Cybercondria, ovvero perché ci fidiamo del Dottor Google

Cybercondria, ovvero perché ci fidiamo del Dottor GoogleC’era una volta l’ipocondriaco analogico. Lo riconoscevi subito, imperturbabilmente malinconico e perennemente in cerca di rassicurazioni.
Avete presente Woody Allen, quello degli inizi? Nessuno come lui ha saputo incarnare nell’immaginario collettivo la figura dell’ipocondriaco seriale (forse perché lo era, lo è, anche nella vita reale). Micky Sachs, il personaggio che interpreta in Hannah e le sue sorelle, per esempio, è un filmaker convinto – a dispetto di ogni check up – di avere un tumore al cervello. Il nome di questo, che è un disturbo psichiatrico vero e proprio, deriva dal greco “hupo”, che significa “sotto”, e “khondros”, che significa “cartilagine sternale”, vale a dire lo spazio sotto le costole dove si trovano fegato, cistifellea e milza. Anticamente, infatti, si pensava che la malinconia e la tristezza fossero causate dal malfunzionamento di questi organi. Oggi sappiamo che la condizione degli ipocondriaci è la paranoia. Basta un sintomo, anche leggero, anche solo immaginato, e si convincono che sia il segno di una grave malattia. E allora tengono costantemente aperto il filo diretto con il loro medico curante. Se hanno un lieve mal di testa si fiondano dall’oncologo. E al primo colpo di tosse corrono dal cardiologo, quasi sperando che gli confermi un infarto imminente.
Così erano gli ipocondriaci analogici, quelli dei primi film di Woody Allen appunto. Nel frattempo è arrivato Internet. E anche gli ipocondriaci hanno fatto l’upgrade: oggi si chiamano cybercondriaci. E hanno trasformato la loro ossessione in 2.0.
Come allora, sono ancora e sempre a caccia di quello che si nasconde dietro un dolorino al petto, un fischio all’orecchio, una vertigine improvvisa, un tosse troppo grassa, uno starnuto… Solo che la risposta – così credono – questa volta è a portata di mano. O meglio, di clic. Non serve più né il medico di base né lo specialista, basta interrogare Google.
Peggio: se prima l’ipocondria era questione per veri casi psichiatrici, oggi la cybercondria è una minaccia per tutti. Del resto, la tentazione è forte. E spesso quando compare un piccolo disturbo che non si sa come etichettare, sembra più comodo farsi un giro tra siti web piuttosto che perdere tempo nella sala d’attesa dello studio medico. Magari si cerca solo per essere sicuri di non avere nulla di grave. Solo per scrupolo. Ma si rischia di finire per sviluppare un’ossessione.
Non solo. Secondo una ricerca condotta da a Guido Zuccon della Queensland Univeristy Of Technology, in collaborazione con il Csiro di Brisbane e l’Università di Vienna, l’auto-diagnosi effettuata consultando i motori di ricerca ha una scarsissima efficacia. Solo tre dei primi 10 risultati ottenuti interrogando Google o Bing, infatti, si sono rivelati scientificamente attendibili. Gli altri sono fuorvianti, se non dannosi. E, ha spiegato il dottor Zuccon, “se non si ottiene una diagnosi chiara e soddisfacente, si è portati a continuare a cercare. Con esiti nefasti. Per esempio, le pagine sul tumore al cervello sono più popolari di quelle sull’influenza, e l’utente è spinto verso questo tipo di risultati”. A questo poi si aggiunge che in pochi hanno gli strumenti critici necessari per estrapolare una diagnosi da una serie di risultati web. È per questo che i medici – sempre più spesso vessati da pazienti angosciati da autodiagnosi estrapolate dal web – sconsigliano vivamente di affidarsi a internet per questioni cliniche, a meno di conoscere già la diagnosi esatta per il loro disturbo.
Pare però che nessuno li ascolti, se è vero che la cybercondria colpisce negli Stati Uniti almeno otto persone su 10, mentre in Italia interessa il 32,4% della popolazione, secondo i dati di una ricerca del Censis di un paio d’anni fa. E il dato è in costante aumento.
Certo, pretendere che le informazioni di tipo clinico siano un’esclusiva dei medici sarebbe una follia. E anche sbagliato. Ma pensare di pensionare i medici di base e sostituirli con un algoritmo di Google è anche più folle.

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