
 

A cura di: Laura Taccani

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