Disposofobia, quando gli oggetti prendono il sopravvento

Disposofobia, quando gli oggetti prendono il sopravventoHa un sacco di nomi, come tutte le realtà a cui si cerca con difficoltà di dare un contorno più definito. In questo caso, si parla di hoarding disorder, sillogomania, accaparramento patologico, mentalità di Messie (mess in inglese significa “disordine”, “sporcizia”). Ma il nome tecnico più preciso e diffuso è disposofobia, di nuovo con un’etimologia mista di inglese e greco: to dispose che significa gettar via, disfarsi di qualcosa sommato alla classica fobia, paura. Perché tecnicamente questo disturbo comporta l’impossibilità – pena una reale sensazione di panico – di gettare gli oggetti. Tutti gli oggetti, di qualunque tipo essi siano. Utili o inutili. Giornali, alimenti, vestiti, contenitori vuoti di cibo e cibo stesso (magari scaduto), accessori in generale. Il risultato è che l’ambiente in cui vive la persona affetta da disposofobia si trasforma in breve tempo in un luogo caotico e insalubre, in cui il rischio di incidenti domestici e cadute si somma all’assoluta carenza di condizioni igieniche. Tutti motivi che, inoltre, conducono a un progressivo isolamento dovuto al senso di vergogna e, in alcuni casi, anche al deterioramento dei rapporti con parenti e vicini di casa. Proprio a causa dell’accumulo e dei conflitti che ne derivano.

 

È stato a lungo controverso se la disposofobia costituisse un disturbo totalmente “autonomo”, o fosse piuttosto lo spin off di un correlato disturbo ossessivo-compulsivo. Con il quale ha diversi punti di contatto, ma dal quale la separano anche precise differenze. Negli ultimi 10 anni (come documenta il sito dedicato disposofobia.orgsono state però condotte svariate ricerche, che hanno unito ambiti diversi come le neuroscienze, la sperimentazione sulle terapie e l’approccio genetico. Ed è soprattutto grazie a questi studi più recenti che la sillogomania viene sempre più considerata nella sua peculiarità. E cioè come uno dei cosiddetti Hoarding Disorder, categoria che merita oggi di avere criteri diagnostici propri. Dovrebbero essere sempre più lontani, insomma, i tempi in cui il soggetto con disposofobia veniva considerato anche in ambito medico come un individuo affetto principalmente da depressione o ansia. E solo in seconda battuta colpito dalla sindrome di accaparramento. L’orientamento che prevale attualmente, pur sottolineando la possibile correlazione tra depressione/ansia e condotte accumulative, non presuppone lo stato depressivo come condizione esclusiva per manifestare la tendenza all’accaparramento. E va precisato, tra l’altro, che quest’ultima definizione restituisce in modo più completo le varie sfaccettature del disturbo. Perché considera non soltanto l’impossibilità di liberarsi degli oggetti senza una forte sofferenza interiore, ma anche la spinta all’acquisto o comunque all’accumulo patologico.

 

Addizione senza sottrazione

Si può dire che la disposofobia porta a uno sbilanciamento, insostenibile sotto tutti i parametri, tra la quantità di materiale che entra e la non-quantità di quello che esce. Quando gli oggetti della fase “in” vengono comprati (perché in caso contrario potrebbe trattarsi, per rendere l’idea, di volantini pubblicitari o cannucce da bar) subentra anche il problema delle spese elevate. E quindi di un impatto economico quasi mai proporzionato alle possibilità di guadagno di una persona la cui vita professionale scade dal punto di vista qualitativo e quantitativo, via via che il disturbo progredisce. A questo proposito vale la pena di spendere due parole anche sulla “shopping addiction”, che può venire alla mente parlando di sindrome da accumulo, ma attiene in realtà alla sfera dei Disturbi Ossessivi Compulsivi (DOC). Ecco come si accennava, alcune differenze significative marcano la distanza tra questi ultimi e gli Hoarding Disorder (HD). DOC vs HD, diciamo… Prima di tutto, per esempio, un DOC è caratterizzato dall’ansia, la cui gestione è appunto la molla che fa scattare il comportamento ripetitivo. Un HD, viceversa, è sostanzialmente vissuto passivamente dal soggetto, che prova ansia solo nel momento in cui deve disfarsi di qualcosa che sente ormai appartenergli. Non sono presenti inoltre i rituali che caratterizzano un disturbo compulsivo, così come è abbastanza rara anche la compresenza di altre condotte ossessive (che spesso in un DOC sono invece “abbinate”).

 

Progressione per livelli

Il National Study Group on Chronic Disorganisation ha fissato dei parametri per misurare la gravità della disposofobia. La cosiddetta NGSCD Clutter Hoarding Scale stabilisce 5 step di progressione nell’accumulo, in cui il grado n.1 è quello che corrisponde al disagio più lieve. Una tendenza, in quel caso, molto più frequente di quanto si possa pensare: perché tutto sommato vi si può convivere senza eccessivi disagi. Nei casi invece di disturbo serio, sia la persona disposofobica che la sua famiglia hanno bisogno di un’assistenza esterna coordinata su più fronti. Psicoterapeuti prima di tutto, ma anche assistenti sociali e figure ancora più concentrate zoomate sui “problemi collaterali”, come avvocati e tutori per le possibili questioni legali. Un percorso di psicoterapia, però, è appunto indispensabile. Perché dietro al bisogno di stipare la casa vi sono una forte insicurezza e una marcata ansia da separazione, che fanno considerare le cianfrusaglie come portatrici di conforto, e le trasformano quindi in “oggetti transazionali”. Il percorso terapeutico della disposofobia dovrà quindi essere graduale e senza forzature. Per disinnescare poco alla volta i meccanismi che portano all’accumulo. Per mettere in discussione le motivazioni che il soggetto si dà, sganciandolo da un investimento affettivo smisurato. E infine, per elaborare una strategia che gli consenta, dapprima con un supporto e poi autonomamente, di disfarsi poco per volta del materiale stipato ed evitare la spinta verso nuovi accumuli.

 

 

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