Ci vuole consapevolezza: parliamo di mindfullness

Ci vuole consapevolezza: parliamo di mindfullnessCredere che basti srotolare un tappetino sul pavimento, incrociare le gambe e iniziare una serie di respiri profondi per sconfiggere lo stress, l’ansia e persino la depressione, può sembrare un atto di fede. Roba per iniziati all’esoterismo, per fissati con la mistica orientale. Gente che crede nel potere taumaturgico dell’Om…
Eppure è quel che promette la mindfulness, come la chiamano gli americani. E la comunità scientifica, anche se per molti aspetti il dibattito è ancora aperto, sembra concordare. Si tratta di una tecnica di meditazione che lega la tradizione buddista alla psicologia occidentale e che, dopo aver spopolato negli Stati Uniti, si sta ora diffondendo anche in Italia.
Da un lato, dunque, ci sono pratiche millenarie e una parola in lingua pali, «sati», che si può tradurre con «consapevolezza» (mindfulness, appunto) ma anche con «memoria»: veniva originariamente utilizzata dai Bramini per indicare le scritture Vediche imparate a memoria. Per riuscire a ricordare grandi corpi di testo, infatti, i sacerdoti induisti entravano in uno stato mentale di chiarezza assoluta, privo di qualsiasi distrazione. Il Buddha ha fatto proprio il «sati», utilizzandolo sia per indicare l’atto di memorizzare testi sia la presenza di spirito nella meditazione.
Dall’altro, c’è Jon Kabat-Zinn, un biologo molecolare newyorkese, che a metà degli anni Sessanta, mentre studiava al Mit di Boston, iniziò a interessarsi alle discipline orientali e a praticare lo yoga e la meditazione. Colpa (o merito) dell’incontro con un monaco zen. Dopo la laurea, mentre proseguiva il suo cammino professionale interessandosi anche all’anatomia, gli venne in mente di unire le sue due passioni e nel 1979, con il sostegno del primario di medicina interna del Medical Center dell’Università di Worcester (Massachusetts), fondò la prima Clinica per la riduzione dello stress basata sulla coltivazione della mindfulness.
Iniziò da lì a sviluppare la sua ricerca, inizialmente su pazienti affetti da dolore cronico, poi su altre malattie psicosomatiche e psicologiche. Dopo la pubblicazione del suo primo libro nel 1990, Vivere momento per momento, divenne molto famoso negli Usa e in breve tempo il protocollo MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction) venne adottato da centinaia di centri ospedalieri americani.
Ma come funziona in concreto il protocollo sviluppato da Jon Kabat-Zinn? Si tratta di imparare a concentrare l’attenzione al qui e ora, a quel che si sta facendo insomma, in maniera intenzionale e sospendendo il giudizio. Avete presente quando siete al volante o in palestra, quando frequentate una lezione un po’ noiosa o quando leggete un libro particolarmente ostico e la mente vola via, rapita da altri pensieri? Ecco, si tratta di eliminare quel pilota automatico che ogni tanto prende il sopravvento e avere maggior consapevolezza delle esperienze che si stanno vivendo. Si tratta di aumentare la consapevolezza dei propri stati mentali, delle emozioni, dei pensieri e delle sensazioni fisiche. Facendolo, a lungo andare si finisce con il reagire a ogni tipo di situazione, anche quelle di particolare difficoltà, con delle vere e proprie risposte piuttosto che con delle reazioni impulsive.
Come? Attraverso esercizi di meditazione, naturalmente. Che si possono imparare frequentando i corsi e le strutture specializzate o leggendo qualche manuale (sempre che si abbia l’attenzione necessaria…). Si inizia con l’esplorazione del proprio corpo, per imparare ad “ascoltare” le sensazioni fisiche del momento; ci si addestra a concentrarsi sulla respirazione e sul silenzio, senza un obiettivo specifico se non quello di imparare a controllare il proprio livello di attenzione. E poi si cerca di applicare quanto imparato durante la vita di tutti i giorni, finché non si è in grado di raggiungere lo stato di «mente lucida» ogni volta che lo si desidera o ve n’è bisogno.
Le applicazioni ormai sembrano innumerevoli: dalla gestione dello stress e dell’ansia alla cura dell’obesità e dei disturbi alimentari, fino al trattamento delle patologie ossessivo compulsive. Ma è al di fuori dell’ambito medico che le tecniche di mindfulness riscuotono il successo maggiore: atleti professionisti ma anche corridori della domenica, top manager di multinazionali ultra competitive ma anche rappresentati di elettrodomestici porta a porta, vi si rivolgono in numero sempre maggiore, attratti dall’idea di riuscire ad aumentare le proprie capacità di concentrazione e, di conseguenza, raggiungere traguardi importanti e a prima vista irraggiungibili.
Sul fatto che funzioni davvero, come detto, il dibattito è ancora aperto. Di certo c’è uno studio del 2011 condotto presso il Massachusetts General Hospital che, attraverso tecniche di imaging cerebrale, ha potuto verificare nei soggetti che si dedicavano alla meditazione un ispessimento della materia grigia a livello dell’ippocampo, che detiene un ruolo centrale nell’apprendimento e nel processo di memorizzazione, e un parallelo assottigliamento di quella corrispondente all’amigdala, coinvolta invece nei meccanismi di paura, ansietà e stress.
Va però sottolineato come siano gli stessi sostenitori della mindfulness a ricordare che non sostituisce, ma semmai affianca, la psicoterapia e gli strumenti convenzionali della psichiatria. E, soprattutto, che non è adatta a tutti, non è un gioco: richiede tempo, impegno, disciplina. E concentrazione.

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