Dirsi addio tra letteratura e psicologia

Cinema e letteratura si nutrono di addii
Senza addii non esisterebbe Hollywood, e le librerie avrebbero interi reparti svuotati: decimati gli scaffali di narrativa e poesia, ma semivuoti anche quelli di psicologia, tanto per dire. E poi c’è la musica, quella leggera e quella d’autore, che negli struggimenti degli amori finiti ha una delle sue fonti d’ispirazione più generose. E infatti nei film, nei libri e nelle canzoni, di addii ne abbiamo sperimentati di ogni tipo, come e più che nella realtà. Da quelli più strazianti in stile Casablanca a quelli più prosaici in stile Adjani: la sventurata Isabelle, nonostante la lunga carriera di attrice, da molti viene ancora ricordata come quella che venne scaricata via fax, molto poco riguardosamente, dal collega Daniel Day Lewis.

La difficoltà del dirsi addio
E insomma, i tempi cambiano e cambia anche il modo di dirsi (o non dirsi) addio. Da un lato si è passati dalle lettere di addio strappalacrime e dalle separazioni per cause di forza maggiore agli addii pronto uso, agli sms di disimpegno, ai post-it appiccicati sul frigo che valgono come un frettoloso “tanti saluti e grazie”. Sul fronte opposto c’è l’incapacità di dirlo, quell’addio di cui nel profondo si sentirebbe il bisogno: un addio vero, pronunciato/scritto, a una persona in carne e ossa (un partner, certo, ma anche un’amica con cui non si ha più nulla in comune) oppure un addio metaforico, un cambiamento di prospettiva che ci permetta di uscire da certi ruoli che ci stanno ormai troppo stretti ma dai quali sembra così difficile liberarsi. Perché se fino a un paio di generazioni fa esistevano passaggi cruciali tra una fase dell’esistenza e l’altra, oggi tutto appare più dilatato, e capita frequentemente che si rimanga figlie o compagne a tempo indeterminato, anche quando i rapporti sono cambiati e sarebbe “più sano” prenderne atto.

L’incapacità di rimettersi in gioco
Il punto è che dire/dirsi addio implica una rimessa in gioco, un cambiamento che non sempre è facile accettare, affrontare, metabolizzare. Capita così che nel momento in cui si deve agire “il gran rifiuto” non si trovi il coraggio necessario, non ci si assuma il peso di guardare in fondo a un legame affettivo che finisce, di gestire con consapevolezza il passaggio. E quindi sembra più facile cercare una scappatoia per evitare il confronto: si finisce per troncare di netto il rapporto, senza farsi carico della sua metamorfosi, o viceversa si preferisce trascinarlo all’i nfinito nella speranza (spesso implicita) che si esaurisca da solo. Non è un caso che nell’era degli uomini Peter Pan vada molto di moda buttar lì, come frase conclusiva: «Non sei tu, sono io che sono fatto male»; un approccio che ha solo la parvenza di un’ammissione di colpa, mentre nei fatti è un’arma subdola che toglie alla malcapitata anche il diritto di arrabbiarsi furiosamente, se ce ne fosse bisogno.

Il Catalogo degli addii
Comunque sia, tutti prima o poi abbiamo a che fare con gli addii, o con la loro colpevole mancanza. Ogni tanto da primi attori, ogni tanto da co-protagonisti. Qualcuno con presa in carico di responsabilità, qualcuno con fuga preventiva, quella che spinge a lasciare solo per il timore del vuoto e della ferita narcisistica che si proverebbero se fossero gli altri a farlo per noi. Separarsi, passare oltre, può diventare un gioco delle parti come nel bellissimo e poetico libro di Marina Mander e Beppe Giacobbe Catalogo degli addii (et al. Edizioni). Un romanzo per epigrammi e per immagini, in cui lo spunto e il dipanarsi della storia sono entrambi racchiusi nella corrispondenza tra la responsabile di una casa editrice, Nina, e lo scrittore, Peter, a cui ha commissionato dei testi che raccontino la fine delle storie d’amore. Di tutte le storie d’amore. Perché nella diversità e complessità delle cose, degli intrecci, delle persone, ci sono frasi che parlano a ciascuno. Scrive a un certo punto Peter: «L’addio si insinua un po’ alla volta, e un giorno dilaga, dappertutto». E ancora: «L’addio è fatto di lettere mute, può solo esprimersi a gesti. Comunque sbagliati». E un altro degli addii spediti da Peter («In ogni addio risuona la vertigine del primo distacco») esprime in termini evocativi quello che in fondo è uno dei concetti più cari alla psicoanalisi.

L’elaborazione del lutto: l’addio in psicanalisi
Spiega la dottoressa Maria Castiglioni, psicoterapeuta della Fondazione Cecchini Pace di Milano ed esperta in self-help: «L’addio costituisce sempre un momento molto doloroso di possibile trasformazione, perché la crisi è cambiamento e perché un addio (sia subito che agito in prima persona) comporta comunque l’elaborazione di un lutto. È proprio la mancata elaborazione che si trova alla base di diverse dinamiche e diversi sovra-investimenti emotivi e affettivi. Il primo lutto da elaborare riguarda un’immagine interiorizzata di sé, un modo di vedersi. È il discorso, per esempio, delle donne che continuano per tutta la vita a sentirsi figlie, anche quando sono a loro volta madri: accettare la cosiddetta “caduta dei genitori”, quell’umanizzazione che ci permette di vederli con i loro limiti, è molto difficile e comporta appunto l’elaborazione di un lutto. Non riuscirci, al contrario, è all’origine della depressione. Allo stesso modo si può avere un eccessivo investimento emotivo sul partner, che porta a una marcata idealizzazione di alcuni aspetti del rapporto e a una demonizzazione di altri. Manca cioè quell’integrazione necessaria per accettare i limiti della relazione e viverla umanamente. Dicendo addio se arriva il momento di farlo». E a questo punto viene in mente De Andrè, quando in Giugno 73 cantava: Io mi dico è stato meglio lasciarci / che non essersi mai incontrati.

 


Marina Mander – Beppe Giacobbe  
Il catalogo degli addii

et al. edizioni

 

 

A cura di: Laura Taccani

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