I segreti della pet therapy

Con la consulenza del professor Roberto Marchesini, etologo, scrittore, fondatore dell’approccio zooantropologico nella relazione con gli animali.
Negli Stati Uniti, in Francia, in Inghilterra curarsi con gli animali non è più una novità e nessuno si scandalizza se, durante l’attesa in corsia o nella sala d’aspetto, si vede passare accanto cani, gatti, conigli nani, persino pappagalli ovviamente accompagnati da operatori estremamente professionali. Si chiamano pet partner e sono di fatto i conduttori di questi meravigliosi animali domestici che aiutano centinaia di persone, solo nel Nord America, a uscire da un momento difficile della loro vita o da una malattia. Anche in Europa la cosiddetta pet therapy si sta diffondendo sempre più.

Il termine “pet therapy”, ormai imposto nell’immaginario, ha una traduzione molto semplice: attività o terapia assistita dagli animali, dove la parola “pet” sta per animale da compagnia, ossia “animale da accarezzare”.
Ciò che è fondamentale comprendere è il ruolo svolto dall’animale. Se pensiamo a una sorta “ animale farmaco” siamo totalmente fuori strada. La pet therapy si realizza grazie al valore dell’interazione con l’animale, alla valenza formativa e assistenziale di questo incontro, non all’animale in quanto tale: l’animale non è una medicina o un ricostituente, bensì un soggetto relazionale che quando entra nelle nostre case richiede un preciso impegno di affiliazione, cioè di introduzione corretta nella sistemica familiare, e una piena assunzione di responsabilità. Pensare di adottare un cucciolo per avere un beneficio terapeutico è già un modo sbagliato per iniziare. Attraverso il rapporto che si viene a instaurare con l’animale è possibile facilitare disposizioni positive. La rete di relazioni comunicative, fatta di parole, di carezze, di gesti e – perché no? – di giochi si è dimostrata molto utile verso quelle persone che versano in condizioni difficili, come bambini lungodegenti o anziani in case di riposo o, ancora, detenuti, ospiti di comunità, malati terminali.
La zooantropologia applicata alla pet therapy esce finalmente dalla visione dell’animale come strumento di performance, e si basa sulla costruzione di una relazione di incontro e di dialogo con il pet.

A ciascuno la sua Pet Therapy
Per apportare un beneficio reale attraverso la Pet Therapy è necessario affrontare i problemi specifici del paziente attraverso attività mirate: un bambino iperattivo, ad esempio, richiede attività di relazione calmanti e strutturanti, mentre un anziano depresso ha bisogno di attività che stimolino le leve motivazionali. Se lasciamo che il paziente si relazioni in modo spontaneo con l’animale è più facile che emergano attività di relazione che non migliorano il suo stato o addirittura lo peggiorano: ad esempio un bambino iperattivo farà giochi eccitatori mentre un paziente schizofrenico si produrrà in giochi di finzione. Non è vero che l’animale fa sempre emergere ciò che c’è di meglio nella persona. Diciamo che è un referente che sa guadagnare la fiducia della persona, che facilita i processi di cambiamento ma perché tale percorso porti davvero dei benefici è necessario che si individuino delle specifiche attività di relazione.

 

I meccanismi della pet therapy

  1. neuroendocrino
    La letteratura scientifica riporta alcune ricerche che mettono in relazione il rapporto uomo-pet con l’assetto dei più importanti neurotrasmettitori – dopamina, serotonina, noradrenalina – ossia le molecole che regolano e consentono l’attività del sistema nervoso, agendo sulla vigilanza, sulla motivazione, sull’umore, etc.
  2. etologico
    Secondo alcuni autori l’uomo, essendo particolarmente dotato come specie di cure parentali, presenterebbe un forte desiderio verso l’adozione interspecifica e verso comportamenti volti alla cura e all’accudimento.
  3. psicologico
    L’analisi sulle motivazioni dei pazienti dimostra il bisogno di costruire situazioni relazionali appaganti con stimoli ludici, cognitivi, ansiolitici, antidepressivi, e realizzazioni di spazi franchi dal giudizio del prossimo, dallo scacco, dalla competizione.
  4. cardiologico
    Nel 1995 l’ “American Journal of Cardiology” ha riportato che nei possessori di cani il tasso di mortalità a un anno da una crisi infartuale era inferiore del 50% rispetto alle altre persone. E. Friedmann ha potuto evidenziare clinicamente la riduzione dei più importanti fattori di rischio per le cardiopatie: la pressione sanguigna, la frequenza cardio-respiratoria, la colesterolemia.
  5. immunologico
    Secondo altri studi la presenza di un legame affettivo con l’animale interviene sui mediatori dello stress e sul sistema endorfinico, migliorando l’attività del sistema immunitario e dando così all’organismo una marcia in più per affrontare le patologie infettive e neoplastiche.

 

I problemi psicologici affrontati con la pet therapy

  • Competitività paura della marginalizzazione, basso livello di autostima, paura dello scacco
  • Solitudine abbandono, solitudine sociale o morale, deficit affettivo, deficit comunicativo, deficit performativi
  • Diversità senso di non appartenenza, rifiuto, focalizzazione sull’handicap, giudizio
  • Discronia
    • anziani: non vivono completamente la contemporaneità
    • malati terminali: non possono fare proiezioni a lungo termine
    • efficientismo: informato sul concetto di “time is money” -velocizzazione delle prassi: tipiche della società attuale
  • Problemi di comunicazione
  • Sfiducia nel prossimo, nel rapporto, nei propri sentimenti, nella capacità di assumere comportamenti corretti, nei modelli culturali

CONOSCI I NOSTRI ESPERTI


Roberto Marchesini

Etologo, scrittore, fondatore dell’approccio zooantropologico nella relazione con gli animali
Fondatore e direttore della Scuola di Interazione Uomo-Animale (SIUA)

www.robertomarchesini.com
www.siua.it

 

A cura di: Francesca Memini

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